Lo schiavetto/Atto quarto/Scena II

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Atto quarto - Scena II

../Scena I ../Scena III IncludiIntestazione 22 settembre 2009 75% Teatro

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Fulgenzio

Fulgenzio.
Certo che sì come non mai si vide il giorno senza sole, la notte senza stelle, il mar senz’onde, i fiumi senza arene, e i boschi senza frondi, che così non si vedrà giamai amante senza martirii, senza sospiri e pianto. O come Amore a questi miseri amatori, sovente, facendo loro vedere il falso per lo vero, alcuna fiata gl’innalza a somma felicità, e ora gli affonda al centro d’ogni calamità. Ecco, me misero, come il precorrere l’amante da ebreo vestito mi fe’ poggiare al cielo d’amore con ali di vana speranza. Ecco come, non avendo avuto effetto i miei pensieri, mi trovai caduto all’inferno d’un cieco furore. Ed ecco alfine come qui mi trovo con certa tema che Orazio abbia goduto quello, con reciproco amore, ch’io con inganno di goder sperava. Ah, che così fattamente in interno in questo pensiero crudelissimo amore che ben conosco che a così gran battaglia dolorosa è picciolo campo il petto. Ma poi, che nell’oriente della mia giovinezza per crudel sentenza debbo veder l’occaso della mia vita, né, in questo mio estremo, mi viene conceduto di poter mirare un raggio di speranza, che allo stato mio compassionando sgombri quel velo oscuro di morte che dee tenebrar queste mie luci, non mi sia tolto almeno che l’infelicità di questo misero amante giunga all’orecchio della cagione d’ogni mio martire. E s’altro non sarà qui d’intorno, che messaggiero funesto arrechi all’orecchie di costei la mia morte, l’aure pietose almeno faccino questo dolente ufficio. O virtù del sangue, che in larga copia m’apparecchio a spargere, scorrendo per lo terreno formi caratteri dolentissimi, che narrino della mia vita il traggico caso.
Ecco il ferro, me fero della mia fera selvaggia, poich’ei dovrà una sol volta la morte darmi, ma la mia dispietata maga più volte si trastullò, doppo avermi ucciso, di richiamarmi alla vita, per farmi poi con nuovi straccii nuovamente morire. Ecco, ecco dico, come vittima dolente al grande altare della tua ferità ch’io mi piego, e sospiroso, e lagrimoso attendo il colpo. Ecco già che il crudelissimo Amore sacerdote fatto alza il ferro, intento a miserabile, a mortale colpo.