Lo schiavetto/Atto quinto/Scena II

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Atto quinto - Scena II

../Scena I ../Scena III IncludiIntestazione 22 settembre 2009 75% Teatro

Atto quinto - Scena I Atto quinto - Scena III


Facceto, Solfanello, Succiola

Facceto.
Solfanello, che ti pare di questa bella e nobile città di Pesaro, e di questo popolo così cortese e amator di forastieri?
Solfanello.
È bellissima questa città certo, e credo che della cosa delle comedie farete molto bene, e in particolar voi, che, solo, fate tutta una comedia; invero che ogn’uno si suol maravigliare. Ma ecco un’osteria, c’ha per insegna una castagna fruttifera. Meser Facceto, che vi pare?
Facceto.
Eh? Ogn’uno conforme la sua bizaria si governa. Batti un poco, ché tu dèi essere stracco, dalla porta a qui avendo portata questa valige in ispalla.
Solfanello.
Lasciate ch’io la pongo in terra, e or ora batto. Corpo di me, che l’aria dee esser molto sottile in questo Pesaro, perché mi sento le budella che dentro mi mangiano. O dall’osteria? Olà olà rispondete, se non, che con le sassate scoteremo dalla insegna tutte le castagne al sicuro! Olà, olà dich’io.
Succiola.
Che domine di picchiare alla sbardellata è cotesto?
Solfanello.
Oh? Càzzica, è da Firenze non è oggi, vero monna Pippa gobba?
Succiola.
Do’ briccone, e che m’uccelli tu forse, che ti stiaccio il naso, che sie?
Solfanello.
Oh? no daddovero. Oh? no al corpo di sampuccio, oh? no al corpo di santanulla! Ne volete vo’ più di questi vostri, oh, oh, oh?
Succiola.
Oh? Ti dia!
Facceto.
Madonna, datevi pace, perché costui è ’l più bello umore che viva al mondo.
Succiola.
Sin a cotest’otta, non mi piace punto, punto. Or che volete voi albergare? Che mestieri è ’l vostro?
Facceto.
Di far comedie.
Succiola.
Comedie? Oh? Cotesta è bene la mia ventura! E sapete se mi piacciono! E che parte fa cotestui?
Solfanello.
Io? Impiccio le candele e le torcie; e per questo mi chiamano Solfanello.
Succiola.
Eh? Non è maraviglia, se per accendere le torcie e le candele si chiama cotestui Solfanello, ché pur anch’io per far l’osteria, c’ha impresa l’albore della castagna fruttuosa, mi chiamo monna Succiola.
Solfanello.
Ma canchero! Pochi forastieri toccheranno la vostra osteria, e questo perché avete la castagna molto spinosa.
Succiola.
Sì, ma le punte sono novelline, che più tosto ti solleticano, che ti punghino! Ma da te, Solfanello, bisogna istar lontano, ché da ogni canto scotti.
Solfanello.
Sì, quando sono acceso scotto, ma adesso no. Toccami, e da i capi e nel mezo, e vedrai ch’io non mento.
Succiola.
Or sue, se non iscotti, tu puzzi da ogni capo almeno.
Solfanello.
Che volete, il Solfanello puzza dal capo e Succiola nel mezo.
Succiola.
O che tristo, dove domine è andato a quest’otta a ficcare il naso. Ma ascoltatemi, né andian dietro alle novelle. Mi volete vo’ voi per fare una ruffiana nella comedia?
Solfanello.
Sì, ma bisogna sfrisarti.
Succiola.
O nato di becco, guata come tu parli ve’, ch’i’ ti darò d’un zoccolo nel capo, e ti coglieroe.
Solfanello.
O via, che burlo, gatta inzoccolata!
Succiola.
E pur Fiesoli.
Facceto.
O che spasso.
Succiola.
Non mi fare instizzire, perché andrà male, ve’?
Solfanello.
Burlo, burlo. Potta di me, la Succiola s’era bene riscaldata, bastava ora che io vi accostasse il solfanello, ed era fatto il becco dell’oca.
Succiola.
O che forca, sallo dir meglio? Or sue, andianne ch’i’ ti voglio albergare, perché i’ non sono quella capassonaccia che tu t’andavi immaginando. Entrianne.
Facceto.
O che cara Succiolina.
Solfanello.
O che gentil Succiolaccia.
Succiola.
Diavolo accòrdela, oh? Vo’ mi tritellate così il nome! Io non sono né Succiolina, né Succiolaccia, ma la Succiuluccietta, figlia della Succiulucciotta.
Facceto.
O bene, o bene, o bene, andiamo! Voi siete una Succiola d’oro.
Succiola.
Non dite così, càzzica, che i cerchieri non mi martellassero tutta la Succiola.
Facceto.
O che furbetta, entriamo.
Succiola.
Andianne.