Lydia/VIII

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VIII

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VII IX

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VIII.

A Napoli.

Fumavano un manilla sul terrazzo, davanti al golfo incantevole, Lydia e l’avvocato Calmi, intanto che i vecchi dormicchiavano nel salotto dell’albergo.

S’erano incontrati a diporto in quella deliziosa città, nel deliziosissimo mese d’Aprile, e facevano vita quasi in comune, come antichi amici.

— Dica il vero, Calmi, che opinione ella aveva di me?

— Avevo od ho? [p. 128 modifica]

— Tempo passato.

— Cattiva.

— Ed ora?

— Pessima.

Non era la risposta che Lydia aspettava. Tirò una lunga sbuffata e poi disse, in apparenza tranquilla:

— Si vede che la galanteria non fa parte del suo bagaglio di viaggio.

— È naturale — replicò ridendo l’avvocato, — ingombra troppo.

Stettero un po’ in silenzio. Lydia era in piedi, e sembrava più alta del solito, chiusa in una lunga vestaglia di péluche bianco orlata di cigno: teneva il gomito appoggiato alla balaustra del terrazzo, reggendosi colla mano destra la testina, mentre colla sinistra avvicinava alle labbra la sigaretta. Un raggio di luna piombava sulla freccia dorata ch’ella aveva nei capelli, e la faceva scintillare con picchiettature d’astro. [p. 129 modifica]

La notte era di una dolcezza incantevole, piena di effluvii e di susurri, con delle trasparenze violacee, madreporlate.

— So — disse Lydia mettendo fuori una vocina malinconica, strana in lei — che si parla molto male di me. (Aspettò per un momento una protesta che non venne). Si dice che sono vana, leggera, eccentrica, civetta... e chi sa ancora che cosa.

— Calunnie, naturalmente....

— No, non sono calunnie! — proruppe con impeto.

— E allora?

— Allora....

Capì di essersi cacciata in un ginepraio, e aspettava invano una parola d’aiuto. L’avvocato la guardava coi suoi occhi chiari e freddi, voltando civilmente la testa ogniqualvolta sbuffava le nuvolette del manilla.

— Crodevo — esclamò Lydia improvvisamente — ch’ella mi avesse compresa! [p. 130 modifica]

— È la solita illusione delle donne, e in pari tempo la loro politica, quella di presentarsi come un rebus indecifrabile; riproduttrici costanti delle Corti d’amore, dove il vincitore del rebus otteneva il cuore della bella; ma i rebus adesso corrono le terze pagine dei giornali e le figlie dei portinai e gli scolaretti delle elementari li sciolgono senza difficoltà, in vista del premio, che non è più un cuore, ma un lunario americano.

— Ah! — fece Lydia con amarezza, sragionando un po’ come succede alle donne almeno una volta nella vita. — Dimenticavo che per lei tutte le donne sono eguali.

— Sotto un certo punto di vista, sì: tuttavia, distinguo: vi sono le ingannate e le ingannatrici.

— Ah! ah! — esclamò Lydia buttando via la sigaretta e ridendo a gola spiegata — l’avvocato ha scoperte le sue batterie. Sicuro che lei preferisco le ingannate. [p. 131 modifica]

— Preferisco — disse Calmi, punto sconcertato — le donne semplici.

— Secondo lei, dunque, io sono complicata.

— Peggio ancora: vuol parerlo.

— Allora, non sono realmente complicata?

Fu Calmi, questa volta, che gettò via la sigaretta, dicendo con voce grave: — Guardi che bel cielo! Quando ero bambino mi assicuravano che al di sopra di questa vòlta azzurra c’è il paradiso, e che le stelle sono gli occhi degli angeli. L’ho creduto, e fui molto infelice il giorno che seppi esser tutto quell’azzurro nient’altro che aria e tutto quell’oro materie incandescenti. È stato un dolore inutile. Non era meglio dirmi subito la verità?

— E perchè fu ingannato a proposito del cielo, ora non crede più a nulla in terra?

— Credo alle dimostrazioni matematiche — rispose l’avvocato accendendo un’altra sigaretta.

— Del resto — esclamò Lydia a un tratto [p. 132 modifica] col suo farino malizioso — so bene qual’è l’ideale della donna per ognuno di voi. Ella deve nascer bella, sotto pena di non venire neppur guardata; deve essere forte e fredda per resistere a tutti... gli altri; sensibile e ardente per cedere a voi solo; deve praticare la virtù del sacrificio per lasciare a voi tutto il piacere; mostrarsi eroica, paziente e rassegnata per non incomodarvi troppo quando ne siete stanchi; e come le è dovuto attendere il vostro beneplacito per entrare nelle feste della vita, un vostro cenno ne la farà uscire. Il cattivo esempio ci viene nientemeno che da Salomone. Quel barbaro lasciò scritto: “La donna saggia sta in casa, fila e tesse vesti per il marito.„ Non ha nemmeno soggiunto: e per sè stessa.

— Le donne invece — continuò Calmi naturalmente, seguendo il filo del discorso, con una ironia sottile e leggera — non cercano neppure se l’uomo è bello, eroico, ardente, [p. 133 modifica] virtuoso; sono tanto buone che lo pigliano qual’è! basta che abbia i baffi con una data curva o che rida in un certo modo. Conosco una donna che si è innamorata di un giovinotto perchè aveva la cravatta mordoré. Salomone tace in proposito; ma molto tempo prima di lui, Eva, preferendo il serpente all’uomo, aveva già indicato il gusto femminile su questo argomento.

Lydia si sentiva inquieta e misteriosamente stuzzicata. Calmi le sembrava meno sciocco degli altri giovanotti; non le piaceva, ma avrebbe voluto piacergli, e si accorgeva di sprecare le sue civetterie.

A farlo apposta, era bella, quella sera, nella vestaglia bianca che le sfumava intorno al collo, mettondo una cornice di cigno alla sua testina così elegante. Il chiaro nitido della luna permetteva di scorgere tutte le piccole bellezze di cui andava fiera: le orecchie delicate, il collo sottile, l’attacco delle mani finissimo e rotondo; i piedini da fata, snelli, [p. 134 modifica] irrequieti nel sandalo di pelle bianca, che allacciava le sue linguette provocanti sopra una calza nera.

— Dia un’altra sigaretta anche a me. Grazie. Io non credo all’amore, per esempio (si fermò tossendo perchè il fumo le era entrato in gola), ma ho una fede grandissima nell’amicizia. Ah! l’amicizia è una bella cosa!

Oui, j’aime fort aussì le tabac à fumer.

— No, non scherzi. Non crede neppur all’amicizia lei!

— L’amicizia è una frase retorica.

— Ma lei non ha amici?

— Conosco molte persone che chiamo amici, perchè l’uso porta così; ma non darei un dito per nessuno di loro; nè essi per me.

— Io sento che sarei capace di qualunque sacrificio.

— Anche quello di tagliarsi un dito? Ci pensi; un dito non si rimette come un dente o come un parrucchino; e nemmeno un dente, [p. 135 modifica] e nemmeno una treccia, che si rimettono, ella rinunzierebbe a perdere per l’amica più cara.

Dopo un istante di silenzio riprese:

— L’amico ò quello a cui si ricorre quando si ha bisogno di cento lire; viceversa, saremmo molto contrariati, se nella stessa occasione l’amico ricorresse a noi. Ma ella non deve credere neppure a me. Nessuno deve credere a nessuno.

— In amore sì, in amore sì, la penso come lei. Ella si piccava su questo argomento, non vedendo il sorriso sarcastico dell’avvocato. — Ma per l’amicizia non le do ragione. Vediamo — soggiunse dopo un momento, tendendogli una manina diafana che ella stessa ammirava — se le offrissi la mia amicizia, la ricuserebbe?

— Non si ricusa un fiore, anche sapendo che domani sarà appassito.

— Incorreggibile scettico! [p. 136 modifica]

Si gettò abbandonata sul parapetto del terrazzo, fingendo di guardare la luna, molto indispettita contro Calmi, che ella avrebbe voluto ammansare come un agnello, e più che mai desiderosa di conquistarlo.

In quella notte di primavera, ella che era pure aliena da ogni sentimentabtà, provava un vago desiderio di avventure romanzesche.

Era la luna che batteva sul mare, riconducendole alle labbra le strofe amorose delle canzoni napoletane? Era la brezza che la toccava dolcemente, quasi tentandola, penetrando innocente e lasciva sotto le pieghe flosce della vestaglia, facendole errare sulla pelle l’impressione di una carezza? Si sentiva donna. Il fiore sbocciato della sua giovinezza mandava acuti profumi; non amava, ma un uomo era vicino a lei; un uomo che il suo cuore e la sua mente respingevano e che i suoi sensi inconsciamente chiamavano.

Lo pareva che una dichiarazione amorosa [p. 137 modifica] dovesse venirle di diritto. Avrebbe rifiutato il suo amore, positivamente, ma era curiosa di vedere che cosa fanno gli uomini in quel momento. Come mai non pensava a baciarle la mano? La teneva apposta appoggiata sulla balaustra, tutta bianca nel raggio lunare, col palmo disteso, i ditini affusolati, un po’ distanti l’uno dall’altro, il mignolo rialzato. Sapeva di avere la pelle morbida, gli ossicini minuti, le unghie color di rosa, e tutto questo meritava bene il piacere di vedere un uomo fuori di sè.

— Se fossi maritata — pensò — egli si sarebbe già slanciato; è strano come i giovanotti desiderano di leggere i libri già tagliati.

Alzò le spalle con un movimento pieno di civetteria, gettò indietro il capo, offrendosi tutta alla luce e respirò forte, con un visibile sollevamento del petto.

— Fa bene.

— L’aria? [p. 138 modifica]

— Sì, l’aria; quest’aria profumata di fiori e di mare; ha in se dei baci e dei morsi, delle carezze e dello punzecchiature...

— Che lei preferisce alle carezze?

— Chi glielo dice?

— Suppongo.

— Sbaglia. Sbaglia tutto sul conto mio.

Gli rimase davanti colla fronte alta, intorno alla quale i ricciolini chiari formavano aureola; coi grandi occhi aperti e scintillanti, colla bocca socchiusa nell’invito di un sorriso che era più dell’intenzione che delle labbra. Le sue narici palpitavano lievemente; tutto il volto era soffuso di quella pallida, strana velatura che sulle fisonomie delicate stende la voluttà.

Calmi fece un passo verso di lei, attratto; le prese i due polsi, avvicinandosela sempre più. Ne’ suoi occhi chiari s’era accesa una fiamma.

Lydia provò un istante di gioia indicibile; [p. 139 modifica] una vera gioia aspra, profonda, che la scosse dalla testa ai piedi. Terminò il sorriso, prima abbandonandosi indietro mollemente, sicura, assaporando il suo trionfo; poi rizzandosi di scatto tentennando il capo, ripetendo: — Sbaglia, sbaglia! — cogli occhi sempre fissi, dentro cui brillava ancora la fine del sorriso.

— Detestabile civetta — pensò Calmi — e si rifece di ghiaccio.

Buttata sul parapetto del terrazzo, Lydia tornò a guardare la luna, mormorando:

— Nulla, nulla, non c’è nulla.


Il resto della notte lo passò in ginocchio, davanti a un’ottomana dell’albergo, dove donna Clara si era sentita male improvvisamente.

Lydia non aveva mai visto un ammalato, ella stessa non era mai stata ammalata seriamente, il suo pensiero non si era mai posato a contemplare una infermità, ignorava perfino il nome delle malattie più comuni. Il [p. 140 modifica] suo sbigottimento al cospetto della mamma priva di sensi, era toccante e comico ad un punto.

La chiamava continuamente, prodigandole le cure più inutili, baciandola e scuotendole le mani, interrogando don Leopoldo per sentire da lui che mai poteva essere quel malore improvviso.

Sempre in ginocchio, sprofondata nelle pieghe del peluche bianco che le si ammucchiava intorno come uno zoccolo di neve, ella ergeva il busto, statuina moderna del dolore, senza cessare di essere elegante.

— Avvocato, avvocato, che sarà della mamma mia?

Dopo di avere interrogato inutilmente don Leopoldo, ella si rivolgeva a Calmi.

— Or ora vorrà il medico; sentiremo da lui.

I due uomini, però, si scambiavano occhiate poco rassicuranti. Don Leopoldo tremava, sinceramente commosso e più sinceramente [p. 141 modifica] ancora imbarazzato; Calmi, affatto indifferente, serbava il contegno di una persona educata in presenza dei dolori altrui.

— Se si potesse trasportarla sul letto...

— È meglio aspettare il medico.

La padrona dell’albergo, donna pratica, aveva portato dei senapismi assicurando che, se non facevano bene, non avrebbero neppure peggiorata la condizione dell’inferma.

Lydia guardava questi preparativi, trasognata, persuasa ancora che si trattasse di un semplice svenimento. Suggerì:

— Se le bagnassimo lo tempie con dell’acqua di Colonia?

Calmi fece spalluccia.

Quando venne il medico, non ebbe bisogno di un lungo esame per dichiarare il caso gravissimo. Era una paralisi fulminante.

Lydia non volle abbandonare sua madre, neanche dietro consiglio del medico. Del resto, si mostrava abbastanza forte, non [p. 142 modifica] spargendo nessuna lagrima, guardando l’ammalata e tutti e tutto con due grandi ocelli estatici nei quali la sorpresa dominava ancora il dolore.

— Tornerò fra qualche ora.

Così disse l’avvocato accomiatandosi; erano le tre del mattino. Lydia gli prese le mani disperatamente.

— Non è nulla, nevvero? Mi dica che guarirà !

Egli non la guardò neppure; svincolò le mani, mormorando:

— Speriamo, speriamo.

Don Leopoldo sembrava impietrito sull’ampio seggiolone ai piedi del letto, mentre Lydia, che aveva le sensazioni più inquiete, cambiava ogni momento di positura, sospirava, interrogava, stringendosi ora il cuore, ora le tempie.

Il medico aveva somministrato una pozione e ne stava aspettando l’esito, scambiando di tratto in tratto brevi parole con don Leopoldo. [p. 143 modifica]

All’alba, lo stato di donna Clara non era punto migliorato.

— Zio, zio, che te ne pare? — mormorò Lydia, buttandosi nelle braccia del vecchio gentiluomo. Ed egli intirizzito, con lo sguardo ebete, le labbra tremanti, trovò il coraggio di rispondere, abbozzando il sorriso dei giorni felici:

— Guarirà.

Tutti le nascondevano il vero, come sempre.

Verso le sette donna Clara riacquistò un sembiante di vita: aperse gli occhi e guardò sua figlia. Lydia si precipitò in ginocchio, tutta vôlta alla speranza, gridando:

— Mamma! mamma!

Ma le sue mani, che avevano allacciato il collo dell’inferma, si ritrassero impaurite davanti al gelo della morte: sua madre non le rendeva i baci: sua madre non la guardava più. Chiamò un’altra volta: — Mamma! mamma! — e poi cadde bocconi sul cadavere.