Lydia/XIV

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XIV

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XIII XV

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Aveva perdute le sue più care amiche, quelle che erano cresciute con lei, ch’ella aveva amate col trasporto dei giovani anni.

La signora Avella non frequentava più la società, lasciando rallentare, nell’egoismo dell’amore felice, ogni altro vincolo. Le loro vite, che erano incominciate insieme, con speranze uguali, vennero poi bruscamente divise; si [p. 225 modifica] volevano bene ancora, ma non si comprendevano più.

Costanza Jeronima, rimasta orfana, ed entrata come sorella nella Croce Rossa, prima di partire per una lontana spedizione, venne a salutare Lydia. Le due fanciulle si abbracciarono con molta commozione, ma Costanza era la più forte. Il tempo della lotta — poiché anche per lei c’era stata una lotta, ed aspra, e dura — non esisteva più. Aveva vinto. Sopra il suo volto di santa, un colorito vivace indicava l’equilibrio del corpo collo spirito. L’orgoglio patrizio non era scomparso dagli occhi azzurri, dolcissimi; ma si era trasformato in una più grande dolcezza, in una abitudine continua di misericordia e di pietà.

Nel lasciarsi, forse per sempre, rammentarono sorridendo il loro motto d’una volta.

— Sei rimasta fedele al tuo — disse Lydia — O tutto o nulla. Voleva aggiungere, avvezza com’era allo scherzo: — Ed io al mio: [p. 226 modifica] Divertirmi! — Ma la parola le morì sulle labbra. Si strinse tenacemente all’amica, raccomandandole di non dimenticarla; e per tutto quel giorno non volle veder nessuno, standosene chiusa in camera a ripassare i vecchi quaderni pieni di memorie e il giornaletto sul quale, per un intero inverno, aveva scritte le proprie impressioni.

Era invecchiato il giornaletto, nella sua copertina di velluto color oltremare; le cifre d’argento apparivano brune; i fiori secchi della prima pagina, appena urtati, caddero in polvere.

Non potè rammentarsi di chi erano quei fiori, né dove côlti, né perchè conservati.

— La pazzerella che fui! — pensò; e presa la penna scrisse in fondo, all’ultima pagina: “Il solco nero, corroso, irto di sassi, che il torrente scava sul dorso della montagna, era dapprima una verde china dove spuntavano i fiori.„ [p. 227 modifica]

Rilesse attentamente, vellicandosi colla penna la sommità dell’orecchio, e ripetè a mezza voce:

“....una verde china dove spuntavano i fiori.„ Sì, è così.


In quei giorni aveva stabilita una grande intimità colla figlia della contessa Colombo, la baronessa von Stern. L’isolamento in cui viveva e l’abbandono delle dilette amiche le fecero abbracciare con gioia l’emozione di un affetto nuovo; perchè fu un vero affetto ardente, spontaneo, quello che Lydia risentì per l’antica compagna, alle cui nozze aveva assistito motteggiando.

La figlia della contessa Colombo era, come la madre, una creatura dall’occhio vorace, dalle labbra brucianti, dalla magrezza serpentina e lasciva. La lunga abitudine di una vita signorile temperava in lei la volgarità della razza; era più colta, più raffinata, ma per l’osservatore esercitato l’avventuriera [p. 228 modifica] ancora sotto il torciglione della baronessa.

Quindici anni trascorsi a Vienna, nella società più allegra e corrotta, avevano conferito alla baronessa von Stern la seduzione piccante di un fiore esotico. I suoi profumi erano differenti da quelli conosciuti; i suoi abiti uscivano dalla moda generale, imponendosi con una originalità audace. Si moveva, parlava, rideva con rivelazioni nuove ed impreviste, eccitando la curiosità. I suoi modi arditi avevano quel tanto di convenienza che occorre per farsi accettare; ma in qualunque questione ella trinciava colla sicurezza di una donna che non ha mai trovato ostacoli alla propria volontà.

Non parve vero a Lydia di potersi gettare nelle braccia di questa nuova amica; per cui si vedevano tutti i giorni; si scrivevano dei bigliettini, andavano insieme a passeggio, a teatro, ai concerti. Se Lydia capitava dalla baronessa intanto che quella stava vestendosi, [p. 229 modifica] era subito invitata ad entrare in camera; Lydia, alla prima occasione faceva altrettanto. In capo a quindici giorni sapevano l’una dell’altra tutte le intimità femminili, la forma dei loro busti e la guarnizione delle loro camicie. Si erano provate le scarpe: Thèa, per quanto avesse il piede piccolo, non potè entrare nelle scarpine di Lydia; Lydia, a sua volta, trovò che la cintura di Thèa misurava un centimetro meno della sua.

Ma non erano ancora al tempo dell’invidia. Lydia si mostrava entusiasta della sua baronessa, ne parlava con tutti, esaltandone lo spirito, la disinvoltura, l’eleganza piccante.

Facevano dei progetti grandiosi. Quando Thèa sarebbe tornata a Vienna doveva condurre Lydia con sé; suo marito, il barone, l’avrebbe vista tanto volentieri.

— Ti lascia fare quello che vuoi, tuo marito?

— Lo credo bene!

La baronessa sembrava una donna [p. 230 modifica] pienamente felice. Aveva un figlio nel collegio imperiale, un giovanetto di quattordici anni, del quale mostrava con orgoglio le lettere. A Vienna, narrava, era amata da tutti, corteggiata fino alla sazietà, ricercata nei migliori salotti. Parlava spesso e volentieri de’ suoi trionfi; parlandone, le si accendeva nello sguardo la stessa fiamma divoratrice che aveva reso celebri gli occhi di sua madre. — In quegli occhi — diceva Calmi — ci sono altri vent’anni d’appetito per gli uomini, dieci per l’écarté, e non mi stupirei che ne avanzasse ancora per Dio. Buona razza non fallisce mai.

Lydia si arrabbiava un pochino a sentir parlare così. Per Calmi non c’era nulla di sacro; e gli chiudeva la bocca colla sua pezzuola profumata, proclamando la baronessa von Stern la più simpatica delle amiche.


Un giorno, dopo parecchi mesi che non si vedevano, Lydia incontrò in un negozio la [p. 231 modifica] signora Avella, e le parve che Eva tentasse di evitarla. Però, non essendovi riuscita, le due antiche amiche si strinsero la mano.

— Non vieni mai a trovarmi — disse Lydia.

— Sono molto occupata.

— A farti adorare? Capisco, ma tuo marito non è in casa tutto il giorno.

— Mi occupo... dell’avvenire.

— Ah!

Lydia sorrise, di un brutto sorriso che aveva imparato recentemente; duro, forzato, che le segnava una ruga tra le labbra e il mento, e che rassomigliava a una smorfia.

— Tu — disse la signora Avella dopo un minuto di esitazione — vai sempre con Thèa?

— Sì, non ho ormai altra amica. Tutte mi hanno abbandonata.

— E tu — riprese dolcemente la signora Avella, senza rilevare il sarcasmo — dovresti abbandonare lei.

— Perchè? [p. 232 modifica]

— Sai.... è una certa famiglia....

— Che importa? Thèa è una signora perfetta.

— Non è quello che pensa il mondo.

— Il mondo è una massa di imbecilli.

La signora Avella si morse le labbra. Strinse ancora la mano di Lydia con un’affettuosità prolungata e muta, che quella non avvertì; e si staccò lentamente, dolorosamente volgendole una lunga occhiata piena di rammarico.

Intanto Lydia pensava con dispetto: — Anche lei come tutte le altre!


Nella grande intimità sorta fra Lydia e Thèa l’argomento amore non poteva essere lasciato da parte, e non lo fu. Ma anche qui si posero subito d’accordo, giudicando che nessun uomo al mondo vale la pena di essere amato.

— Tolto naturalmente tuo marito? — aveva soggiunto Lydia. [p. 233 modifica]

La baronessa socchiuse gli occhi, guardando Lydia attentamente, e poi rispose con accento deciso:

— Certo. Però l’amore coniugale non è proprio quello che voialtre ragazze vi immaginate....

— Lo so! — rispose Lydia con prontezza. — Non farmi l’affronto di suppormi così ingenua.

— E nemmeno l’altro amore — continuò con indolenza la baronessa — non è l’amore....

Si interruppe, indecisa, continuando a guardare Lydia attraverso gli occhi socchiusi.

— Tuttavia — chiese la ragazza — mi consigli a maritarmi, sì o no?

— Mi stupisco che non l’abbi ancora fatto. Vediamo, se sposassi Calmi? Egli è di famiglia nobile, non esercita l’avvocatura; ricco, simpatico, educato....

Lydia rise forte:

— Proprio Calmi è il solo uomo che non [p. 234 modifica] mi voglia sposare. Credi che non mi fa nemmeno un bricciolo di corte?

— Che è dunque?

— Un amico.

— Platonico! — fece Thèa con un riso stridulo. — E gli altri?

— Oh! gli altri mi prenderebbero, credo; qualcuno per i miei begli occhi, e tutti per la mia dote; ma non me ne piace alcuno.

— Non conviene avere un ideale troppo vasto.

— Ma io non ho ideali. Cerco solamente un uomo che mi piaccia.

— È già troppo.

— Devi considerare — disse Lydia con una certa alterigia — che il mio caso non è quello di una povera ragazza, obbligata a maritarsi per forza, per non restare a carico dei parenti, per avere una casa, un pane, che so io! La signorina Lydia non ha bisogno di un marito. [p. 235 modifica]

— Si ha sempre bisogno di un marito; è assioma.

Detto ciò, con molta filosofica pacatezza, Thèa soggiunse:

— Te lo cercheremo a Vienna. Mio marito ha una quantità di cugini, e i cugini una quantità di amici; conosciamo tutti i giovinotti dai venti ai quarant’anni.

— Mi avevi parlato — esclamò Lydia rammentando un discorso del giorno prima — di un cugino di tuo marito che viene sempre in casa vostra.

— Keptsky?

— Sì, Keptsky. Non sarà quello che destini alla mia felicità.

— No — interruppe prontamente la baronessa; e tornò a fissare sulla ragazza i suoi occhi penetranti.

— È di Vienna anche lui?

Lydia si sentiva trascinata a parlare di quell’ignoto, trascinata in modo da non [p. 236 modifica] gersi che la sua amica le rispondeva con un accento secco.

— Sua madre era viennese. Egli è figlio di un russo.


Passarono alcuni giorni.

Nel salotto della contessa Colombo, la vecchia signora, aggrinzata come un papiro, secca e nera, con nastri rossi sull’abito, giocava una partita a poker insieme a’ suoi fidi e gridava agitandosi sulla sedia; sempre ardente, sempre febbrile, mandando lampi dal fondo delle occhiaie vizze.

Lydia e Thèa in un cantuccio, sedute sopra un divano, facevano passare delle fotografie viennesi, commentandole, ricamandovi sopra l’aneddotino.

— A me piacciono le donne — disse Lydia mettendo da parte quattro o cinque colonnelli, un ministro e buon numero di baroni — il sesso forte, non avendo per appannaggio di [p. 237 modifica] natura che questo solo aggettivo, perde troppo a esser visto sulla carta.

— Ecco l’imperatrice.

— Stupenda creatura!

— E le arciduchesse, Stefania, Giselda.... questa è la principessa di Metternic, questa la baronessa Rothschild....

Ad ogni nome, Lydia approvava con un cenno di capo, seria e contegnosa, sembrandole che un po’ del cerimoniale di corte uscisse da tutte quelle fotografie auguste.

— E questa? — esclamò, sollevandone una alla fiamma della lucerna per vederla meglio.

— Non è una donna, ti prego — ghignò la baronessa, abbandonandosi sulla spalliera del divano.

— Ma è la più meravigliosa faccia d’uomo ch’io abbia mai vista.

— Davvero?

— Chi è?

— Indovina. [p. 238 modifica]

— Il principe imperiale.

Thèa rise molto, coprendosi la bocca col ventaglio.

— Un principe sicuro.

— Un po’ meno.

— Un duca.

— Neppure.

— Un marchese? Non dirmi di no; m’affliggeresti troppo annunciandomi che questo volto da semidio appartiene a un impiegato delle finanze o ad un banchiere. È conte, almeno?

— È mio cugino Keptsky.

Thèa lasciò cadere queste parole lentamente mordendole quasi.

Una lieve eccitazione, lievissima, come un velo roseo, salì alle guancie di Lydia, intanto che contemplava il ritratto.

— Che bel tipo, non è vero? Oh gli slavi, se li conoscessi!

La baronessa aveva fatta questa [p. 239 modifica] esclamazione con una specie di trasporto, cogli occhi che le scintillavano.

— Ma è veramente così bello? — si arrischiò a domandare Lydia.

— Più bello ancora — rispose Thèa. Con un movimento brusco portò la mano al petto, come se volesse aprire l’abito, ma si fermò.

— Più bello ancora! — ripetè, scandendo le sillabe.

Lydia posò la fotografia a malincuore, e quelle che restavano guardò distratta e svogliata. Prima di lasciare il divano, tornò a prendere il ritratto di Keptsky e gli diede un’ultima occhiata.

Intanto la baronessa, seguendo lo sguardo di Lydia, mormorava colla sua voce languida che sembrava uno spegnitoio gettato sopra una fiamma:

— È tenente negli ussari della guardia.