Morgante/Cantare ventesimoquarto

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Cantare ventesimoquarto

../Cantare ventesimoterzo ../Cantare ventesimoquinto IncludiIntestazione 22 settembre 2009 75% Poemi epici

Cantare ventesimoquarto
Cantare ventesimoterzo Cantare ventesimoquinto

 
1   Non chi comincia ha meritato, è scritto
     nel tuo santo Evangel, benigno Padre:
     convien che tu mi tragga fuor d’Egitto
     per gire in parte di salute madre.
     Il popol de’ cristian fia presto afflitto:
     aiuta tu le tue fedele squadre,
     ch’io non posso altro far che la mia penna
     tosto non bagni nel sangue di Senna.

2   E benché il ver malvolentier qui scriva,
     convien ch’io scriva pur come altri scrisse,
     per non far come all’alta storia argiva.
     Omer troppo essaltò gli error d’Ulisse,
     e del figliuol famoso della diva
     non so se il vero appunto anche si disse.
     Accetta il savio infin la vera gloria:
     e così seguiren la nostra istoria.

3   Rinaldo e Fuligatto e Ricciardetto,
     Guicciardo, Alardo si ritroverranno;
     né so quando si fia: non l’ho ancor detto;
     per molti error pel mondo insieme andranno.
     Non fu questo al principio mio concetto;
     pertanto a Montalban si torneranno
     e quivi finiran gli ultimi giorni;
     e chi non vuol tornar di lor, non torni.

4   Non so se Fuligatto Montalbano
     vedrà, ché pel cammin forse fia morto.
     Io cominciai a cantar di Carlo Mano:
     convien che ’l mio cantar pur giunga in porto,
     e ch’io punisca il traditor di Gano
     d’un tradimento già ch’io veggo scorto
     cogli occhi della mente in uno specchio;
     e increscemi di Carlo, che è pur vecchio.

5   O Carlo, avventurato presto in Cielo,
     tu sarai tribolato al mondo ancora,
     che pur pensando al cor mi nasce un gelo!
     Tornato è Gano, e notte e dì lavora,
     ché il mal del traditor ne va col pelo;
     e Carlo al modo usato crede, e ignora
     che il traditor si stia maggese o sodo,
     e non pensassi ogni malizia e frodo.

6   Del Veglio, il gran sir già della Montagna,
     rimase un figliuol detto Buiaforte,
     e per paura si fuggì in Ispagna,
     e il re Marsilio lo tenne in sua corte,
     perché l’alta regina egregia e magna
     Antea cercava di dargli la morte
     e molto il perseguì colle sue squadre,
     recordata dell’odio del suo padre.

7   Venne costui nell’arme valoroso,
     ma molto fu superbo ed arrogante,
     e in piccol tempo diventò famoso
     e fece assai per la fede affricante.
     Portava un baston duro e ponderoso
     ed avea membra quasi di gigante;
     e molto amava il re Marsilio questo,
     come altra volta fia più chiaro il testo.

8   Intanto la gran fama in tutto suona
     della reina glorïosa Antea,
     che adorar si facea in Bambillona,
     né più Semiramisse si dicea.
     Ella tenea lo scettro e la corona
     dell’Orïente, e pur nel cor avea
     la morte del suo padre, e tempo aspetta
     contra a’ cristian per far crudel vendetta.

9   Ed ogni volta ch’ell’andava a mensa
     gli era il pan sottosopra innanzi volto,
     che denotava del Soldan l’offensa
     e l’odio che nel petto avea sepolto.
     Proverbio è: chi ben siede, alfin mal pensa.
     Ebbe pur loco il suo pensiero stolto,
     ché nel cor femminil può molto sdegno;
     e Ganellon vi misse ogni suo ingegno.

10 Era tornato, come io dissi, Gano,
     e molte volte lettere avea scritto
     e rinnovato l’odio del Soldano,
     e che Rinaldo si sta per lo Egitto;
     e come molto vecchio è Carlo Mano,
     ch’omai si potea dir per gli anni afflitto:
     ch’addirizzassi sua famosa insegna
     in Francia, e presto con sua gente vegna.

11 Teneva Antea gran corte e baronia,
     e chi più crede poi poter, più erra:
     chi una cosa, chi altra dicìa,
     che si dovessi a’ cristian muover guerra;
     e ricordava ognun la villania
     come Morgante avea guasta la terra,
     e come Orlando pose il campo a torto
     e fu cagion che il lor signor sia morto.

12 E tutti infine un dì fecion concilio,
     dove l’alta regina ed ognun disse;
     ed accordârsi scrivere a Marsilio
     che inverso Francia con gente venisse:
     apparecchiassi tutto il suo navilio
     e dalla parte di Spagna assalisse;
     e intanto Antea a Parigi verrebbe,
     e gran vendette ognun di lor farebbe.

13 A Siragozza questa impresa piace;
     e perché egli era in Francia imbasciatore
     re Bianciardino, e trattava la pace
     tra re Marsilio e Carlo imperatore,
     poi che questo altro parer fu capace,
     fu rimandato per esso a furore,
     e che tornassi battendo le penne;
     e colle trombe nel sacco ne venne.

14 Ed ordinò gran popol saracino
     il re Marsilio e per terra e per mare;
     ma ritornato, il savio Bianciardino
     cominciò questa impresa a sconfortare;
     e seppe insino a’ tempi di Pipino
     tante cose a Marsilio ricordare,
     che gli mostrò la guerra assai dubbiosa,
     e consigliollo alfin di stare in posa.

15 Era pur savio il re Marsilïone,
     e molto a Bianciardin prestava fede;
     e raffreddossi, intese le ragione,
     e scrisse ’Antea che ’l tempo nol concede:
     ch’avea da Carlo Man buona intenzione,
     e così Bianciardin diceva; e crede
     che in piccol tempo sua Corona magna
     farà la pace e renderà la Spagna.

16 Aveva Carlo la Spagna racquistata
     per coronarne il suo nipote e conte
     e di tutta Araona e di Granata,
     e Ferraù morto era già in sul ponte;
     ma perché questa è cosa assai vulgata
     e tante lunghe istorie ne son conte,
     ritorneremo alla reina Antea
     che di nuovo a Marsilio rescrivea.

17 Ma poi che in mezzo di tutto il consilio
     aperte e lette le lettere furno,
     fu la risposta fatta da Marsilio
     che teneva e di piombo e di coturno,
     e molto piacque a tutto il suo concilio;
     e disse, come Dïomede a Turno,
     che si penteva del tempo passato,
     ché poco aveva con Carlo acquistato.

18 Iscrisse adunque la reina a Gano
     che dovessi aguzzar tutti i suoi ferri,
     e come il re Marsilio spera invano,
     e Bianciardin gli par di lunga l’erri
     che rendessi la Spagna Carlo Mano
     e mostragli per datter men che cerri:
     che il confortassi a dargli aiuto e presto,
     ché il tempo accomodato proprio è questo.

19 Or chi vorrà insegnare al traditore
     commetter qualche scandol, qualche frodo,
     sarà come chi insegna al buon sartore
     tener l’anello in dito o fare il nodo.
     Non è guarito Gan del peccatore,
     e scrisse al re Marsilio in questo modo:
     «Salute in prima al gran signore ispano
     manda il suo caro, umìl servitor Gano.

20 Tu vuoi, Marsilio, far come fa quello
     che giuoca a scacchi e pensa d’un bel tratto,
     e poi che l’ha veduto, d’un più bello
     ricerca, e non gli basta scaccomatto.
     Il lupo vuol far pace con l’agnello
     e che si scriva per suo dato e fatto
     e statico il monton sia dato e’ cani:
     e tu sarai quel desso e’ tuoi pagani.

21 Loïca non è questa, ognun la intende,
     salvo che Bianciardin che tu mandasti,
     il qual forse costì del senno vende,
     ma qui non n’arrecò tanto che basti.
     Non so come le cetere or distende;
     ma perché molto me lo commendasti,
     io feci più che tu non hai richiesto,
     e conferi’ quel che non era onesto;

22 e dissi pur che non credessi a Namo
     e molto meno al duca di Brettagna,
     ch’ognun ha sotto l’esca, il fuoco e l’amo.
     E’ si pensò recarne in man la Spagna:
     e’ m’incresce che qua noi ne ridiamo,
     e presto arai la pace alle calcagna,
     cioè Orlando, il nipote di Carlo,
     ché tutti siam d’accordo a coronarlo.

23 Tu hai pur tanto tempo combattuto
     con Carlo, che oramai debbi sapere
     che vorrebbe dal Ciel qualche tributo,
     poi che Fiovo suo ebbe le bandiere;
     o forse Bianciardino è troppo astuto
     e non ti lascia ogni cosa vedere:
     però, se appresso a te quel savio tiensi,
     fa’ che tu anche come savio pensi:

24 ch’io non ho Bianciardin per uom sì grosso
     che e’ creda che la Spagna si rendesse,
     e però il capo ritrovar non posso
     del filo a questa tela che si tesse;
     ma so che presto Orlando ti fia addosso,
     ché molto son qua larghe le promesse
     di dargli in ogni modo la corona
     di Granata e di Spagna e d’Araona.

25 Vero è che a questi giorni intesi cosa
     che allor te giudicavo più che saggio,
     e come Antea, la reina famosa,
     con molta gente in qua facea passaggio,
     ed era il tempo a voler còr la rosa
     appunto come al principio di maggio,
     e credo ancor tu sentirai lo scoppio:
     pensa, col tuo favor, se egli era a doppio.

26 Tanto è che Carlo non fu poi più lieto,
     e credo ancor che Orlando abbi paura;
     ma e’ sa simular come discreto,
     e tuttavolta a’ remedii procura;
     e se vuoi pur ch’io dica ogni segreto,
     e’ triemon qua di Parigi le mura
     ed ognun già se gli arriccia la chioma,
     che ’l barbaro Anibàl par vadi a Roma.

27 Or non bisogna al prudente consiglio.
     Io so che tu cognosci il Maïnetto:
     tu lo tenesti in corte come figlio,
     e riscaldasti la serpe nel petto:
     io veggo il regno tuo con gran periglio,
     ed arai presto a pigliar pel ciuffetto
     un gran lïon che ti parrà rapace:
     questo fia forse e la Spagna e la pace.

28 Or di’ a Bianciardin dunque a tua posta
     ch’io non so ben se ti consiglia o sogna;
     e non mandare indrieto altra risposta.
     Iscrivi a Antea, ché so che ti bisogna;
     e pensa ben che, se Orlando s’accosta,
     la sua corona è tua mitera e gogna,
     e tutto il popol tuo veggo in essilio.
     Ora io t’ho detto il mio parer, Marsilio».

29 La lettera a Marsilio porta un messo,
     il qual trovò dove era, a Siragozza;
     baciòe la mano, in terra genuflesso,
     che presto gli vorrebbe veder mozza.
     Marsilio cognoscea il sigillo impresso,
     e lesse, e il messo impicca per la strozza:
     ché intese, come pratico e discreto,
     quel «Non mandare altra risposta indrieto».

30 E scrisse a Bambillona alla reina
     ch’avea mutata nuova opinïone,
     e tutta la sua gente saracina
     apparecchiava sotto il gonfalone;
     e parte ne fia presto alla marina,
     e centomila o più sopra l’arcione,
     e Balugante fia suo capitano;
     e mandògli la lettera di Gano.

31 Ah! - disse Antea - tu se’ pure il maestro
     de’ tradimenti, Gan! Ma s’io ritorno
     in Francia più, t’appiccherò il capestro! -
     E tutte le sue gente s’assettorno,
     sì che gli arcier, sanza numero equestro,
     dugentomila o più si rassegnorno
     di Persia e quasi di tutta Soria,
     d’una bella e forbita compagnia.

32 Non si ricorda Antea più di Rinaldo:
     sapea che per lo Egitto era già vecchio;
     era passato quel sì ardente caldo,
     e tuttavolta attende al suo apparecchio.
     Intanto Gano, ostinato e ribaldo,
     attento sempre teneva l’orecchio,
     e dubitava di ciò che gli è detto,
     ché e’ non è traditor sanza sospetto;

33 ed ordinava ogni dì feste e giostra
     acciò che ognuno attenda a sollazzare,
     e sempre il primo, caldo si dimostra
     ch’Orlando si dovessi coronare:
     - Questo è pure il campion della fé nostra! -
     dicea con Carlo, e sapea simulare;
     e ciò che e’ dice, in mezzo il cor gli tocca,
     che par che gli esca san Matteo di bocca

34 e Luca e Marco e Giovanni e poi Cristo.
     O traditor malvagio, o Scarïotto,
     tu n’hai pur fatte più che Giuda a Cristo!
     Ma non sanza cagion si dice un motto:
     che il sabato non paga sempre Cristo:
     e’ non vi fia poi infine un quattrin rotto.
     Non è del pagamento il tempo giunto:
     Colui che il tempo fe’, sa il tempo appunto.

35 Carlo si stava in Parigi contento;
     era già vecchio e pur canuto e bianco;
     pensa che in Gano il mal seme sia spento,
     e pur se non è sazio, almen sia stanco;
     ma egli aveva a ogni piaga unguento
     e ’l coltel tossicato sempre al fianco,
     e lascerà la pelle omai col vezzo,
     e non è peggior mal che quel da sezzo.

36 Intanto le novelle son venute
     come Marsilio raguna gran gente,
     e molte nave in mar già son vedute
     che s’apparecchion continovamente;
     ma non son le malizie cognosciute
     di Gano: ancora ignun non sa nïente;
     vero è che la partita così sùbita
     di Bianciardin fa ch’ogni savio dubita.

37 Carlo fe’ tutto il consiglio chiamare,
     e Ganellone il primo fu in bigoncia,
     e seppe come e’ suol ceramellare;
     e le sue maliziette in modo acconcia
     che Carlo ancor se ne lascia menare.
     Ma Turpin savio la ballata sconcia,
     e disse: - Gan, tu puoi dire a tuo senno,
     ché non s’accordan le parole e ’l cenno. -

38 Riprese adunque Namo le parole:
     andò per molte vie girando quello
     e rïuscì poi infine dove e’ vuole,
     e rovesciògli in capo un gran cappello.
     Il duca Astolfo fece come e’ suole:
     non aspettòe che si tocchi il zimbello,
     e disse: - Ganellon, tu ne fai troppe,
     e non sai ben che le bugie son zoppe

39 e però si cognosce a quelle il vero. -
     Ma dopo Astolfo il conte Orlando disse:
     - O Gan, questo ermellin sarà poi nero.
     Meglio era il primo dì che tu morisse,
     anzi nato non fussi al nostro impero!
     Quanto mal, quante guerre, quante risse
     son per te seguitate, orrendo mostro,
     inimico a Dio ed infamia al secol nostro! -

40 Aveva il signor prima di Brettagna
     consigliato: - A me par che innanzi tratto,
     sanza saper se ci è dolo o magagna,
     s’impicchi Ganellon, che fia pur fatto:
     noi daremo un dì tutti in una ragna
     come stornegli in qualche luogo piatto. -
     Ma non fu ben questa parola intesa,
     che presto in Roncisvalle sarà tesa.

41 Rizzossi dopo Salamone Avino,
     perché Gan si scusava, e disse: - Aspetta:
     non ti vidi io parlar con Bianciardino
     nell’orto, e in qua ed in là far la civetta?
     Che dicevi tu, i salmi o il mattutino?
     Va’ impìccati tu stesso alla giubbetta,
     ch’io non so come la terra sostienti!
     Non se’ tu sazio ancor di tradimenti? -

42 Disse il Danese: - Ascolta un poco, Gano:
     quel dì che Bianciardin ti disse: «Taci»
     e strinseti, io ti vidi pur, la mano,
     per certo tu trattavi altro che paci!
     E’ m’incresce tu ciurmi Carlo Mano,
     che non cognosce ancor di Giuda i baci,
     ed io già veggo le lanterne e’ fusti,
     come reo traditor che sempre fusti. -

43 Gano alfin pure al Danese rispose:
     - Io son sempre il berzaglio a ogni mira;
     ognun fa sopra me sue belle chiose.
     Non mi riprenda il mio signor con ira.
     Con Bianciardino io dissi molte cose
     come l’una parola un’altra tira
     e balza a’ testamenti nuovi e vecchi:
     tu ci sentisti perché avevi orecchi.

44 E nel giardino un dì sendo rimasi
     dove Avin m’ha veduto civettare,
     mi conferì suoi fatti e certi casi
     come suol l’uno amico all’altro fare
     per consigliarsi; e non vi stemo quasi.
     Colui che è giusto non suol dubitare:
     al peccator suol ben parer l’un due
     e ch’ogni mosca sia per l’aria un grue.

45 Io mi son, Carlo, a sofferire avvezzo
     ed ho fatto buon gusto e buon orecchio;
     e quando il falso attorno è ito un pezzo,
     convien che il vero appaia in ogni specchio.
     Così fussi quel giorno stato il sezzo
     ch’i’ venni in corte, ov’io mi trovo vecchio,
     lasciata la mia patria e qualche regno
     per riportarne ingratitudo e sdegno!

46 Io me n’andrò, così vecchio, in Maganza;
     e qualche volta, poi ch’io sarò morto,
     cognosciuta sarà questa arroganza
     che mille volte m’ha incolpato a torto.
     Tu hai dato a costor troppa baldanza,
     o Carlo, o Carlo; e la pena io ne porto.
     Ma infin tra’ can si resterà la rabbia,
     ch’io farò ben: chi pensa mal, mal abbia! -

47 Disse Ulivieri: - Ah, traditor ribaldo!
     Io scoppio, Carlo, io non posso tacere.
     E’ si par ben che non c’è più Rinaldo,
     ch’e’ ti farebbe ancor l’olio tenere. -
     E non poté per ira star più saldo
     e levossi turbato da sedere,
     e dètte al conte Gano una guanciata
     che nel viso e nel cor riman segnata.

48 Ah, Ulivier, tu il piangerai ancora
     in Roncisvalle, e sarai mal contento!
     Questo è quel dì che Maddalena adora
     e sparge a’ piedi il prezïoso unguento;
     questa ceffata è foco che lavora,
     che fia col sangue de’ cristiani spento;
     vedrai che in Ganellon può questo sdegno
     tanto, che ’l Cielo ancor ne farà segno.

49 Era Ulivieri alle volte superbo.
     Gan bisognòe ch’avessi pazïenzia,
     e disse: - Va’ pur là, ch’io te la serbo.
     Carlo, questo m’è fatto in tua presenzia. -
     E dipartissi sanza dir più verbo.
     Carlo gridava: - Ah, poca reverenzia!
     Superbo, arroganton, bestiale e matto!
     Io ti farò quel che tu cerchi un tratto. -

50 Disse Ulivieri: - A te si vorre’ dare
     tanto in sul cul che diventassi rosso,
     e farti a Gano, il tuo mignon, frustare,
     che t’ha sempre trattato come uom grosso. -
     Carlo si volle di sedia levare
     e trasse il pugnal fuor per irgli addosso:
     se non che Orlando al marchese di Vienna
     che si levassi dalla furia accenna.

51 Poi disse a Carlo Magno il suo parere:
     che tempo non gli par da perder tempo,
     ma che si debba al caso provedere,
     acciò che i lor remedii sieno a tempo;
     e che il consiglio dovessi a sedere
     l’altra mattina ritornar per tempo,
     da poi ch’egli era la sera adirato:
     ché chi s’adira non è consigliato.

52 E perché molti aüttori hanno detto
     che Ulivier diè la ceffata a Gano
     quando e’ fu poi con Bianciardino eletto,
     parmi che il lor giudicio sia qui strano
     di mandar con isdegno e con dispetto
     a trattar pace col gran sire ispano
     un traditor come era Ganellone;
     e scambian Bianciardin da Falserone.

53 In questo tempo arrivava a Marsilia
     una nave transcorsa per fortuna,
     e raccontava una trista vigilia
     di mala festa, che non si digiuna:
     e come Antea già ben trecentomilia
     a Bambillona e per tutto rauna,
     e come in Francia la guerra è giurata
     e tuttavia s’apparecchia l’armata.

54 Il perché Carlo il consiglio chiamòe
     e i paladini, e il lor parere intese;
     e parve a tutti, e così si fermòe,
     che si mandassi in Ispagna il Danese,
     perché già Macometto là adoròe
     e sapeva il costume del paese;
     e che menasse per ogni respetto
     Astolfo e Berlinghieri e Sansonetto.

55 Ed ordinò per tutta Francia Orlando
     le città, le fortezze e le castella
     insino alla marina capitando,
     acciò che fussi preparata quella;
     e fece in ogni parte andare il bando
     ch’ognun presto sia in punto in su la sella,
     e tutti i franchi arcier sieno a Parigi
     dinanzi a Carlo il dì di san Dionigi.

56 E in poco tempo raccozzato fue
     della Franca Contea, di Normandia,
     Silanda, Ilanda e l’altre isole sue,
     da Rossiglion, Navarra e Piccardia
     e d’altri luoghi, centomila o piùe:
     giunse a Parigi questa compagnia
     di molte lingue e di molti paesi,
     conti, prìncipi assai, duchi e marchesi.

57 Ma innanzi che i cristian sieno assembrati,
     arrivata è la gente saracina
     in molti porti, e per forza smontati,
     ed occupavan tutta la marina:
     verso Parigi si son dirizzati
     sotto l’insegne della lor reina;
     e cuopron le montagne e’ colli e’ piani,
     guastando tutti i paesi cristiani.

58 Aveva Antea menati due giganti
     ch’eran venuti del mar della rena,
     che non si vide mai maggior briganti:
     dodici braccia lunga era la schiena:
     pensa che il resto poi sia due cotanti;
     e portavan due coste di balena,
     e dove e’ giungon, dinanzi o di dietro,
     ogni arme sgretolavan come vetro.

59 Eran questi giganti molto fieri
     Cattabriga chiamati e Fallalbacchio:
     gli uomin parean fantaccini di ceri,
     e tristo a quel ch’aspetterà il batacchio,
     ché e’ leverà la mosca di leggieri
     e sopra l’elmo schiaccerà il pistacchio;
     e innanzi a tutta la turba veniéno,
     e par che triemi lor sotto il terreno.

60 Vengon costor, saccheggiando e scorrendo,
     verso Parigi, ogni cosa rubando,
     castelli e ville e borghi e case ardendo
     come è usanza, e le donne sforzando,
     uomini e bestie e fanciulli uccidendo;
     della qual cosa è mal contento Orlando
     quando sentì la lor bestiale ingiuria,
     e rassettava le sue gente a furia.

61 Diceva Gano: - Or non sono io quel desso
     c’ho fatto questa volta i tradimenti!
     Fa’ sempre bene e giudica te stesso. -
     Ah, traditor, tu sai che tu ne menti!
     E sempre intorno a Carlo era il più presso,
     dicendo: - Imperator, di che spaventi?
     Non dubitar quando c’è il conte nostro. -
     E più fedel parea che il paternostro.

62 Già eron presso a quattro leghe o manco
     i saracini, e i giganti con loro;
     e il capitano è innanzi ardito e franco,
     che si faceva chiamar Sicumoro;
     e gli stendardi il campo avevon bianco,
     dove era un Macometto in alto d’oro;
     ed Antea lieta si venìa appressando,
     ch’avea gran voglia rivedere Orlando.

63 Era apparito in que’ dì gran prodigi,
     portenti, augurî e segni e casi strani,
     piovuto sangue per tutto Parigi,
     urlavan giorno e notte tutti i cani.
     Intanto a Montalbano è Malagigi,
     e vide in gran pericolo i cristiani;
     venne a Orlando, e l’arte sua gittorno
     e tutte queste cose interpetrorno:

64 e ben cognobbon come Gano è quello
     c’ha fatto questa volta al modo antico
     per vedere a suo modo un bel macello;
     ma non è tempo or farselo nimico.
     Intanto Antea s’appressa e ’l suo drappello,
     che non aggiugne a’ giganti al bellico,
     ma sopra gli stendardi son veduti
     e dalla lunga due monti tenuti.

65 Diceva Orlando: - Questi gigantacci,
     può far cose sì grande la Natura?
     Per Dio, Malgigi, fa’ che tu gli spacci,
     perché e’ non son come gli altri a misura. -
     Disse Malgigi: - Che vuoi tu ch’i’ facci?
     Or non aver de’ giganti paura:
     che dira’ tu s’io gli piglio alla pania
     e tutto il campo per le risa smania?

66 Manda Ulivieri incontro alla reina
     a saper la cagion del suo venire
     e perché tanta gente saracina
     condotta ha in Francia per farla morire:
     ché così mostra la nostra dottrina
     e non potersi a sua posta partire;
     ma serba nella mente, Orlando, questo,
     e fa’ pur che Ulivier cavalchi presto. -

67 Ulivier, come Orlando disse, andòe
     dove era Antea, e scese di Rondello
     e inginocchiossi, e poi la salutòe;
     e così fece la reina a quello,
     e poi che si fu ritto, l’abbracciòe,
     perché Ulivieri ancor gli par pur bello;
     e disse, poi che per la mano il prese:
     - Ben sia venuto il mio gentil marchese.

68 Ulivier, tu non invecchi mai;
     ancor dipinta par questa persona!
     Non ti ricorda quand’io ti lasciai
     mal contento una volta in Bambillona?
     E molte volte di te sospirai,
     benché il Soldan ne perdé la corona
     e seguitò, come tu sai, la guerra
     e guasta è ancor per Morgante la terra.

69 Così va questo mondo, Ulivier mio.
     Or la vendetta d’un tanto signore
     lecito e giusto par ch’io la facci io:
     per la giustizia e pel debito amore
     combatto, per la fede e pel mio Iddio,
     per cercar fama e riportare onore,
     poi mi ricordo di Semiramisse
     di cui tante gran cose il mondo scrisse.

70 Or lasciàn questo. Che è del nostro Orlando?
     Ch’io non credo, Ulivier, veder quell’ora
     ch’io sia con seco un poco ragionando,
     tanto ancor sua prodezza m’innamora.
     Rinaldo per lo Egitto tapinando
     sento sen va, che mi dispiace ancora:
     ché, s’io l’avessi ritrovato in Francia,
     forse che più non gittava la lancia

71 come quel dì che tu n’avesti sdegno
     e tanto spiacque al figliuol di Mellone.
     E s’io potessi acquistar questo regno,
     io lo farò, ché così vuol ragione;
     ma sempre Carlo col suo titol degno
     istarà in sedia con reputazione;
     però che questa alfin non è mia opra,
     ma così dato, Ulivieri, è disopra:

72 prima che noi giù combattiamo in terra,
     è fatta su nel Ciel questa battaglia,
     e già fra lor terminata la guerra
     dove tutto in un tempo si ragguaglia
     che il futuro e ’l preterito non erra.
     E increscemi, Ulivier, se Dio mi vaglia,
     d’aver fatto a cammin pure assai danno;
     ma tu sai ben come le guerre fanno.

73 Io ho di tanti paesi e sì strani
     gente, che Anibal non ne menò tante
     quando e’ venne alla guerra de’ Romani:
     qui son linguaggi di tutto Levante
     sanza intender l’un l’altro, come i cani.
     Ma se ci fussi, Ulivieri, or Morgante,
     noi proverremo questi compagnoni
     con quel battaglio e con questi bastoni. -

74 E disse a lor che toccassin la mano
     a Ulivier, perch’egli è buon compagno,
     e come egli era un famoso cristiano
     de’ primi paladin di Carlo Magno.
     Ma l’uno e l’altro gigante villano
     gli fece prima uno sguardo grifagno,
     e con un atto superbo piegossi
     e con fatica alla mano accostossi.

75 Ulivier rise e guardò in viso Antea,
     ed alzò quanto può la mano in suso,
     acciò che Fallalbacchio non sel bea
     s’egli avessi più giù chinato il muso,
     perché la bocca d’un fomo parea;
     e disse: - Io son co’ giganti pur uso;
     ma questi sono, Antea, sì smisurati
     che non mi paion bacalar da frati.

76 Non bisognava, con questi, Nembrotto
     facessi per toccare il ciel la torre,
     ché bastava l’un sopra e l’altro sotto,
     se si potessi in su le spalle porre;
     ma non l’arebbe un argano condotto.
     E perché insieme ragionare occorre,
     se vuoi ch’io dica, mandagli via tosto,
     ché bestiame mi par da star discosto. -

77 E poi che molte cose furon dette
     e partiti costor, disse il marchese:
     - Dunque tu vieni infin per far vendette
     del gran Soldan, se le parole ho intese.
     Io non voglio allegarti un «ben gli stette»,
     ché il vero a tutto il mondo fu palese,
     perché e’ m’increbbe di vederlo morto;
     ma sai ch’egli ebbe della guerra il torto;

78 e Ricciardetto ed io mancò per poco
     che da lui non avemo ingiusta pena:
     tu eri a Monte Alban qua in festa e in gioco
     e noi stavamo in carcere e in catena
     sanza speranza, in tenebroso loco
     dove lume non vien se non balena:
     non parve opera degna del Soldano,
     sendo pur paladin di Carlo Mano.

79 Lasciam la storia star di Marcovaldo
     e il tradimento che fe’ l’amostante,
     ché sai ben come la notte il ribaldo
     a torto prese il tuo signor d’Angrante;
     se non che venne il suo fratel Rinaldo.
     Or perché di’ dalle potenzie sante
     procedon nostre risse al mondo giùe,
     così la morte del Soldan tuo fue.

80 Tu sai che il Veglio fu vostro nimico.
     Rinaldo per tuo amore andò ammazzallo,
     ma non poté, ché a Cristo si fe’ amico;
     poi fu quella montagna, egli e ’l cavallo,
     che predetto al Soldan fu per antico
     che l’uccidrebbe, e tutto il mondo sallo:
     però, se così dato era per sorte,
     incolpa i fati e ’l Ciel della sua morte.

81 Pur, se tu se’ così diliberata
     di voler del tuo padre vendicarti,
     non fia la nostra eccellenzia mancata;
     e se vuoi con Orlando riprovarti,
     ti manderò del guanto la giornata,
     e credo a questa parte satisfarti;
     e per tua parte lo saluteròe
     ed a tua posta mi dipartiròe. -

82 Rispose Antea: - In ogni modo voglio
     di nuovo con Orlando riprovarmi,
     e so ch’io perderò pur come io soglio;
     e del Soldano intendo vendicarmi.
     Non so se a torto o ragion me ne doglio,
     ma sia che vuol, che debito mio parmi
     che qualche lancia pur per lui sia rotta,
     da poi che tanta gente ho qua condotta.

83 Pertanto al tuo signor farai ritorno:
     saluta per mia parte tutti quanti,
     massime Orlando; e di’ che elegga il giorno
     della battaglia, e noi verremo avanti. -
     E di nuovo l’un l’altro rabbracciorno.
     Ma nel partire i superbi giganti
     usoron molto i cristian minacciare,
     e che volevon Parigi spianare.

84 Ulivier ritornò con la risposta
     e referì ogni cosa a Orlando,
     e come Antea è parata a sua posta;
     e de’ giganti venìa disegnando,
     ch’ognuno avea di balena una costa,
     e quel ch’al partir disson minacciando;
     e che Natura gli avanzò matera
     quando ella fece questa tantafera.

85 E come egli ebbe ogni cosa contato,
     Orlando conferì con Malagigi.
     Disse Malgigi: - Fa’ che al tempo dato
     in punto sien la gente di Parigi,
     e la battaglia si facci in sul prato,
     come altra volta già, di San Dionigi:
     ch’io so che Antea con la gente pagana
     vorrà fare alto presso alla fiumana.

86 E de’ giganti tu ne riderai:
     tu gli vedrai impaniati come tordi,
     cosa che più non si vide ancor mai.
     Fa’ che in sul fatto tu me lo ricordi,
     ché certo so ti maraviglierai.
     Un’altra cosa fa’ che non ti scordi:
     che con Gan nulla non ne ragionassi,
     che qualche malizietta e’ non pensassi. -

87 Il campo a San Dionigi diputossi;
     e il dì che la battaglia era futura
     con que’ giganti Antea rappresentossi,
     ch’a Marte e gli uomin facevon paura.
     Carlo si fece la croce e segnossi,
     e disse: - Questo non può far Natura:
     questi son mostri sì feroci e strani
     che poco val qui gli argumenti umani. -

88 Così diceva Salamone e Namo:
     - Io credo che gli mandi Satanasso.
     Per mio consiglio, drento ci torniamo,
     che non facessin d’uomini un fracasso;
     facciam che con Orlando noi intendiamo:
     ch’a lasciar que’ baston cader giù basso,
     chi sarà quel che sotto a lor si ficchi,
     se fussi bene Atlante o Stambernicchi? -

89 Carlo fe’ presto il nipote chiamare,
     e disse: - A que’ giganti hai tu pensato?
     Ché l’uno e l’altro a vederlo mi pare
     qualche corpo fantastico incantato. -
     Rispose Orlando: - Non ne dubitare,
     ché Malagigi ha due volte affermato
     ch’io lasci a lui de’ giganti la briga;
     e l’un dïavol sai l’altro gastiga. -

90 Carlo pur gli occhi a’ giganti tenea,
     e volentier tornerebbe in Parigi;
     e per paura ognun si ristrignea,
     ché sopra il prato già di san Dionigi
     vengono innanzi alla gente d’Antea.
     Orlando s’accostava a Malagigi:
     vide che quello incantava e borbotta,
     perché e’ voleva gittar l’arte allotta.

91 Disse Malgigi: - Aspetta un poco, Orlando,
     tìrati addrieto. - Orlando si scostava.
     Allor Malgigi venìa disegnando
     carattere e sigilli, e preparava
     le candarie e’ pentaculi. Ma quando
     vennon gli spirti ch’egli scongiurava,
     tremò la terra come vento fossi
     e l’aïr tutto in un punto turbossi.

92 In questo in mezzo il prato hanno veduto
     un uom che parea stran più che Margutte,
     e zoppo e guercio e travolto e scrignuto,
     e di gigante avea le membra tutte,
     salvo che il capo era a doppio cornuto;
     saltella in qua e in là come le putte,
     e scherza e ride e più giuochi fa quello
     ch’un Fracurrado o un Arrigobello;

93 e suona una zampogna o zufolino,
     ed accostossi a que’ giganti, e tresca,
     e fa certi atti come scuccobrino
     e intorno a lor la più strana moresca,
     e spesso toma come un babbuïno
     o come scimia fa la schiavonesca:
     sì che e’ guardava questa maraviglia
     l’un campo e l’altro, e ritenea la briglia.

94 A poco a poco questa filastroccola
     questi giganti tabaccava e sdrucciola;
     e quel fantin, come chi spesso smoccola,
     si vede or sì or no come la lucciola,
     sì che comincia a girar lor la coccola,
     ché non parea che gli stimi una succiola;
     ed ognun ride a veder questa chiappola,
     quantunque ancor non s’intenda la trappola.

95 Hai tu veduto il can con la cornacchia
     come spesso beffato indarno corre?
     Ella si posa, e poi si lieva e gracchia:
     così costor non si poteano apporre.
     Dunque Malgigi ne trarrà la macchia!
     Ed ogni volta che gli volean porre
     le mani addosso, egli spariva o sguizza,
     tal che i giganti scoppion per la stizza.

96 Ma come Antea questo vide, di botto
     fra suo cor disse: «Que’ giganti matti
     non intendon l’inganno che v’è sotto:
     questo è di Malagigi de’ suoi tratti,
     che certo il mio disegno m’arà rotto».
     Intanto colui pur facea certi atti,
     e per tentargli nella pazïenzia
     le chiappe squadernò con reverenzia.

97 Guarda se vuole il Marguttin la baia:
     e’ va lor tra le gambe per dispetto,
     impronto più ch’una mosca culaia.
     Ecco apparire intanto un bel boschetto
     tondo, impaniato come una uccellaia,
     non falsa illusïon, ma con effetto:
     le frasche natural, la pania e ’l vischio
     e la civetta e gli schiamazzi e ’l fischio.

98 Il gigantin nel boschetto si tuffa
     come il tordo talvolta o altro uccello;
     poi gli dileggia e fa coppino e struffa,
     e faceva con bocca e con l’anello.
     Questi giganti, irati per la buffa,
     come sparvier si chiuson drieto a quello;
     e in qua ed in là pel boschetto s’avvolsono,
     tanto che tutte le frasche raccolsono;

99 e diventoron due gran cerracchioni
     co’ rami intorno dal vento fiaccati.
     Or fate lima lima a’ mocciconi
     che così tosto si sono impaniati!
     E’ volevon menar pure i bastoni,
     ma non potean, ché sono avviluppati;
     gridavon forte con urla feroce,
     che tutto il campo stordiva alla voce.

100 Disse Malgigi: - Andate loro addosso,
     ch’io non posso altro far con la mia arte. -
     Il perché Orlando il primo si fu mosso,
     e drieto a lui molta gente si parte,
     ed accostârsi al macchion folto e grosso
     con lance e dardi, e frugavan da parte,
     ed ognun par che si studi e punzecchi;
     ma bisognava turarsi gli orecchi.

101 Già era tutto il popol di Parigi
     corso di fuori al romore a vedere;
     ma poi che pure alla fine Terigi
     questi giganti non vede cadere,
     fe’ come savio, e corse in San Dionigi,
     e sanza in terra scender del destriere
     calòe giù presto una lampana, e prese
     un torchio, e ’l fuoco in un tratto v’accese.

102 Or chi sentissi mugghiare i giganti
     giurato arebbe, tanto erano in cruccio,
     che fussin quivi i demòn tutti quanti.
     Ma ritornato Terigi in un succio
     col torchio, ognun s’allargava davanti;
     ed accostato, come al capannuccio
     il fuoco a questi appiccava dintorno;
     e così in fummo in un punto n’andorno.

103 Questi non furon Sidrac o Misacche,
     a mio parere, al tempo di Nabucco,
     ché ’l fuoco al cul non rispiarmò le lacche,
     come Dio volse, e non parve ristucco
     da portar l’acqua con le salimbacche.
     Dunque Terigi è de’ cristiani il cucco:
     ché, se’ giganti rovinavan giùe,
     arebbon morti cento uomini o piùe.

104 Ora ècci un punto qui che mi bisogna
     allegar forse il verso del Poeta:
     «sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna»
     è più senno tener la lingua cheta,
     ché spesso «sanza colpa fa vergogna»;
     ma s’io non ho gabbato il bel pianeta
     come Cassandra già, non è dovuto
     che il ver per certo non mi sia creduto.

105 Io veggo tuttavia questi giganti
     con gli occhi della mente, e so ch’i’ ho scritto
     appunto i loro effetti e i lor sembianti,
     sì ch’io non parlo simulato o fitto.
     Venga chi vuol con sue ragioni avanti,
     ch’io lo farò poi alfin contento e zitto,
     e dirà: «Ciò che l’aüttor qui scrisse
     par che sia tratto della Apocalisse».

106 Chi mi dicessi: «Or qui rispondi un poco:
     se Malagigi avea questa arte intera,
     potea pur far, come il boschetto, il fuoco
     e strugger que’ giganti come cera»,
     nota che l’arte ha modo e tempo e loco,
     ché, se la oppinïon qui fussi vera,
     sare’ troppo felice un negromante,
     anzi signor dal Ponente al Levante.

107 Ma quello Iddio che impera a tutti i regi
     ha dato termine, ordine e misura,
     e non si può passar più là che i fregi,
     però che a ogni cosa egli ebbe cura;
     e fatture, aüruspi e sortilegi
     non posson far quel che non può Natura,
     e le imagin più oltre son di ghiaccio,
     perché e’ fe’ la potenzia nel suo braccio.

108 E se Paulo già vide arcana Dei,
     fu per grazia concesso a qualche fine,
     acciò che quel potessi i farisei
     confonder con le sue sante dottrine;
     ma gli spirti infernal malvagi e rei
     privati son delle virtù divine;
     ma perché pur molti segreti sanno,
     per virtù natural gran cose fanno.

109 Vanno per l’aire come uccel vagando
     altre spezie di spiriti folletti,
     che non furon fedel né rei già quando
     fu stabilito il numer degli eletti.
     Non so se ’l mio Palmier qui venne errando,
     che par di corpo in corpo ancor gli metti,
     onde e’ punge la mente con mille agora
     esser prima Eüforbio e poi Pittagora;

110 e forse qui s’inganna il Tïaneo
     che si ricorda, dice, esser pirrato,
     e come e’ prese un altro in mar più reo,
     e come gentilezza gli ebbe usato.
     Or tu potresti dir qui d’Asmodeo:
     ed io rispondo ch’egli è figurato
     il detto della Bibbia, dove e’ narra
     come egli uccise que’ mariti a Sarra.

111 Dunque Malgigi e gli altri nigromanti
     ci posson cogli spiriti tentare,
     ma non poteva uccidere i giganti
     per arte, o il fuoco i demòni appiccare;
     potea ben fare apparir lor davanti
     il bosco, e lor vi potevano entrare
     e non entrar: ch’a nessuno è negato
     libero arbitrio che da Dio c’è dato.

112 Potean gli spirti ben portare il fuoco,
     ma non poteano accenderne favilla.
     Così vo discoprendo a poco a poco
     ch’io sono stato al monte di Sibilla,
     che mi pareva alcun tempo un bel giuoco:
     ancor resta nel cor qualche scintilla
     di riveder le tanto incantate acque,
     dove già l’ascolan Cecco mi piacque;

113 e Moco e Scarbo e Marmores, allora,
     e l’osso biforcato che si chiuse
     cercavo come fa chi s’innamora:
     questo era il mio Parnaso e le mie Muse;
     e dicone mia colpa, e so che ancora
     convien che al gran Minòs io me ne scuse,
     e ricognosca il ver cogli altri erranti,
     piromanti, idromanti e geomanti.

114 Or ritorniamo a’ pagan, che stupiti
     per maraviglia tenean gli occhi all’erta.
     Diceva Antea: «Costor, dove sono iti?»,
     ché la fiamma dal fummo era coperta.
     «Son così tosto due monti spariti?»,
     e non poteva ignuna cosa certa
     sapere ancor della lor morte sùbita,
     se non che pur di Malagigi dubita.

115 Ma poi che vide il segno del quartiere
     e intese ben che il conte Orlando è questo
     e ricognobbe l’elmetto e ’l cimiere,
     fecesi innanzi con sue gente presto,
     e dismontata in terra del destriere
     abbraccia Orlando quanto parve onesto,
     che già di Vegliantino smontato era
     ed alzato dell’elmo la visiera.

116 Poi gli diceva con destre parole:
     - Che caso è questo de’ giganti strano!
     Malagigi può tanto quanto e’ vuole
     (non so se s’è in Parigi o in Monte Albano),
     e far fermare in ciel le stelle e ’l sole;
     ma questo è poco onor di Carlo Mano:
     io mi credea co’ paladin di Francia
     combatter con la spada e con la lancia.

117 Non son venuta qua, come Michele,
     a combatter, Orlando, con gli spirti;
     che se col fuoco infernale e crudele
     ci struggi, a me bisogna acconsentirti,
     calar le sarte e raccoglier le vele;
     ma non è certo di laüro e mirti
     questa corona che tu metti a Carlo,
     che si vuol d’altra gloria coronarlo. -

118 Rispose Orlando: - Il marchese di Vienna
     mi salutò per tua parte, madama,
     e che tu se’ ritornata m’accenna
     per acquistare in Francia onore e fama
     e far che corra di sangue ancor Senna.
     Veggiàn se giusta cagion qua ti chiama.
     Io so che del Soldan mi dolse e duole;
     ma voler si convien quel che ’l Ciel vuole.

119 Tu sai ch’io ti condussi a Bambillona,
     e rende’ del tuo padre in man lo scetro,
     e di mia man ti missi la corona
     che si soleva dar pel tempo addietro
     a chi con l’arme l’acquista in persona:
     però le ragion tue son qui di vetro,
     sendo per me regina coronata,
     dond’io pensai tu mi fussi obligata.

120 Se Malagigi, come negromante,
     ucciso ha Fallalbacchio e Cattabriga,
     uccider gli poteva anche in Levante,
     s’avessin come qua cercato briga
     e non avevon forma di gigante:
     così matto con matto si gastiga,
     ed è ragion che ’l giuoco qui s’intavoli,
     ch’egli uccise i dïavol co’ dïavoli.

121 Or ti dirò quel che Ulivier m’ha detto:
     che meco terminar vuoi questa guerra,
     e che combatte Cristo e Macometto
     prima sù in Cielo, e noi qua giù poi in terra;
     pertanto io son parato, e ti prometto
     per quello Iddio che è giusto e mai non erra,
     se tu m’abbatti per forza di lancia,
     tu arai tutto il reame di Francia. -

122 Rispose Antea: - E così ti giuro io
     inverso Bambillona far ritorno
     se tu se’ vincitore; e sallo Iddio
     quant’io ho desïato questo giorno
     per veder tua prodezza, Orlando mio. -
     E l’uno e l’altro a caval rimontorno;
     e rimontati, e girato la briglia,
     del prato ognuno a suo modo ne piglia.

123 Non è spento il valor certo d’Antea,
     ma molto men d’Orlando è la fierezza:
     rivoltato il caval ciascuno avea
     e nello scudo la lancia già spezza;
     ma l’uno e l’altro una torre parea
     che folgor, non che forza umana, sprezza:
     così la lancia pareggiata fue
     da ogni parte per la lor virtùe.

124 Trasson le spade e dèttonsi ben mille
     colpi in sull’arme e fêr mirabil prove,
     e non si vide mai se non faville
     che volavan talvolta insino a Giove;
     ma la battaglia è fra ’l troiano e Acchille,
     ché l’uno e l’altro d’arcion non si muove;
     sì che laudar si potea questa e quello,
     ché molto è pareggiato il lor duello.

125 Intanto tutto il campo s’abbaruffa:
     comincia d’ogni parte la battaglia;
     e bisognò che lasciassi la zuffa,
     ché già tutta la gente si travaglia.
     Orlando allor fra le squadre si tuffa
     de’ saracini, e chi frappa e chi taglia,
     tanto ch’ognun gli volgeva le chiappe
     però che il cul gli facea lappe lappe.

126 Già era Antea nella battaglia entrata,
     lasciato Orlando e trovato Ulivieri,
     ed avea seco la mischia appiccata;
     ma sempre non si cade del destrieri,
     e benché l’arme sua abbi incantata,
     si spiccò dalla zuffa volentieri;
     e riscontrossi con Gan di Maganza,
     che fece il tristo e il cagnaccio all’usanza

127 e lasciossi cader come un ribaldo.
     Guarda se sa ancor far la bagattella
     o se questa è ben serpe di ceraldo!
     Ma presto fu riposto in su la sella.
     Gualtieri da Mulione, Avolio, Arnaldo,
     Angiolin tra’ pagani ognun martella;
     Avino, Ottone e ’l signor di Brettagna
     ognun nel sangue volentier si bagna.

128 E chi arebbe creduto che il vecchione
     Carlo tener non si potessi in posa?
     Credo che da Dio fussi spirazione:
     la bella spada chiamata Gioiosa
     tanti ne fésse il dì sopra l’arcione
     che la terra e sé fece sanguinosa;
     e da quel giorno poi lo imperatore
     questa spada mai più non trasse fore.

129 Era stato un uom Carlo molto degno:
     Natura intese un uom pien di virtute,
     di gran fortezza e di prèdito ingegno;
     avea molte gran cose già vedute,
     di nobil sangue, tenuto gran regno;
     ma non fur le sue opre cognosciute,
     e non ebbe la tuba di Lucano,
     ché sarebbe una Roma, un Carlo Mano.

130 Così faceva il duca di Baviera,
     a cui l’ultimo giorno è pur vicino;
     ma perché il suo valore allo estremo era,
     facea come fa il lume a mattutino,
     e rompe ed urta e sbaraglia ogni schiera;
     insino all’arcivescovo Turpino
     uccide anch’egli e faceva ogni male,
     pur con la spada, non col pasturale.

131 Orlando, poi che si partì d’Antea,
     avea del sangue de’ pagani un guazzo
     fatto, che già verso il fiume correa:
     tanti n’uccide di quel popol pazzo.
     Sempre in alto la spada si vedea,
     sì che di morti copriva lo spazzo;
     e Vegliantino alle volte si serra
     ed urta e caccia assai gente per terra.

132 Bene è questo caval quel Vegliantino,
     acciò che error non pigli chi m’ascolta,
     che fu d’Almonte degno saracino;
     così, quando Baiardo alcuna volta
     si dice, non è falso il mio latino,
     ché e’ fia col signor lor la vita tolta;
     ed è ragion che la grazia del Cielo
     conservi ognun che conserva il Vangelo.

133 Gran cose il dì faceva Sicumoro,
     il capitan ch’aveva lo stendardo,
     ch’era fra tutti il primo barbassoro,
     e grida a’ saracin: - Popol gagliardo,
     morte, sangue, vendetta, carne, a loro!
     Fatevi innanzi, ignun non sia codardo!
     Tagliate tutti costor come cani! -
     e così rincorava i suo’ pagani.

134 E’ si vedeva in alto tante spade
     rosse che l’aria anche pareva rossa;
     e come spesso ne’ campi le biade
     si piegono a quel vento c’ha più possa,
     poi rinforza più l’altro e quel giù cade,
     così par sempre la battaglia mossa;
     ma insino a qui la prefata battaglia
     equalmente fortuna ancor travaglia.

135 Feciono infine i pagan tanto assalto
     che i cristian non poteron sostenere,
     tanto che ’l sangue due braccia fu alto,
     e fecion Carlo per forza cadere,
     e ritrovossi nel sangue allo smalto;
     e corsono insin sotto alle bandiere,
     e quivi in modo la zuffa appiccorno
     che ogni cosa per terra gittorno.

136 Baldovino, il figliuol di Ganellone,
     ch’avea ben l’occhio per tutto tenuto,
     poi che vide per terra il gonfalone
     e come Carlo di sella è caduto,
     cercando va del figliuol di Mellone
     e domandava chi l’abbi veduto;
     e tanto in qua ed in là s’andò aggirando
     che e’ ritrovò nella battaglia Orlando;

137 e cominciò di lungi a gridar forte:
     - E’ ti convien soccorrere i cristiani
     o ritornarci di drento alle porte:
     noi siàn qua minuzzati come cani
     ed ognun fugge dinanzi alla morte,
     e corron verso Parigi i pagani,
     e tutte le bandiere son per terra;
     caduto è Carlo, e perduta è la guerra. -

138 Non altrimenti il fer leon si scaglia
     c’ha veduto di nuovo qualche armento,
     ch’Orlando si gittò per la battaglia
     inverso gli stendardi come un vento;
     or se qui Durlindana punge e taglia
     tosto vedrassi, o se bisogna unguento;
     i paladini eran per terra tutti
     nel sangue imbrodolati, strani e brutti.

139 Avea già Sicumoro il capitano
     il bel vessillo, e voleva fuggire;
     Orlando gli tagliò netta la mano,
     che per la pena credette morire,
     e ritrovossi disteso in sul piano,
     sì che Zaccheo vi potea ben salire;
     poi si rivolse a quella gente pazza,
     tanto che presto la campagna spazza.

140 Credo che Marte il dì dicessi a Giove:
     - Tu non avevi questo paladino
     quando i giganti fêr l’ultime prove,
     ché e’ non tremava lo scettro e ’l domìno. -
     Orlando a Baldovin disse poi: - Dove
     di’ che lasciasti il figliuol di Pipino? -
     Baldovin lo menò dove era Carlo,
     e fecion sopra il caval rimontarlo.

141 Ulivieri era in una pressa stretta
     di mammalucchi, e fatto gli hanno cerchio;
     ma tristo a quel che non fa la civetta,
     ché non valeva di scrima coperchio:
     l’un sopra l’altro attraversato getta:
     qui si nuota nel sangue e non nel Serchio;
     e tanto adoperò con la sua possa
     ch’a più di cento la barba fe’ rossa.

142 Aveva Orlando a caval già rimesso
     Namo e molti altri che smontati sono
     sanza aver quivi lo staffiere appresso.
     I pagan cominciorno in abbandono
     a fuggir, come uccelli in aria spesso
     per vento o grandin, per folgore o tuono;
     e non dicevon l’uno all’altro: «Vienne»,
     ché per paura mettevon le penne.

143 E tanto fu per l’aiuto d’Orlando
     de’ cristian nostri il furore e la rabbia,
     che si vennon le squadre rassettando,
     ed ognun par che gli spirti riabbia,
     da ogni parte i pagan ributtando;
     e spesso Antea si trovò quasi in gabbia:
     e così fecion queste bestie matte
     i tafani ingrassare e le mignatte.

144 E se non fussi venuta la notte,
     non fu mai de’ pagan sì gran macello:
     eran tutte le squadre in fuga rotte;
     Orlando insieme col suo colonnello
     gl’infilza per le fosse e per le grotte;
     ma il sol l’altro emisperio facea bello,
     e bisognòe per forza a questa volta
     da ogni parte sonare a raccolta.

145 Chiese Antea triegua la sera a Orlando
     per venti dì, per seppellire i morti;
     ma e’ converrà col fuoco ire abbruciando,
     o che il fiume o il dïavol ne gli porti;
     e per venir la storia abbrevïando,
     Orlando si tornò drento alle porti;
     e sopra tutto Gan non è contento
     se non iscambia questo tradimento.

146 Or chi vedessi il sanguinoso agone
     dove fu la battaglia presso a Senna,
     s’avessi un cor di pietra o di leone,
     gli tremerrebbe come a me la penna:
     sepolte eran nel sangue le persone.
     Ora hai tu, Antea, dato in Francia la strenna
     alla tua gente c’hai fatta morire;
     e non sai quel che di te dèe seguire!

147 Lasciamo Orlando in Parigi tornato,
     e ritorniamo a Marsilio in Ispagna:
     che, poi che v’era il Danese arrivato
     e cognosceva sua prodezza magna,
     pargli che il vento gli avessi spannato
     e spinto sopra la siepe la ragna;
     ed aspettava le nuove di Francia,
     come Antea abbi provata sua lancia:

148 perché e’ cognobbe del suo stato il rischio;
     e intanto spacciò il fante Ganellone,
     e bisognòe che dicessi che il vischio
     d’Orlando non temeva l’acquazzone,
     e che i giganti si calorno al fischio,
     ed Antea quasi scoperto ha il groppone
     come e’ si fa quando e’ casca giù il tordo,
     che il cul si pela, fra morto e balordo.

149 E rimandò di nuovo imbasciadore
     in Francia a Carlo a ritentar la pace
     e dir che Bianciardin non fece errore
     del suo partir, ma la cagion si tace;
     e mandò Falseron, uom di gran core,
     prudente e molto nel parlare audace.
     Giunse a Parigi e fu dinanzi a Carlo,
     e cominciò in tal modo a salutarlo:

150 Quello Iddio grande che ciascun adora,
     il qual fe’ le sustanzie separate
     che volgon sopra noi questi segni ora,
     salvi e mantenga l’alta maestate
     di Carlo Magno, e chi suo scettro onora,
     Orlando e gli altri, in gran felicitate:
     Marsilïone, il mio signor, ti manda
     salute e molto ti si raccomanda.

151 La cagion perché a te m’ha qui mandato,
     illustrissimo erede di Pipino,
     dal qual tu non se’ già degenerato,
     è perché e’ crede che il re Bianciardino
     nel suo partir ti lasciassi ammirato
     che così presto si misse a cammino,
     e non ti fece la ragion capace
     mentre ch’egli era in sul bel della pace.

152 Or nota, imperator, come discreto:
     Bianciardin si partì per buon respetto;
     ma non importa or dir questo segreto
     che parrebbe disforme al nostro effetto:
     basta che ancor tu ne sarai ben lieto,
     e tutto a luogo e tempo ti fia detto:
     sai ch’ogni cosa vuol principio e norma,
     ’accordar la materia con la forma.

153 Ma questo un’altra volta, come io dissi,
     sarà con altra tuba manifesto:
     però non pensar più perché e’ partissi,
     ch’un dì ti sarà poi chiosato il testo.
     Tanto è ch’io vengo a dir: «Quod scripsi, scrissi»,
     però che ’l mio signor m’impose questo,
     per confirmar con la tua maestate
     pace che sia di buona voluntate.

154 E non bisogna replicare adesso
     la Spagna, ché Marsilio dice e crede
     che ciò che Carlo gli avessi promesso
     nella selva Ida, osserverà la fede.
     E perché intenda, in ordin s’era messo
     centomila a caval con molti a piede
     per dar soccorso a tua degna Corona,
     poi che e’ venne il furor di Bambillona.

155 Ma perché il re Marsilio intanto intese
     come egli era venuto Sansonetto
     inverso Spagna, e il possente Danese,
     Astolfo e Berlinghier, quasi a diletto,
     per discrezione ognun di noi comprese:
     e’ basta solo Orlando a tutti a petto;
     e vo’ che questo si resti fra noi:
     Antea mal consigliata fu da’ suoi.

156 Credo tu sappi come Buiaforte,
     figliuol del Veglio già della Montagna,
     a Siragozza è con Marsilio in corte,
     e molto in verità d’Antea si lagna:
     ché, se il suo padre al Soldan diè la morte,
     l’uccise con la lancia alla campagna
     come dato era dalle etterne rote,
     e non ci ha colpa lui né il tuo nipote.

157 Or lasciàn questo; se tu intendi, Carlo,
     come vero e magnalmo imperatore,
     voler Marsilio come e’ t’ama amarlo,
     la prima pace fa’ che sia nel core;
     e se vi fussi restato alcun tarlo,
     ognun con carità lo sbuchi fore;
     e ciò ch’io dico è del suo petto propio,
     ché le parole formate qui copio.

158 Arebbe Bianciardino, ogn’altro ch’io,
     saputo meglio orar che Falserone;
     ma ciò ch’io t’ho narrato, sallo Iddio
     che tutto è stato con affezïone;
     e sai ch’io ci ho perduto il figliuol mio,
     quantunque non morì come un poltrone
     ma con la spada rinchiuso in sul ponte:
     sì ch’io perdono ogni mia ingiuria al conte. -

159 E non poté più dir, ma lacrimando
     si levòe in piè, tanto il dolor l’assalse,
     ed abbracciò più volte e strinse Orlando.
     Non so se queste lacrime son false.
     Carlo nel volto si venne cambiando,
     tanto il savio parlar co’ gesti valse.
     Orlando, ginocchione e reverente,
     gli domandò perdon molto umilmente.

160 Poi disse Carlo: - Savio imbasciadore,
     tu sia per molte cose il ben venuto.
     Del re Marsilio l’offerte e l’amore
     accetto, e grazie rendo al suo saluto;
     e Bianciardin, se si partì a furore
     per obbedire, ha fatto il suo dovuto,
     e non ricerco la cagion di questo,
     con ciò sia cosa ch’e’ non pare onesto.

161 Di quel che molte volte ragionamo,
     credo tu il sappi, ed io me ne ricordo,
     della pace e di Spagna; e sa qui Namo
     che mai da quel ch’è giusto non mi scordo.
     E’ si partì, tu se’ venuto; e siamo
     Orlando e gli altri paladin d’accordo
     che voi tegnate tutti i regni ispani
     non come mori, ma come cristiani.

162 E la cagion perché e’ venne il Danese
     non fu né per Antea né per sospetto,
     ed altra volta fien le cose intese,
     come tu ancor di Bianciardino hai detto;
     e so che il re Marsilio alle mie imprese
     aiuto darà sempre con effetto;
     ché la salute di Spagna e di Francia
     credo che sia la pace e non la lancia.

163 E manderò qui il mio caro nipote
     a Siragozza, se bisogna, o Gano;
     quantunque egli è contento come e’ puote
     di dar la Spagna, anzi gli pare strano,
     e so che queste cose ti son note,
     ch’acquistata l’avea con la sua mano;
     ma voglio al re Marsilio esser fratello,
     ché sai che in corte sua m’allevò quello.

164 Io non vo’ ragionar d’Antea per ora:
     il fin gli mosterrà quel ch’ella ha fatto,
     e piangeranne Bambillona ancora,
     ché certo il suo consiglio fu di matto.
     Ognun che nasce sai convien che mora;
     e se il suo padre fu morto e disfatto,
     come tu di’, dal Ciel venne sua morte;
     e non si dolga Antea di Buiaforte.

165 Di Ferraù so che m’increbbe tanto
     ch’ancor sì come tu ne son dolente;
     ma io ti so ben confortar di tanto,
     che l’anima sua in Ciel visibilmente
     fu portata dagli angel con gran canto,
     e come di’, morì come uom valente.
     Or non tocchian più là dove e’ ci duole:
     sia fatto infin ciò che Marsilio vuole.

166 Tu te n’andrai con Gano a riposare,
     ed altra volta insieme parleremo:
     parmi tempo il consiglio a licenziare;
     e so che in un parer ci accorderemo. -
     E fecelo da tutti accompagnare.
     O Carlo, a questa volta, o Carlo, io temo
     che: «Amice,» non sia detto «ad quid venisti?».
     Ricòrdati, ovem lupo commisisti.

167 Orlando e tutti i baron son dintorno
     a Falseron, ch’era uom molto stimato,
     ed al palazzo di Gan lo menorno,
     e Carlo per la man l’ha accompagnato;
     e giostre e feste si fece ogni giorno
     acciò che quel se n’andassi onorato,
     ché così piacque a ciascun d’onorarlo
     perché e’ vedessi la gloria di Carlo.

168 Or se qui Ganellon nel lardo nuota
     e ’l zucchero trabocca alla caldaia,
     per discrezion, lettore, intendi e nota,
     e se parrà nel letto una ghiandaia.
     Egli avea rossa ancor tutta la gota;
     ma il can, quando e’ vuol morder, non abbaia;
     sì che e’ non parla di questo, il ribaldo,
     ma frappava altre cose di Rinaldo.

169 E Malagigi avea di nuovo fatto
     l’arte e sapea ciò che diceva Gano,
     e dicea con Orlando: - O Carlo matto,
     ché non si può chiamar più Carlo Mano,
     tutti sarete mal contenti un tratto. -
     E così fu dello imperio troiano
     poi che l’ultimo termin fu venuto,
     che non era a Cassandra il ver creduto.

170 Orlando aveva nel suo petto sdegno,
     ché Carlo mille volte gli ha promesso
     di coronarlo e dargli stato e regno;
     ma come Ganellon gli stava appresso,
     così sempre era rotto ogni disegno,
     e non pareva che fussi quel desso:
     sì che e’ non val Malagigi riveli,
     ché tutti siam governati da’ Cieli.

171 Falseron con Orlando un giorno disse
     ch’avea pur voglia rivedere Antea
     e ’l campo, pria che di Francia partisse;
     e che con seco pensato già avea
     che sare’ ben che con esso lui gisse,
     e ’l conte Gan, se così gli parea,
     ed Ulivieri; e così s’accordorno,
     e tutti inverso del campo n’andorno.

172 Venne Antea incontro, come questo intese,
     ché Falserone era uom d’alta eccellenzia,
     e salutollo, e del cavallo scese;
     e rimontata, con gran reverenzia
     saluta Gano ed Orlando e ’l marchese;
     poi gli menò per più magnificenzia
     pel campo a spasso a lor consolazione,
     poi a vedere un ricco padiglione.

173 Il padiglione era una cosa magna,
     e drento v’era il caso istorïato
     del Veglio: come e’ fu quella montagna
     ch’addosso al padre è col caval cascato;
     e come Bambillona ancor si lagna,
     e come e’ v’era Morgante arrivato
     e col battaglio guastava la terra,
     e come Orlando gli mosse la guerra.

174 Tutto facea per conservar costei
     la vendetta del padre alla memoria.
     Ma Falseron, ch’è falso più di lei,
     poi ch’egli ebbe notata ben la istoria,
     gli disse: - S’ tu volessi, io ti direi
     che questo è in verità poco tua gloria.
     La prima cosa, s’io non son ben cieco,
     tu porti, Antea, la tua vergogna teco;

175 e portila di seta e d’oro ornata:
     or fa’ che tu dipinga la vendetta,
     se mai vien tempo tu sia vendicata.
     Ma il tempo non vien mai, chi non l’aspetta:
     rade volte la cosa non pensata
     rïesce a chi la vuol pur fare in fretta.
     Ma, certo, onor cercar non ti bisogna,
     da poi ch’egli è sì bella la vergogna. -

176 Non so se le parole ognuno intende
     che Falseron come malvagio ha dette,
     però che dall’un lato Antea riprende
     e par che la conforti a sue vendette;
     o se pur questa cetera si stende
     che come amico in mezzo quel si mette
     a trattar pace a qualche suo disegno;
     ma so che in altra parte va il mio ingegno.

177 Rimase tutta spennecchiata Antea,
     e confirmò il suo dir perch’ella tace,
     però che in questo modo lo intendea:
     ché si vuol ricordar di quel che piace;
     e perché generoso core avea,
     diterminò di far con Carlo pace
     e ritornarsi inverso Bambillona:
     ché gentile almo volentier perdona.

178 Falseron seguitòe le sue parole:
     non so se volea far pur come e’ disse,
     o se sarà poi falso come e’ suole.
     Tanto è che Antea, innanzi che partisse,
     venne in Parigi, e fece ciò che e’ vuole,
     e Carlo con sua man la benedisse,
     ed ognun fu della pace contento;
     e dètte alfin le sue bandiere al vento.

179 Io lascio Antea da Parigi partire
     sì tosto, e par ch’io gli tolga di fama,
     ché mi bisogna un’altra tela ordire,
     tanto sottil che par grossa la trama:
     ché, poi che Falseron si vuol partire,
     a Siragozza altra tuba mi chiama;
     come io dirò nell’altro afflitto canto,
     dove fia pe’ cristian sol doglia e pianto.