Morgante/Cantare ventesimottavo

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Cantare ventesimottavo

../Cantare ventesimosettimo IncludiIntestazione 22 settembre 2009 75% Poemi epici

Cantare ventesimosettimo

 
1   L’ultima grazia, o mio Signor benigno,
     perché il fin mostra d’ogni cosa il tutto,
     non mi negar, ché ancor si mostra arcigno
     innanzi al tempo non maturo il frutto:
     fa’ ch’io paia alla morte un bianco cigno
     che dolce canta in su l’estremo lutto,
     tanto ch’io ponga in terra il mortal velo
     di Carlo in pace, e l’anima a te in Cielo:

2   perché donna è costì, che forse ascolta,
     che mi commise questa istoria prima,
     e se per grazia è or dal mondo sciolta,
     so che tanto nel Ciel n’è fatto stima,
     ch’io me n’andrò con l’una e l’altra volta
     con la barchetta mia, cantando in rima,
     in porto, come io promissi già a quella
     che sarà ancor del nostro mare stella.

3   Infino a qui l’aiuto di Parnaso
     non ho chiesto né chieggo, Signor mio,
     o le Muse o le suore di Pegàso,
     come alcun dice, o Caliopè o Clio:
     questo ultimo cantar drieto rimaso
     tanto mi sprona e la voglia e ’l desio
     che, mentre io batto i marinai e sferzo,
     alla mia vela aggiugnerò alcun ferzo.

4   Da Siragozza s’è Carlo partito,
     arso la terra e vendicate l’onte;
     e il traditor di Marsilio è punito
     dove e’ fece il peccato a quella fonte;
     e cavalcando d’uno in altro lito,
     in molti luoghi fe’ rifare il ponte
     ch’egli avea prima pel cammin tagliato
     acciò che indrieto nessun sia tornato.

5   E ritornossi a San Gianni di Porto,
     e non sofferse a gnun modo passare
     di Runcisvalle, ove il nipote è morto;
     e dicea sempre nel suo sospirare:
     - Chi sarà quel che mi dia più conforto? -
     tanto ch’ognun faceva lacrimare.
     - Che farà più questa anima nel petto?
     La vita mia omai fia sol despetto. -

6   Or perché alcun qui dice, Ganellone
     sendo con certa astuzia scarcerato,
     che gli apparì sì gran confusïone
     di nebbia che l’avea tutto obumbrato,
     e ritornossi smarrito in prigione,
     ché così lo guidava il suo peccato;
     dico io: non so se confirmar mi debbia,
     per non parere un aüttor da nebbia.

7   Rinaldo intanto ha confortato Carlo,
     e tutta insieme a un grido la corte,
     che il traditor si dovessi straziarlo,
     e pensa ognun della più crudel morte:
     a molti par che si debba squartarlo;
     altri dicea di tormento più forte
     e ruote e croce e con ogni vergogna
     e mitera e berlina e scopa e gogna.

8   E dopo molto disputar, fu Gano
     menato in sala con gran grido e tuono,
     incatenato come un cane alano,
     e tanti farisei dintorno sono
     che pensan solo ognun d’averne un brano;
     e mentre e’ volea pur chieder perdono
     e crede ancor forse Carlo gli creda,
     Rinaldo il dètte a quella turba in preda.

9   Carlo si stette a veder questa caccia:
     e come in mezzo la volpe è de’ cani,
     ognun fa la sua presa, ognuno straccia:
     chi lo mordea, chi gli storce le mani,
     e chi per dilegion gli sputa in faccia,
     chi gli dà certi sergozzoni strani,
     chi per la gola alle volte lo ciuffa,
     tanto che il cacio gli saprà di muffa;

10 chi con la man, chi col piè lo percuote,
     chi fruga e chi sospigne e chi punzecchia,
     chi gli ha con l’unghie scarnate le gote,
     chi gli avea tutte mangiate l’orecchia,
     chi lo ’ntronava e grida quanto e’ puote,
     chi il carro intanto col fuoco apparecchia,
     chi gli avea tratto con le dita gli occhi,
     chi il volea scorticar come i ranocchi.

11 E come e’ fu sopra il carro il ribaldo,
     il popol grida intorno: - Muoia, muoia! -
     Intanto il ferro apparecchiato è caldo:
     non domandar come e’ lo concia il boia,
     che non resta di carne un dito saldo,
     ché tutte son ricamate le cuoia:
     sì ch’egli era alle man di buon maestro,
     perché e’ facea molto l’uficio destro.

12 Egli aveva il capresto d’oro al collo
     e la corona de’ ribaldi in testa.
     Rinaldo ancor non si chiama satollo,
     e ’l popol rugghia con molta tempesta,
     e chi gittava la gatta e chi il pollo,
     ed ogni volta lo imberciava a sesta:
     non si dipigne Lucifer più brutto
     dal capo a’ pie’, come e’ pareva tutto.

13 Fece quel carro la cerca maggiore;
     e chi si cava pattìn, chi pianelle,
     per vedere straziare il traditore
     sì che di can non si strazia più pelle:
     tanto tumulto, strepito e romore
     che rimbombava insin sopra le stelle,
     - Crucifigge! - gridando - crucifigge! -
     E ’l manigoldo tuttavia trafigge.

14 E poi che il carro al palazzo è tornato,
     Carlo ordinato avea quattro cavagli;
     e come a questi il ribaldo è legato,
     cominciano i fanciugli a scudisciàgli,
     tanto che l’hanno alla fine squartato.
     Poi fe’ Rinaldo que’ quarti gittàgli
     per boschi e bricche e per balze e per macchie
     a’ lupi, a’ cani, a’ corvi, alle cornacchie.

15 Cotal fine ebbe il maladetto Gano,
     ché lo etterno giudicio è sempre appresso
     quando tu credi che sia ben lontano.
     Or forse tu, lettor, dirai adesso
     come e’ gli abbi creduto Carlo Mano.
     Io ti rispondo: era così permesso;
     era nato costui per ingannarlo
     e convenia che gli credessi Carlo.

16 Nota che Carlo Magno era uom divino,
     e lungo tempo avea tenuto seco
     un dotto antico, chiamato Alcuïno,
     ed apparò da lui latino e greco,
     ed ordinò lo Studio parigino;
     or par che sia dello intelletto cieco;
     onde alcun aüttor come prudente
     di Ganellon non iscrive nïente.

17 Ed io meco medesimo disputo,
     quand’io ho ben raccolta la sua vita,
     come egli abbi un error tanto tenuto.
     Ma la natura divina è tradita,
     e non ha sanza misterio voluto,
     ché la sua sapïenzia è infinita:
     credo che Iddio a buon fine permette
     l’opere sante, e così maladette:

18 però che Carlo per esperïenzia
     dovea molto saper, perché ne’ vecchi
     accade, e non in giovane, prudenzia,
     poi ch’ella è figurata con tre specchi;
     avea buon natural, buona scïenzia;
     e come il traditor gli era agli orecchi,
     e’ gli credeva ogni cosa a sua posta:
     sì ch’io non fermo ancor la mia risposta.

19 Molte volte, anzi spesso, c’interviene
     che tu t’arrechi un amico a fratello,
     e ciò che fa ti par ch’e’ facci bene,
     dipinto e colorito col pennello:
     questo primo legame tanto tiene
     che, s’altra volta ti dispiace quello
     e qualche cosa ti farà molesta,
     sempre la prima impressïon pur resta.

20 Avea già lungo tempo Carlo Magno
     tenuto in corte sua Gan di Maganza;
     ed oltre a questo vi vedea guadagno,
     però che Gano avea molta possanza
     e qualche volta gli fu buon compagno;
     e perché molto può l’antica usanza,
     l’abito fatto d’uno in altro errore
     facea che Carlo gli portava amore.

21 Altri direbbe: «Dimmi ancora un poco:
     Gan sapea pur ch’egli aveva tradito,
     e che e’ doveva alfine ardere il foco:
     come e’ non s’era di corte partito
     acciò che rïuscissi netto il giuoco,
     sendo tanto mascagno e scalterito?».
     Credo ch’io l’abbi in altro cantar detto
     ch’ogni cosa si fa per un despetto.

22 Quando Ulivier percosse il viso a Gano,
     io dissi allor come e’ si pose in core
     di vendicarsi, ché gli parve strano,
     sendo pur per natura traditore.
     Ricòrdati, lettor, del Lampognano,
     e non cercar d’altro antico aüttore,
     e sempre tien’ la paura in corazza,
     ché il disperato alfin mena la mazza.

23 Forse che Gano ancora avea speranza
     di ricoprir con Carlo il tradimento;
     ed avea tanta gente di Maganza
     che, come il conte Orlando fussi spento,
     si confidava nella sua possanza
     di poter le bandiere alzare al vento
     col favor di Marsilio e con la lancia,
     e coronarsi del regno di Francia.

24 Or lasciàn questo traditor pe’ boschi,
     com’io dissi, pe’ balzi e per le fosse,
     perch’io son pien di molti pensier foschi:
     non c’è il nocchier che la mia barca mosse,
     e bisogna che terra io ricognoschi
     come se quella in alto mare or fosse,
     e rilevare il porto per aguglia,
     perché la sonda alle volte ingarbuglia.

25 Morto è Turpino e seppellito e pianto,
     tanto ch’io temo nella prima vista
     di non uscir fuor del cammino alquanto,
     ché mi bisogna scambiar timonista,
     e nuova cetra s’apparecchia e canto;
     ma perché volteggiando pur s’acquista,
     forse che in porto condurrem la nave
     di ricche merce ponderosa e grave:

26 sì ch’io ricorro al mio famoso Arnaldo,
     che m’accompagni insino al fine e scorga
     tanto ch’io ponga in quïete Rinaldo,
     e la sua destra mano al timon porga:
     che, poi che Gano ha squartato il ribaldo,
     d’un zucchero candito è pieno in gorga,
     e riforbito s’ha gli artigli e ’l becco
     e tratto fuor della mente lo stecco.

27 E perché egli ama ancor pur Lucïana,
     con molta gente la mandò a Parigi,
     perch’ella era nipote a Gallerana;
     e battezzossi drento a San Dionigi
     ed accordossi alla fede cristiana;
     e tanto piacque al gentile Ansuïgi,
     perché pure era ancor giovane e bella,
     che finalmente disponsata ha quella.

28 E Ricciardetto con lei fu mandato,
     per piacere a Rinaldo, in compagnia;
     e ’l padiglion ch’ella aveva donato
     Rinaldo volle renduto gli sia
     per ristorarla del tempo passato,
     e rendé cortesia per cortesia;
     e sempre il tenne poi sopra il suo letto;
     e basti questo a lei e Ricciardetto.

29 Rinaldo a Carlo Magno un giorno disse
     come e’ voleva di corte partire
     e cercar tutto il mondo come Ulisse.
     Carlo di duol si credette morire;
     ma finalmente poi lo benedisse,
     e non poteron nessun contraddire
     che, poi che vendicato aveva Orlando,
     volea pel mondo andar peregrinando.

30 Gran pianto fece la corte di Carlo;
     Carlo gli parve rimaner sì solo
     che non poté mai più dimenticarlo:
     credo che questo fu l’ultimo duolo;
     e non voleva sentir ricordarlo,
     come fa il padre che perde il figliuolo;
     e tutta Francia ne fe’ gran lamento,
     poi ch’un tanto campion nel mondo è spento.

31 E credo in verità che così sia:
     perché pur molte cose ho di lui scritto,
     e per virtù della sua gagliardia
     e’ par ch’io sia come costor già afflitto;
     e come peregrin rimaso in via,
     che va pur sempre al suo cammin diritto
     col pensier, con la mente e col cervello,
     così vo io pur seguitando quello.

32 E s’io credessi di piacere ancora
     alla patria, a color che leggeranno,
     come avvien chi per fama s’innamora,
     io piglierei di questa istoria affanno,
     però che al tutto chi ne scrive ignora;
     ma se mie rime facultate aranno,
     forse che il mondo ancor leggerà questo
     fin che l’ultimo dì fia manifesto.

33 Ma l’aüttor disopra ov’io mi specchio
     parmi che creda, e forse crede il vero,
     che, benché e’ fusse Rinaldo già vecchio,
     avea l’animo ancor robusto e fero
     e quel suon d’Astarotte nello orecchio
     come disotto in quell’altro emispero
     erano e guerre e monarchie e regni,
     e che e’ passassi alfin d’Ercule i segni.

34 E perché ancor di lui quell’angel disse:
     - Ogni cosa esser può, quando Iddio vuole -,
     acciò che quelle gente convertisse
     ch’adoravan pianeti e vane fole,
     e se ancor vivo un giorno e’ rïuscisse
     dall’altra parte ove si lieva il sole,
     come molti miracoli si vede,
     qual maraviglia? Chi più sa, men crede.

35 Non si dice egli ancor del Vangelista?
     benché ciò comparar par forse scelo.
     Ma dove il punto o il misterio consista,
     sallo Colui che fece il mondo e ’l cielo:
     questa nostra mortal caduca vista
     fasciata è sempre d’un oscuro velo,
     e spesso il vero scambia alla menzogna;
     poi si risveglia come fa chi sogna.

36 E del Danese, che ancor vivo sia,
     perché tutto può far Chi fe’ natura,
     dicono alcun, ma non la istoria mia,
     e che si truova in certa grotta oscura,
     e spesso armato a caval par che stia,
     sì che, chi il vede, gli mette paura:
     non so s’è vera oppinïone o vana;
     e così della spada Durlindana,

37 e come Carlo la gittò nel mare,
     e il dì della battaglia dolorosa
     si vede sopra l’acqua galleggiare
     e mostrasi ancor tutta sanguinosa,
     e s’alcun va per volerla pigliare,
     sùbito sotto si torna nascosa:
     tutto esser può, ma come caso nuovo
     con la mia penna non l’affermo o pruovo.

38 Credo che al tempo di que’ paladini,
     perché la fede amplïasse di Cristo,
     sendo molto potenti i saracini,
     molte cose a buon fin permisse Cristo;
     ché se non fussi stato a’ lor confini
     Carlo a pugnar per la fede di Cristo,
     forse saremo ognun maümettisti:
     ergo, Carole, in tempore venisti.

39 Parmi Carlo e Domenico e Francesco
     abbin tanto operato per la fede,
     con le dottrine e col valor francesco,
     ch’io dirò forse che per lor si crede:
     ché il popol de’ cristiani stava fresco;
     se non che Iddio a’ buon servi concede,
     perché ogni cosa è da lui preveduto,
     sempre al tempo opportun debito aiuto.

40 Io mi confido ancor molto qui a Dante,
     che non sanza cagion nel Ciel sù misse
     Carlo ed Orlando in quelle croce sante,
     ché come diligente intese e scrisse;
     e così incolpo il secolo ignorante
     che mentre il nostro Carlo al mondo visse,
     non ebbe un Livio, un Crispo, un Iustin seco
     o famoso scrittor latino o greco.

41 Ma perch’io dissi altra volta di questo,
     quando al principio cominciai la istoria,
     forse tacere, uditor, fia onesto:
     poi ch’io ho collocato in tanta gloria
     Carlo ed Orlando, or basti, sia per resto,
     perché e’ non paia vanitate o boria
     a giudicar de’ segreti di sopra
     quel che meriti ognun secondo l’opra.

42 Sempre i giusti son primi i lacerati:
     io non vo’ ragionar più della fede,
     ch’io me ne vo poi in bocca a questi frati
     dove vanno anche spesso le lamprede,
     e certi scioperon pinzocorati
     rapportano: - Il tal disse, il tal non crede -,
     donde tanto romor par che ci sia
     se «in principio era buio e buio fia».

43 In principio creò la terra e il cielo
     Colui che tutto fe’ qual sapïente,
     e le tenebre al sol facevon velo;
     non so quel ch’e’ si fia poi finalmente
     nella revoluzion del grande stelo:
     basta che tutto giudica la Mente;
     e se pur vane cose un tempo scrissi,
     contra hypocritas tantum, pater, dissi.

44 Non in pergamo adunque, non in panca
     reprendi il peccator, ma quando siedi
     nella tua cameretta, se e’ pur manca;
     salite colassù col piombo a’ piedi:
     la fede mia come la tua è bianca,
     e farotti vantaggio anche due Credi;
     predicate e spianate lo Evangelio
     con la dottrina del vostro Aürelio;

45 e s’alcun susurrone è che v’imbocchi,
     palpate come Tomma, vi ricordo,
     e giudicate alle man, non agli occhi,
     come dice la favola del tordo.
     E non sia ignun più ardito che mi tocchi,
     ch’io toccherò poi forse un monacordo,
     ch’io troverrò la solfa e’ suoi vestigi:
     io dico tanto a’ neri quanto a’ bigi.

46 Vostri argumenti e vostri sillogismi,
     tanti maestri, tanti bacalari,
     non faranno con loïca o soffismi
     ch’alfin sien dolci i miei lupini amari;
     e non si cercherà de’ barbarismi,
     ch’io troverrò ben testi che fien chiari:
     per carità per sempre vi sia detto;
     e non si dirà poi più del sonetto.

47 Io mi parti’ da San Gianni di Porto
     dov’io lasciai il mio Carlo mal contento;
     or, perché il fine è di venire a porto
     sempre d’ognun che si commette al vento,
     noi penserem qualche tragetto corto,
     però che un’ora omai parrebbe cento:
     tanto la voglia è in sé più desïosa,
     quanto più presso al fine è ogni cosa.

48 Carlo, poi ch’ebbe Ganellon punito
     e rimesso un dïavolo in inferno
     che l’ha più tempo tentato e tradito,
     fe’ come sempre i sapïenti ferno,
     che d’ogni cosa pigliar san partito;
     e redusse la corte e ’l suo governo
     in Aquisgrana, ove alcun tempo visse,
     e molte guerre fe’ pria che morisse.

49 Ma perché morte a nessun mai perdona,
     non riguardando a tanto imperatore,
     poi ch’egli ebbe tenuta la corona
     quaranzette anni con supremo onore,
     l’anima sua il secolo abbandona,
     e ritornossi a quel lieto Fattore
     che si ricorda ristorare in Cielo
     i giusti e’ buon, come dice il Vangelo.

50 E benché tante cose ha fatte prima,
     che non iscrisse Ormanno né Turpino,
     riserberem con altra cetra e rima
     a cantar le sue laude ad Alcuïno,
     che canterà le cose di più stima,
     dell’infanzia tacendo e di Pipino,
     come solevan ne’ tempi discreti
     cantar le laude de’ morti i poeti.

51 Furon molto le essequie celebrate,
     e tutto il mondo quasi in veste negra,
     massime tutta la Cristianitate,
     e Francia poi non si vide più allegra.
     Or, perché molte cose ho pur lasciate,
     acciò che io dica la sua istoria integra
     tanto che e’ sia anche il dotto satollo,
     convien ch’io invochi a questa volta Apollo.

52 E per Delo e per Delfo e pel tuo Cinto
     ti priego che tu temperi la lira,
     per la tua bella Danne e per Iacinto;
     e quel furor che sentì già respira
     Ismaro e Cirra, Pindo ed Arachinto:
     tanto che quel temerario Tamira
     e Marsia invidia abbia alla cetra nostra,
     mentre che Carlo ancor vivo si mostra.

53 In Aquisgrana un certo citarista
     era in quel tempo, Lattanzio appellato,
     molto gentil, molto famoso artista:
     per la qual cosa in alto fu montato,
     raccolto molte cose a una lista,
     della vita di Carlo ammaestrato;
     e innanzi ad Alcuïn cantando disse
     ciò che Turpino ed Ormanno già scrisse.

54 E cominciossi a Carlo giovinetto:
     come già, sendo del regno cacciato,
     morto Pipino il padre, poveretto,
     con un pastore ha l’abito scambiato;
     e come e’ fu chiamato il Maïnetto
     in corte ove Galafro l’ha accettato;
     e come e’ fussi a lui menato e quando
     da un suo balio chiamato Morando;

55 e come Gallerana, innamorata,
     dopo alcun tempo a lui si fece sposa,
     e come in Francia l’aveva menata;
     poi dimostrò la sua virtù nascosa
     quando egli ebbe la patria racquistata
     e la corona in testa glorïosa:
     perché Pipino, il suo padre, fu morto
     da Oldorigi a tradimento, a torto;

56 e come, essendo in Italia venuto,
     con molta gente il mar passò Agolante,
     per un buffone al quale ebbe creduto;
     e disse le battaglie tutte quante,
     e come, Carlo d’Almonte abbattuto,
     Orlando, che ancora era un picciol fante,
     uccise finalmente questo Almonte
     con un troncon di lancia a una fonte.

57 E di Gerardo e Don Buoso e Don Chiaro,
     di Risa e di Riccier tutto cantossi;
     e come, poi che in Francia ritornaro,
     perché più volte Spagna ribellossi,
     l’ultima volta gli costò amaro;
     e come quella guerra cominciossi,
     e Ferraù come morì in sul ponte,
     e Lazzera fu presa sopra il monte;

58 e come poi alla Stella Serpentino
     venne fuori a combatter con Orlando,
     e come morto rimase, meschino;
     sì che Carlo, la impresa seguitando,
     riprese verso Navarra il cammino,
     a Pampalona alla fine arrivando;
     e della lunga e dispietata guerra
     mentre che tenne assediata la terra;

59 e come Orlando sdegnato è partito
     e capitò nella Mec al Soldano,
     e come Machidante è alfin fuggito,
     e Sansonetto si fe’ poi cristiano;
     e inverso Gerosolima fu ito
     e racquistò il Sepulcro con sua mano,
     e ricognobbe Ugon german fratello,
     e Sansonetto ne menòe e quello;

60 e ritornato a Carlo a Pampalona,
     dove a campo era stato già molti anni,
     intese che Maccario la corona
     e la sua sposa togliea con inganni
     e bisognava Carlo ire in persona
     a racquistare i suoi reali scanni;
     e Malachel lo portò finalmente
     dove Maccario poi restò dolente.

61 Così, ripresa la sua signoria,
     a Pampalona tornò come un vento;
     e come Desiderio di Pavia
     prese la terra con iscaltrimento,
     e poi mandò a Marsilio imbasceria,
     ove Chiron fu morto a tradimento;
     e come Carlo con tutta sua setta
     contra Marsilio giurò far vendetta;

62 e finalmente si trattòe la pace;
     e come Ganellon fu poi mandato
     a Siragozza, il traditor fallace,
     e come il tradimento ha ordinato,
     e come Iddio mostrò che gli dispiace;
     e intanto Carlo a San Gianni è arrivato;
     e come in Runcisvalle Orlando è giunto,
     e la battaglia, com’io dissi appunto.

63 E ciò che addrieto nel Morgante è scritto,
     ogni cosa Lattanzio in alto disse;
     e come tutta la Persia e lo Egitto
     alla fede di Cristo pervenisse:
     e bisognòe qui andar pel segno ritto
     (non so se troppa mazza altrove misse),
     ché l’aüttor che Morgante compose
     non direbbe bugie tra queste cose.

64 E del Danese, e come e’ fu cristiano,
     e del caval chiamato Duraforte;
     e che in prigione il tenne Carlo Mano
     quando quel dètte a Carlotto la morte,
     insin che venne quel Bravieri strano
     che abbatté tutti i paladin di corte;
     e come e’ fu della Marca signore,
     ogni cosa dicea quel cantatore;

65 e come poi Rinaldo giovinetto
     con tre frategli a Carlo fu mandato,
     che fu Guicciardo, Alardo e Ricciardetto,
     e come Carlo l’aveva accettato;
     e perché spesso gli facea despetto,
     più volte l’ebbe di corte scacciato;
     e come e’ fe’ per arte Malagigi
     Montalban fare a quegli angeli bigi.

66 E disse finalmente tante cose
     che fece tutto il popolo stupire,
     insin che pur la cetera giù pose
     e non poté di Carlo tanto dire
     quanto l’opere sue son più famose.
     Or pur la istoria ci convien finire,
     ché Alcuïn, poi che Lattanzio ha detto,
     la cetra ha in punto, e ’l piè già in sul palchetto.

67 Era il popol di lacrime confuso,
     tanto a ciascun del suo signore increbbe,
     e veramente a questa volta io scuso
     ognun che piange quel che pianger debbe;
     quando Alcuïn, secondo l’antico uso
     salito in alto, poi che guardato ebbe
     la gente afflitta e lamentabil tanto,
     la cetra accommodò col flebil canto;

68 e molto commendò colui che ha detto,
     Lattanzio, e disse nello essordio prima:
     - Io son fra molti dicitore eletto,
     e me’ di me ognun sa dire in rima:
     però, s’io commettessi alcun defetto,
     populo mio, per discrezion istima
     che come Filomena a cantar vegno
     materia ove e’ non basta uman ingegno.

69 Io canterò del magno imperatore
     la vita, e piangerò con voi la morte:
     perché pure era mio padre e signore
     e tanto tempo m’ha nutrito in Corte,
     dove il pan de’ sospiri e del dolore
     convien ch’io mangi or, tanto duro e forte;
     ma perch’io sono alla vita obligato,
     non voglio anche alla morte esser ingrato.

70 Pipino, il padre suo famoso e degno,
     tenne prima lo scettro e il nome regio,
     e governò per quindici anni il regno:
     però che al gran prefetto del collegio
     dinanzi a lui bastava il nome e ’l segno;
     ma la corona e ’l real seggio e ’l fregio
     tenne Pipin, come di sopra è detto,
     che per successïone era prefetto.

71 Morto Pipin, dopo il quindecimo anno
     dalla sua promozion, rimase Carlo,
     Carlo Magno appellato, e Carlomanno,
     un suo fratel; ma del signor mio parlo,
     ché come il regno insieme partito hanno
     opera mia non è di raccontarlo:
     io dirò tanto della sua eccellenzia
     quant’io ebbi oculata esperïenzia.

72 La prima guerra fu con gli Aquitani. -
     Nota, lettor, che l’Aquitania è Ghienna,
     acciò che i versi alcuna volta io spiani
     dov’io vedrò la discrezione accenna.
     - Pipin v’avea prima messo le mani,
     come scritto fu già con altra penna;
     Carlo v’andò fino a guerra finita,
     e riportonne la palma fiorita.

73 E so che replicar non mi bisogna
     cose tanto propinque alla memoria,
     e come Unuldo si fuggì in Guascogna,
     e come doppia fu questa vittoria,
     da poi ch’egli ebbe il suo nimico in gogna:
     però che Lupo, per maggior sua gloria,
     il duca di Guascogna, fu prudente
     e dètte Unuldo e sé liberamente.

74 E perché intanto il bel paese Esperio
     occupava il furor de’ Longobardi
     sotto l’insegne del re Desiderio,
     uomini inculti, feroci e gagliardi,
     sì che quel tenne di Italia lo imperio
     ventiquattro anni sotto i suoi stendardi,
     non si poteva alla fine cacciarlo,
     se non giugneva il soccorso di Carlo.

75 Era venuto di verso Occeàno
     questo popolo indomito, chiamato
     da Narsete eünuco capitano:
     onde il sommo pontefice oppressato,
     ch’era in quel tempo il famoso Adrïano,
     a Carlo imbasciatore ebbe mandato
     che dovessi in Italia venir quello
     come Pipin già fece e ’l suo Martello.

76 Carlo, mosso da’ prieghi santi e giusti,
     partì di Francia co’ suoi paladini,
     e bisognòe passar per luoghi angusti
     onde Anibal passò co’ suoi Barchini,
     perché e’ tenean que’ populi robusti
     i passi e’ gioghi degli alti Apennini;
     ma passi o sbarre non valsono o ponti,
     ché finalmente e’ trapassò que’ monti.

77 E mandò prima imbasciadori a quelli
     là dove Desiderio era attendato:
     che dovessin partir co’ lor drappelli,
     e come egli era in Italia chiamato
     per discacciar della Chiesa i rebelli;
     che si ricordin pel tempo passato
     come altra volta con ispada e lancia
     provato avevan le forze di Francia.

78 E finalmente alla battaglia venne
     dove il pian vercellese par che sia:
     il perché Desiderio non sostenne
     e fu constretto fuggirsi in Pavia,
     dove Carlo assediato un tempo il tenne;
     e intanto andò con la sua compagnia,
     poi ch’egli avea la sua superbia doma,
     a vicitare il pontefice a Roma.

79 Grande onor fece il sommo padre santo
     a Carlo, lieto del suo avvenimento;
     restituïte le sue terre intanto,
     ed aggiunto Spoleti e Benevento,
     e così in Roma dimorato alquanto,
     per che molto Adrïan ne fu contento,
     e satisfatto alla sua devozione,
     si dipartì con gran benedizione.

80 E perché Desiderio avea lasciato,
     com’io dissi, assediato in la sua terra,
     come fùlgore indrieto ritornato,
     tanto lo strinse finalmente e serra
     che bisognò che si fussi accordato:
     e così fu terminata la guerra,
     e riportonne il trïunfo e le spoglie
     e in Francia lui co’ figliuoli e la moglie.

81 Così la bella Italia liberata,
     che da’ Goti e da’ Vandali prima era
     e dagli Unni e dagli Eruli occupata,
     gente bestial, molto crudele e fera,
     e la Chiesa di Dio restaürata,
     si ritornò con la santa bandiera;
     e per più gloria de’ famosi gigli
     seco menò di Carlomanno i figli.

82 Io lascio molte cose egregie e degne,
     ch’io non posso seguir con la memoria
     e, in ogni parte ove fur, le sue insegne
     accompagnar d’una in altra vittoria;
     ma se morte anzi tempo non ispegne
     il vero lume a mostrar questa istoria,
     con altro stil, con altra cetra e verso
     sarà ancor chiara a tutto l’universo.

83 Or, come avvien che il generoso core
     cose magne ricerca insin se sogna,
     così intervien che il nostro imperatore,
     poi ch’egli ebbe Aquitania e la Guascogna,
     e liberata la Chiesa e ’l Pastore,
     percosse nella eretica Sansogna,
     ch’era più ch’altra regïone allotta
     dal culto falso de’ demòn corrotta.

84 Questa guerra fu più laborïosa
     che alcuna altra, per gli uomini strani
     a cui molto la nostra fede esosa
     era, ingannati dagli idoli vani,
     gente crudele e molto bellicosa
     che dannava ogni legge de’ cristiani:
     Carlo n’andò collo essercito a furia,
     per vendicar del suo Cristo la ingiuria;

85 sì che più volte, alla fede redutti,
     si ritornoron nello antico errore,
     poi che gl’idoli van furon distrutti
     per la virtù del nostro imperatore;
     pure alla fine, battezzati tutti,
     ricognobbono il vero Redentore,
     e l’idolatria loro essere inganni:
     e così combattêr trentatré anni.

86 Carlo poi per istatici domanda
     diecimila di lor, come prudente,
     ed ordinò che per tutto si spanda
     pe’ paesi di Francia quella gente
     e pe’ liti di Ilanda e di Silanda:
     così la lor perfidia finalmente,
     diradicata come falsa legge,
     aggiunse nuova torma alla sua gregge.

87 protettor del buon Cefas in terra,
     o defensor delle cristiane squadre,
     o santa spada a gastigar chi erra,
     o Moïsè del popol di Dio padre,
     o Papirio Cursor famoso in guerra,
     o Scipio amico all’opere leggiadre,
     o fido specchio ove ogni ben s’è mostro,
     o fama, o pregio, o gloria al secol nostro!

88 Era in quel tempo medesimo Spagna
     d’altra prava eresia più maculata,
     quando l’alta Corona tanto magna
     apparecchiò lo essercito e l’armata,
     e passa i fiumi e’ colli e la montagna
     con la santa bandiera dal Ciel data,
     e fa tremare ogni lito, ogni terra,
     come in Ispagna è vulgata la guerra.

89 Furono adunque in su’ campi alle mani
     Carlo e sua gente, onde la fama suona;
     ma non resson le forze degli Ispani.
     Restava Augusta solo e Pampalona
     a redurre alla fede de’ cristiani:
     il perché il magno re v’andò in persona,
     e finalmente, dopo lungo tedio,
     le conquistò con forza e con assedio.

90 E poi che Pampalona fu acquistata
     dopo molte battaglie e molti omèi,
     e che tutta la Spagna è battezzata
     e Macon rinnegato e i falsi iddei,
     Carlo, tornando con la sua brigata,
     poi che i salti rivide Pirenei,
     non sanza danno dell’altrui vergogna
     nelle insidie percosse di Guascogna.

91 Quivi fu la battaglia sanguinosa
     dove Anselmo morì col suo nipote
     in Runcisvalle ancor tanto famosa;
     ma tutte queste cose vi son note,
     che non fu la vittoria glorïosa,
     però che il tradimento tutto puote;
     e perché Carlo il tempo e ’l modo aspetta,
     come sapete, fe’ crudel vendetta.

92 Così furon l’inganni de’ Guasconi
     puniti, e prima battezzata Spagna.
     E seguitò la guerra de’ Brettóni;
     e poi che fu ancor doma la Brettagna,
     rivolse verso Italia i gonfaloni,
     perché Roma d’Araïso si lagna,
     il qual di Benevento era signore
     e minacciava la Chiesa e ’l Pastore.

93 Carlo, giunto in Italia, come io dico,
     redusse alle sue voglie il folle duce
     sì che quel fece al pontefice amico,
     e molti in Francia statici conduce.
     O quante cose magne io non replìco!
     ché, come il sole in ogni parte luce,
     a conseguir famose opere e degne
     in ogni luogo apparîr le sue insegne;

94 sì che, più volte di Roma lo imperio
     restaürato come il buon Camillo,
     tornato in Francia, il gran duca baverio,
     apparecchiato sua gente, Tassillo,
     recordato del suocer Desiderio,
     congiurato con gli Unni a un vessillo,
     come mal consigliato dalla moglie
     cercando andò le sue future doglie.

95 Lo imperator, che apparato già era,
     non aspettò del nimico la insegna,
     ma féssi incontra a lui con sua bandiera
     insino al fiume che divide e segna
     la Magna e le provincie di Baviera;
     e bisognòe che alfin Tassillo vegna
     a consentir ciò che Carlo gli chiede
     e giurar servitù, tributo e fede.

96 I Velatabi intanto gli Abroditi
     molestavan, qual suoi confederati;
     ma poi che il nostro re gli ebbe puniti,
     in questo tempo gli Ungher congregati,
     populi detti per l’addrieto Sciti,
     gente dapprima in Pannonia arrivati
     dalle estreme provincie della terra,
     apparecchiavan contra Carlo guerra.

97 Questa guerra durò circa otto anni;
     ma Carlo alfin, superati costoro
     non sanza grande occisïone e danni,
     ne riportò le ricchezze e ’l tesoro,
     ch’egli avevon con forza e con inganni
     in molte parte predato già loro,
     in Francia bella con vittoria e fama:
     sì che la gloria fiorì in ogni rama.

98 E poi che la gran guerra d’Ungheria
     sedata fu, ridotta sotto il giglio
     di Francia e la Boemia e Normandia,
     abbattuta da Carlo primo figlio,
     mandò papa Leone imbasceria,
     perch’egli era constretto e in gran periglio,
     cacciato di sua sede, in Francia a Carlo,
     che dovessi tornare a liberarlo.

99 Così la terza volta ritornato
     Carlo in Italia, il pontefice santo
     restituì dond’egli era cacciato
     nella sua sede, col papale ammanto.
     Per che il sommo Pastor, non sendo ingrato,
     recordato del suo precessor tanto
     quanto di sé, benemerito e giusto,
     gli aggiunse al titol regio il nome agusto.

100 Dunque Carlo fu Magno e imperatore
     di tutto l’universo e re di Roma,
     ed aggiunse al suo segno, per più onore,
     il grande uccel che di Giove si noma.
     E licenziato dal santo Pastore,
     poi ch’egli aveva ogni arroganza doma,
     nel suo tornar, per più magnificenzia,
     rifece e rinnovòe l’alma Florenzia,

101 e templi edificò per sua memoria,
     e dètte a quella doni e privilegi;
     e ritornò con gran trïunfo e gloria
     in Francia, il nostro re degli altri regi.
     E non è questa l’ultima vittoria
     onde più splenda la corona e’ fregi:
     tante altre cose ha fatto il signor nostro
     che manca il suon, la voce e carta e inchiostro.

102 Io non posso piangendo cantar versi,
     tanto contrario è l’uno all’altro effetto;
     e pur convien che il cor lacrime versi,
     quando quell’è da giusto duol constretto.
     Per tanti tempi e paesi diversi
     ha fatto Carlo più che io non ho detto
     per la fede di Cristo e pel Vangelo:
     ma tutto è scritto e rigistrato in Cielo.

103 Quivi i meriti suoi saranno tutti;
     quivi tutto vedrà nel santo volto;
     quivi corrà del suo ben fare i frutti;
     quivi sarà dal buon Gesù suo accolto;
     quivi in canti fia sempre sanza lutti;
     quivi il seggio regal mai sarà tolto;
     quivi il pan gusterà che sempre piace;
     quivi impetri per noi della sua pace. -

104 Volea più oltre dir certo Alcuïno,
     e dello acquisto del Sepulcro santo,
     e come egli andò in Grecia a Gostantino;
     ma non poté, ché le lacrime e ’l pianto
     del popol, che piangea così meschino,
     occupavan la cetera col canto;
     e forse il braccio stanco era e l’archetto:
     per la qual cosa sceso è del palchetto.

105 E come e’ fu quel sapïente sceso,
     il popol ch’era prima stato attento
     un pianto seguitòe molto disteso,
     come foco talvolta pare spento
     e sanza fiamma si conserva acceso,
     poi si dimostra o per esca o per vento:
     così intervenne dopo il dolce canto
     che tutto il popol rinnovòe il pianto.

106 Quivi eran le pulzelle scapigliate;
     quivi avean le matrone il peplo in testa;
     quivi piangeva tutta la cittate;
     quivi si straccia ognun l’oscura vesta;
     quivi son l’alte cose replicate;
     quivi si loda la sua vita onesta;
     quivi si batte alcun le palme intanto;
     quivi si grida: - Santo, santo, santo! -

107 fortunato, o ben vissuto vecchio!
     O felice quel giusto ch’ognuno ama!
     O chiaro essemplo di ben fare e specchio!
     O sanza invidia glorïosa fama!
     O Ciel, tu porgi a’ suoi merti l’orecchio!
     O popol che il signor suo morto chiama!
     O buon pastor chi ben guarda sua gregge!
     O tanto re, quanto ei ben guida e regge!

108 In Aquisgrana la chiesa maggiore,
     nella Virgine santa titolata,
     dallo eccelso e felice imperatore
     era suta già prima edificata:
     quivi meritamente a grande onore
     fu la sua sepultura collocata,
     e sopra a questa aggiunto un arco d’oro
     nella santa basilica del coro.

109 E perché il mondo ancor possi ritrarlo,
     il popol verso lui fu clementissimo
     e nel sepulcro suo fece scultarlo;
     e lo epitafio diceva brevissimo:
     «Il corpo iace qui del magno Carlo
     imperator de’ Roman cristianissimo»:
     ma molto importa, in sì breve idïoma,
     «cristianissimo» e «Carlo» e «re di Roma».

110 L’anno ottocentoquindici correa
     dalla salute della Incarnazione;
     Carlo settantadue finiti avea
     e quaranzette dalla promozione,
     de’ quali ultimi quindici tenea
     con la corona da papa Leone,
     nel vigesimoquarto dì spirato
     del mese il quale a Gian fu consecrato.

111 E innanzi alla sua morte segni apparse:
     ché, dove il bel pinnaculo si bilica,
     fùlgore questo rovinòe e sparse,
     un portico cascò della basilica,
     e ’l ponte ch’era appresso a Magonzia arse:
     però, chi queste cose ben rivilica,
     come a Cesare il Ciel fece qui segno
     d’altro cesare in terra assai più degno.

112 Fe’ come savio prima testamento:
     divise in molte terre il suo tesoro;
     lasciò tutti i suoi servi ognun contento,
     che molte cose partiron fra loro;
     e tre tavole ricche d’arïento,
     tutte intagliate, ed una di puro oro,
     condotte e fatte con mirabile arte,
     distribuì, com’io truovo, in tre parte:

113 la prima, ove era tutta disegnata
     la gran città che Bisanzio si noma,
     al santo altar di Pietro ha diputata;
     e l’altra, ove era sculta l’alma Roma,
     volle che fussi a Ravenna mandata.
     O gran presente, o ricca, o degna soma!
     O magnanimi don, memoria e segno,
     che minor non conviensi a tanto uom degno!

114 La terza, fatta con maggior lavoro,
     dove tutto descritto appare il mondo,
     e quell’altra ch’io dissi, tutta d’oro,
     a Lodovico suo figliuol giocondo
     rimase, ultimo erede fra costoro,
     morti Carlo e Pipin primo e secondo:
     sì che Luigi era il terzo figliuolo,
     che succedette alla corona solo.

115 Or, poi che Carlo è seppellito e morto
     e fruisce quel gaudio e quel giubillo
     che s’aspetta a ognun che giugne al porto
     di sua salute e suo stato tranquillo,
     a me parrebbe alla istoria far torto
     s’io non aggiungo qualche codicillo,
     acciò ch’ognun che legge benedica
     l’ultimo effetto della mia fatica.

116 Noi possiam per la istoria intender quasi
     come all’unico figlio Lodovico
     molti regni e paesi son rimasi
     per virtù del suo padre, come io dico,
     per molti tempi, effetti e vari casi:
     insino al re di Persia è fatto amico,
     tanto a sé il trasse come calamita
     l’opere degne del suo padre in vita;

117 e la Francia e la Ghienna e la Borgogna
     e Navarra, Araona con la Spagna,
     la Fiandra e l’Inghilterra e la Guascogna,
     la Dazia e la Germania e la Brettagna
     e Pannonia e Boemia e la Sansogna
     e tante gran provincie della Magna
     e l’Istria e la Dalmazia e Lombardia
     rimason sotto la sua monarchia.

118 E veramente dal suo genitore
     non è questo figliuol degenerato;
     ma, perch’io serbo altrove a fargli onore
     in altro libro o libel cominciato,
     ritorno al nostro primo imperatore
     in alcun luogo che indrieto ho lasciato
     de’ costumi e de’ modi di sua vita,
     sì che la istoria dir possian finita.

119 Dicon molti aüttor di sua natura,
     della sua qualità, s’io ho ben raccolto,
     ch’egli aveva formosa la statura,
     largo nel petto e nelle spalle molto,
     ne’ passi grave e nella guardatura,
     nel parlar grazia, e maiestà nel volto,
     la barba lunga e il naso alquanto giusto,
     l’aspetto degno e tutto in sé venusto;

120 molto affabil, placabil, tutto magno,
     molto savio, veril, molto discreto;
     amico o servo o parente o compagno
     partia sempre da lui contento e lieto:
     non si sentia: «Del mio signor mi lagno»;
     molto giusto in sua legge e suo decreto;
     e perché gli uomin gli piacean modesti,
     essemplo dava di costumi onesti.

121 Era al culto divin ceremonioso;
     edificava per ogni paese
     qualche magno palazzo glorïoso;
     fece tanti spedal, badie e chiese
     ch’io credo il ver di molte sia nascoso;
     come cor generoso all’alte imprese,
     restaürava e città e castella,
     come e’ fece ancor già Fiorenza bella;

122 fece in sul Reno il ponte, com’io dissi,
     di cinquecento passi per lunghezza,
     che mostrò segno, innanzi ch’e’ morissi,
     come e’ cadeva anche ogni gentilezza.
     Mostrava, in ogni caso che avvenissi,
     prudenzia e temperanza con fortezza:
     grazie che Iddio rade volte concede
     o per nostra salute o per la fede.

123 Dilettavasi a caccia andare spesso,
     sempre l’ozio dannando, come i saggi,
     sanza temer, dagli anni pur defesso,
     di freddo o luoghi difficil, selvaggi;
     tanto che, essendo a quel termine presso
     dove più oltre ognun convien che caggi
     perché non è più la natura forte,
     sollicitòe per tal cagion la morte.

124 Pigliava spesso de’ bagni diletto:
     quivi soleva congregar gli amici,
     come forse dal luogo era constretto
     dove i monti son freddi e le pendici.
     O signor giusto, o signor benedetto,
     o quanto furon que’ tempi felici!
     Non sarà Francia mai sì bella o lieta
     o per corso di stelle o di pianeta.

125 Reputavano i popoli dal Cielo
     mandato fussi in terra un tal signore
     per carità, per giustizia e per zelo;
     e se non fussi spento il vecchio errore,
     adorato l’arebbon come Belo
     per reverenzia e per antico amore:
     tanto che alcuno, forse, auttor non falla
     della croce incarnata in su la spalla.

126 Ammaestrò i figliuoli e le figliuole
     d’ogni arte liberal, d’ogni dottrina;
     né bisognava cercare altre scuole,
     allor, che l’accademia parigina.
     Voleva appresso tutta la sua prole
     se e’ cavalcava da sera o mattina.
     Talvolta, per fuggir le sue donne ozio,
     ministravan lanifero negozio.

127 La madre sua, ch’era Berta chiamata,
     sempre la tenne con debito onore,
     acciò che fussi la legge osservata
     di Moïsè da quel primo dottore:
     era di Grecia di gran sangue nata,
     figlia di Eraclio degno imperatore.
     Or basti una parola, uditor mio,
     ch’ogni cosa ben fa chi teme Iddio.

128 Dunque giusta la vita, retta e buona
     è stata del mio Carlo veramente,
     e tenuto lo imperio e la corona
     come magno signor felicemente.
     Ma perché intanto una tuba risuona
     in altra parte, e per tutto si sente,
     benché la istoria sia degna e famosa,
     convien che fine pure abbi ogni cosa.

129 E s’io non ho quanto conviensi a Carlo
     satisfatto co’ versi e col mio ingegno,
     io non posso il mio arco più sbarrarlo
     tanto ch’io passi il consüeto segno;
     e dicone mia colpa, e ristorarlo
     aspetto al tempo del figliuol suo degno,
     ch’io farò in terra più che semideo,
     dove sarà Ciriffo Calvaneo.

130 Io ho condotto in porto la mia barca:
     non vo’ più tentare ora Abila e Calpe,
     per che più oltre il mio nocchier non varca
     per non trovarsi come spesso talpe,
     o come quel che entrò nella santa arca
     tanto che’ monti si scuoprino o l’alpe
     pel tempo ancor pur nebuloso e torbo,
     ed aspettar che ritorni a me il corbo.

131 Non ch’io pensi star surto sempre fermo,
     ché, s’io vorrò passar più là che Ulisse,
     donna è nel Ciel che mi fia sempre schermo;
     ma non pensai che innanzi al fin morisse!
     Questa fia la mia stella e ’l mio santo Ermo,
     e perché prima in alto mar mi misse,
     come spirto beato tutto vede,
     ricorderassi ancor della mia fede.

132 Sare’ forse materia accomodata,
     con la vita di Carlo tanto eletta
     la vita di tal donna comparata,
     Lucrezia Torna-buona, anzi perfetta,
     nella sedia sua antica rivocata
     dalla Virgine etterna benedetta
     che riveder la sua devota applaude;
     e canta or forse le sue sante laude.

133 Quivi si legge or della sua Maria
     la vita, ove il suo libro è sempre aperto,
     e di Esdram, di Iudit e di Tobia;
     quivi si rende giusto premio e merto;
     quivi s’intende or l’alta fantasia
     a descriver Giovanni nel deserto;
     quivi cantano or gli angeli i suoi versi,
     dove il ver d’ogni cosa può vedersi.

134 Natura intese far quel ch’ella volle:
     una donna famosa al secol nostro,
     che per se stessa sé dall’altre estolle
     tanto che manca ogni penna, ogni inchiostro.
     Non la cognobbe il mondo cieco e folle,
     benché il vero valor chiaro fu mostro,
     come il Signor che colassù la serra:
     ché adorata l’arebbe in Cielo e in terra.

135 Quanti beni ha commessi! A quanto male
     ovvïato costei mentre era in vita!
     Però con la sua veste nuzïale
     l’anima in Cielo a Dio si rimarita
     quel dì che il santo messo aperse l’ale
     per la sua carità tanto infinita:
     sì che ancor prego che lassù m’accetti
     tra’ servi suoi nel numer degli eletti.

136 E s’io ho satisfatto al suo desio,
     basta a me tanto e son di ciò contento:
     altro premio, altro onor non domando io,
     altro piacer che di godermi drento.
     E so ch’egli è lassù Morgante mio:
     però, s’alcun malivolo qui sento,
     adatterà il battaglio ancor dal Cielo
     in qualche modo, a scardassargli il pelo.

137 Portin certi uccellacci un sasso in bocca
     come quelle oche al monte Taüreo
     per non gracchiar, che poi il falcon le tocca;
     ch’io gli farò girar come paleo,
     ed ho sempre la sferza in su la scocca,
     perch’io fu’, prima ch’e’ gigante, reo;
     non morda ignun chi ha zanne non che denti,
     dice il proverbio: io non dico altrimenti.

138 Io non domando grillande d’alloro
     di che i Greci e’ Latin chieggon corona;
     io non chieggo altra penna, altro stil d’oro
     a cantar d’Aganippe e d’Elicona:
     io me ne vo pe’ boschi puro e soro
     con la mia zampognetta che pur suona,
     e basta a me trovar Tirsi e Dameta;
     ch’io non son buon pastor, non che poeta;

139 anzi non son prosuntüoso tanto
     quanto quel folle antico citarista
     a cui tolse già Apollo il vivo ammanto,
     né tanto satir quant’io paio in vista.
     Altri verrà con altro stile e canto,
     con miglior cetra, e più sovrano artista;
     io mi starò tra faggi e tra bifulci
     che non disprezzin le muse de’ Pulci.

140 Io me n’andrò con la barchetta mia
     quanto l’acqua comporta un piccol legno,
     e ciò ch’io penso con la fantasia,
     di piacere a ognuno è il mio disegno:
     convien che varie cose al mondo sia
     come son varii volti e vario ingegno,
     e piace all’uno il bianco, all’altro il perso,
     o diverse materie in prosa o in verso.

141 Forse coloro ancor che leggeranno,
     di questa tanto piccola favilla
     la mente con poca esca accenderanno
     de’ monti o di Parnaso o di Sibilla;
     e de’ miei fior come ape piglieranno
     i dotti, s’alcun dolce ne distilla;
     il resto a molti pur darà diletto,
     e l’aüttore ancor fia benedetto.

142 Ben so che spesso, come già Morgante,
     lasciato ho forse troppo andar la mazza;
     ma dove sia poi giudice bastante,
     materia c’è da camera e da piazza;
     ed avvien che chi usa con gigante
     convien che se n’appicchi qualche sprazza,
     sì ch’io ho fatto con altro battaglio
     a mosca cieca o talvolta a sonaglio.

143 Non sien dati miei versi a Varo o Tucca:
     e’ basta il Bellincion che affermi e lodi,
     che porge come amico e non pilucca.
     I’ guarderò in sul ghiaccio ir con buon chiodi;
     io porterò in su gli omeri la zucca
     nell’acqua, cinta con sicuri nodi;
     e farò tanto quanto i savi fanno,
     di perdonare a color che non sanno.

144 Ed oltre a questo, e’ ne verrà il mio Antonio,
     per cui la nostra cetra è glorïosa
     del dolce verso materno aüsonio;
     bench’e’ si stia là in quella valle ombrosa,
     che fia del vero lume testimonio.
     Ognun so che riprende qualche cosa;
     ma io non so s’e’ si son corvi o cigni
     i detrattori, o spiriti maligni.

145 Pertanto, io non aspetto il baldacchino,
     non aspetto co’ pifferi l’ombrello,
     non traggo fuori i nomi col verzino
     com’io veggo talvolta ogni libello:
     quand’io sarò con quel mio serafino,
     io gli trarrò fuor forse col cervello,
     perché questo Agnol vi porrà la mano,
     nato per gloria di Montepulciano.

146 Questo è quel divo e quel famoso Alceo
     a cui sol si consente il plettro d’oro,
     che non invidia Anfïone o Museo,
     ma stassi all’ombra d’un famoso alloro,
     e i monti sforza come il tracio Orfeo,
     e sempre intorno ha di Parnaso il coro,
     e l’acque ferma e i sassi muove e glebe,
     ed a sua posta può richiuder Tebe.

147 Io seguirò la sua famosa lira,
     tanto dolce, soave, armonizzante
     che come calamita a sé mi tira,
     tanto che insieme troverren Pallante;
     per che, sendo ambo messi in una pira,
     segni farà del nostro amor constante,
     d’una morte, un sepulcro, un epigramma,
     per qualche effetto, l’una e l’altra fiamma.

148 Noi ce n’andrem per le famose rive
     d’Eürote e pe’ gioghi là di Cinto,
     dove le muse aüsonie ed argive
     gli portan chi narciso e chi iacinto:
     io sentirò cose alte e magne e dive
     che non sentì mai Pindo o Arachinto;
     io condurrò Pallante a Delfi e Delo,
     poi se n’andrà come Quirino in cielo.

149 Questo sarà quel Pollïone in Roma,
     questo sarà quel magno Mecenate
     a cui sempre ogni musa è perizoma.
     Pertanto, spirti degni, or vi svegliate,
     perché fiorir farà nostro idïoma,
     tanto fien le sue opre celebrate:
     materia avete innanzi agli occhi degna,
     che per se stessa sé laudare insegna.

150 Veggo tutte le Grazie a una a una,
     veggo tutte le ninfe le più belle,
     veggo che Palla con lor si rauna
     a cantar le sue laude insieme quelle;
     e non può contra opporsi la Fortuna,
     ché il sapïente supera le stelle;
     e la grazia del Ciel gran segni mostra
     che questo è il vero onor della età nostra.

151 Surge d’un fresco e prezïoso lauro
     certe piante gentil, certi rampolli,
     che mi par già sentir dall’Indo al Mauro
     tante cetre, Mercurii e tanti Apolli
     che certo e’ sarà presto il mondo d’auro,
     ch’era già presso agli ultimi suoi crolli:
     tornano i tempi felici che furno
     quando e’ regnòe quel buon signor Saturno.

152 Benigni secul, che già lieti fêrsi,
     tornate a modular le nostre lire,
     ché la mia fantasia non può tenersi
     come ruota che mossa ancor vuol ire.
     Chi negherebbe a Gallo già mai versi?
     Pro re, paüca dixi al mio desire.
     Or sia qui fine al nostro ultimo canto
     con pace e gaudio e col saluto santo.

153 Salve Regina, madre glorïosa,
     vita e speranza sì dolce e soave;
     a te per colpa della antica sposa
     piangendo e sospirando gridiamo «Ave»
     in questa valle tanto lacrimosa:
     però tu che per noi volgi la chiave,
     deh, volgi i pietosi occhi al nostro essilio,
     mostrandoci, Maria dolce, il tuo Filio.

154 Degnami, se ’l mio priego è giusto e degno,
     ch’io possi te laudar, Virgo sacrata;
     donami grazia e virtù pronta e ingegno
     contra a’ nimici tuoi, nostra avvocata;
     e perché in porto hai condotto mio legno,
     io ti ringrazio, Virgine beata:
     con la tua grazia cominciai la istoria;
     con la tua grazia alfin mi darai gloria.

155 Con la tua grazia, Virgine Maria,
     conserva la devota alma e verace
     mona Lucrezia tua, benigna e pia,
     con carità perfetta e vera pace;
     anzi essaudir puoi ciò che lei desia,
     ché sempre chiederà quel che a te piace.
     sì che lei prego per le sue virtute
     che per me impetri grazia di salute.