Nigrizia/Editoriale febbraio 2012

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L'editoriale del numero di febbraio 2012


Neoliberismo


Con un abracadabra statistico, l’Africa subsahariana sarà nel 2012 l’unica macroregione del mondo con un tasso di crescita in aumento. Questa, se non altro, è la verità che esce dai parametri con i quali gli organismi internazionali misurano la crescita economica. Dalle curve grafiche e dalle analisi di Ocse, Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Banca africana di sviluppo, agenzie di rating… emerge una sola certezza, sintetizzata dalle parole del presidente della Commissione dell’Unione africana (Ua), Jean Ping: «Le prospettive sono molto buone. Tanto che molti ritengono che l’Africa sia il continente del futuro».

Il 16 gennaio scorso, al termine della sua visita a Tripoli, Ping ha fornito alcuni dati significativi: nel 2011, l’Africa è progredita in media dal 5,5 al 6%; sette paesi registrano tassi di crescita compresi tra il 7 e l’11%. La performance migliore è del Ghana, che nei primi sei mesi del 2011 è stato il paese che ha registrato il tasso più alto di crescita del prodotto interno lordo (Pil) al mondo: 13,5%.

Secondo il McKinsey Global Institute, entro il 2020 si prevede un aumento complessivo del Pil africano pari a 1.000 miliardi di dollari. «Di questi, circa il 50% sarà imputabile all’aumento dei consumi, grazie anche ai cambiamenti nella distribuzione dei redditi nel continente, con una crescita particolarmente accentuata per il settore edilizia-alloggi, prodotti non food, ma anche servizi telefonici e bancari». Sembra quasi che tutti sperino o vogliano che in Africa scoppi il boom. Per cooptare, in questo modo, il continente nel grande giro economico, quello in cui si abbuffano i mercati dell’industria e del consumo, e perfino i mercati finanziari, rimasti con poca polpa su cui speculare con la crisi della zona euro.

Ping, è vero, ci ricorda che in Africa gli investimenti arrivano un po’ troppo dall’estero; che c’è ancora poco commercio tra gli stati interni del continente; che il commercio africano si basa troppo sulle materie prime, in particolare sul petrolio, sul cui prezzo nessun governo africano ha un pur minimo controllo.

Agenzie e analisti sono più ottimisti. Affermano che i motori di sviluppo sono diversi. Innanzitutto, il fenomeno dell’urbanizzazione: sono molte le città africane abitate da milioni di persone. Cambiano i consumi. Crescono edilizia, servizi sanitari, reti urbane, commercio, credito. Altro motore è l’agricoltura: in Africa è localizzato il 60% delle terre coltivabili non sfruttate del pianeta. È possibile il passaggio dall’autoassistenza alla produzione di prodotti di largo consumo per i mercati urbani. C’è poi la new economy: già oggi in molti paesi del continente quello dei telefonini è il mercato in maggior crescita. Il Kenya, in particolare, è il paese dove è stato inventato il sistema di trasferimento del credito attraverso i cellulari. Con il crescere della ricchezza, crescono anche le banche. In Rd Congo, Togo, Mozambico, Ghana si registrano i picchi di espansione degli istituti di credito, anche se le finanziarie sudafricane, egiziane e nigeriane restano le più forti.

L’Africa come l’Eldorado. Tutti la vogliono. Non solo i cinesi. Anche se il flusso di capitali di Pechino si è ingigantito negli ultimi anni. Secondo Clive Tasker, amministratore delegato della sudafricana Standard Bank, «dal 2002 al 2010 il tasso di crescita del commercio tra Cina e Africa è salito con una media del 33% l’anno. E non è un interscambio sbilanciato. Nel 2010 l’export verso la Cina è stato di 66,9 miliardi di dollari, molti dei quali rientravano nel settore energetico e minerario, mentre l’import è stato di 59,8 miliardi». E la “sinizzazione” dell’Africa sta vivendo una seconda fase: dopo la stagione “neo-coloniale”, caratterizzata dalla ricerca spasmodica di materie prime, si è passati a quella della delocalizzazione: intere industrie cinesi trasferiscono la produzione non solo in aree asiatiche, ma proprio nell’Africa subsahariana. La Banca mondiale prevede che, entro pochi anni, la Cina avrà “esportato” circa 85 milioni di posti di lavoro nel continente.

Ma sta qui il paradosso economico che opprime l’Africa: se è considerata da tutti gli indicatori come il continente performante – l’unico con le curve in salita – perché il sottosviluppo è ben lontano dal ridursi? Perché, se il continente cresce, non diminuiscono le disuguaglianze economiche e sociali. Basta leggere con attenzione la classifica dell’Indice di sviluppo umano pubblicato in questo numero di Nigrizia: nel 2011, nelle ultime 29 posizioni figurano 28 paesi africani. Alcune nazioni subsahariane considerate un “successo economico”, se valutate in base ai parametri sociali, sanitari, educativi e della corruzione (escludendo quelli economici), precipitano bruscamente ancora più basso in classifica.

La domanda che ci si pone, allora, è la solita: più mercato, più banche, più ricchezza stanno davvero portando maggior benessere diffuso nei paesi africani? Per ora, la risposta è no! E una delle chiavi dell’insuccesso – il fatto che il Pil cresce ma gran parte della gente non ne trae beneficio – è la mancanza di una classe dirigente, specie politica, che sappia e voglia operare per l’insieme del paese e non solo per nicchie sociali o etniche.