Opere minori 1 (Ariosto)/Poesie attribuite/Canzone V

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Canzone V

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V.1


     Quando ’l sol parte e l’ombra il mondo côpre,
E gli uomini e le fere,
Nell’alte selve e fra le chiuse mura,
Le loro asprezze più crudeli e fere
5Scordan, vinti dal sonno, e le loro opre;
Quando la notte è più quêta e sicura;
Allor l’accorta e bella
Mia vaga pastorella

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Alla gelosa sua madre si fura,
10E dietro agli orti di Mosco soletta
A piè d’un lauro córcasi, ed aspetta.
     Ed io, che tanto a me slesso son caro,
Quanto a lei son vicino,
O la rimiro o ’n grembo le soggiorno,
15Non prima dall’ovil torce il cammino
L’iniqua mia matrigna e ’l padre avaro,
Che annoveran due volte il gregge il giorno,
Questa i capretti, e quelli
I mansüeti agnelli,
20Quando di mandra io i’ levo e quando io i’2 torno,
Che giunto sono a lei veloce e lieve,
Ov’ella lieta in grembo mi riceve.
     Quivi al collo, d’ogni altra cura sciolto,
L’un braccio allor le cingo,
25Tal che la man le scherza in seno ascosa;
Coll’altra il suo bel fianco palpo e stringo,
E lei, ch’alzando dolcemente il volto,
Su la mia destra spalla il capo posa,
E le braccia mi chiude
30Sovra ’l cubito ignude,
Bacio negli occhi e ’n la fronte amorosa;
E, con parole poi ch’Amor m’inspira,
Così le dico; ella m’ascolta e mira:
     — Ginevra mia,3 dolce mio ben, che sola,
35Ov’io sia, in poggio o ’n riva,
Mi stai nel côre; oggi ha la quarta estate,
Poi che, ballando al crotalo e alla piva,
Vincesti il speglio alle nozze d’Iola,
Di che l’Alba ne pianse più fïate.
40Tu fanciulletta allora
Eri, ed io tal ch’ancora
Non sapea quasi gire alla cittate.
Possa io morir4 or qui, se tu non sei

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Cara vie più che l’alma agli occhi miei. —
     45Così dico io. Ella allor, tutta lieta,
Risponde sospirando:
— Deh non t’incresca amar, Selvaggio mio;
Chè, poi ch’in cetra e ’n sampogna sonando,
Vincesti il capro al natal di Dameta,
50Onde Montan di duol quasi morio,
Tosto n’andrà ’l quarto anno,
S’al contar non m’inganno
(Pensa qual eri tu, qual era anch’io),
Tanto caro mi siei,5 che men gradita
55M’è di te l’alma e la mia propria vita. —
     Amor, poichè si tace la mia donna,
Quivi, senza arco e strali,
Sceso per confermare il dolce affetto,
Le vola intorno e salta aprendo l’ali.
60Vago or riluce in la candida gonna,
Or tra’ bei crini, or sovra ’l casto petto,
D’un diletto gentile,
Cui presso ogni altro è vile,
N’empie scherzando ignudo e pargoletto:
65Indi tacitamente meco ascolta
Lei, ch’ha la lingua in tai note già sciolta:
     — Tirsi ed Elpin, pastori audaci e forti,
E d’età giovanetti,
Ambi leggiadri e belli senza menda;
70Tirsi d’armenti, Elpin d’agni e capretti
Pastor, co’ capei biondi ambi e ritorti
Ed ambi pronti a cantar a vicenda;
Sprezzano ogni fatica
Per farmi loro amica:
75Ma nullo fia6 che del suo amor m’incenda;
Ch’io, Selvaggio, per te curería poco
Non Tirsi o Elpino, ma Narciso e Croco.7
     — E me, rispond’io, Nisa ancor ritrova

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Ed Alba,8 e l’una e l’altra
80Mi stringe e prega che di sè mi caglia;
Giovanette ambe, ognuna bella e scaltra,
E non mai stanca di ballare a prova.
Nisa, sanguigna di colore, agguaglia
Le rose e i fior vermigli;
85Alba, i ligustri e gigli.
Ma altre arme non fian9 mai con che m’assaglia
Amor, n’altro legame ond’ei mi stringa,
Se ben tornasse ancor Dafne e Siringa. —
     Di nuovo Amor scherzando, come pria,
90D’alto diletto immenso
N’empie, e conferma il dolce affetto ardente.
Così le notti mie liete dispenso;
E pria ch’io faccia dalla donna mia
Partita, veggio al balcon d’orïente
95Dall’antico suo amante
L’Aurora vigilante;
E gli augelletti odo soavemente
Lei salutar, ch’al mondo riconduce
Nel suo bel grembo la novella luce.
     100Canzon, crescendo con questo ginepro,10
Mostrerai che non ebbe unqua pastore
Di me più lieto e più felice, Amore.




Note

  1. Gian Francesco Doni, nei Marmi, produsse la prima volta questa Canzone, non però sotto il nome dell’Ariosto, ma sotto quello di un Fra Jacopo de’ Servi; e tra le Rime di diversi nobili uomini ec. stampate dal Giolito (1547) vedesi attribuita a Giulio Cammillo, giudicato dal Crescimbeni «più idoneo a insegnare i precetti dell’arte dello scrivere, che a metterli in pratica.» Gian Batista Baldelli, nella sua prefazione alle Rime del Boccaccio, credè aver dimostrato ch’essa era opera del nostro autore, benchè la copia conservatane nel convento de’ Serviti di Firenze, sembrassegli scritta di mano del Varchi. Il Baruffaldi, aderendo al Baldelli, ne riportò due strofe con la chiusa, per saggio; e il Poggiali, stimandola inedita, la stampò per intero nel volume primo de’ suoi Testi di lingua (Livorno, 1813). I biografi andaron lieti di trovarvi la conferma dell’opinione che attribuiva a messer Lodovico l’amore di una donna chiamata Ginevra, che alcuni credettero della famiglia fiorentina de’ Lapi, e che forse fu quella alla quale egli avea rivolto l’animo per divertire gli effetti della passione concepita verso Alessandra Benucci, com’è adombrato nella strofa quarta della Canzone I, ed anche nel Sonetto VII.
  2. I’ due volte, per li. Indizio di fiorentinità nell’autore. Quello che noi ne pensiamo, apparirà dalle noterelle che verremo qui soggiungendo.
  3. Tra le donne lodate nelle Rime pastorali del Varchi, è ancora una Ginevra; cioè nell’egloga seconda dell’edizione fatta in Bologna nel 1576: «Ben mi punge egualmente alto desio — Di lodar tutt’e tre, Ginevra bella, Margherita gentil, Maria cortese.»
  4. «A pena potev’io, bella Licori, — Giunger da terra i primi rami ancora, — Quando ti vidi fanciulletta fuora — Gir con tua madre a coglier erba e fiori. — Poss’io morir, se di mille colori — Non sentíi farmi tutto quanto allora;» — è il principio di un sonetto pastorale assai celare di Benedetto Varchi.
  5. Altro fiorentinismo.
  6. Il Molini ed altri leggevano: sia.
  7. Parrebbe detto enigmaticamente per significare: argento ed oro. Se non che in altro sonetto, pur boschereccio, del Varchi (ediz. del 1576) s’incontrano questi nomi medesimi: «Adon, Croco, Narcisso, Ila e Iacinto.»
  8. In altro sonetto bucolico di esso Varchi: «La mia pastoral canna da cui brama Esser Nisa cantata e l’Alba.»
  9. E qui pure le altre stampe: sian.
  10. Il Varchi scrisse ginebro, rimando con Tebro, nel sonetto di cui già riportammo i primi sei versi: «Testimon questa selce e quel ginebro.»