Operette morali/Dialogo: Galantuomo e Mondo

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Dialogo: Galantuomo e Mondo

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Dialogo di un cavallo e un bue Frammento sul suicidio


Di tutto, eziandio che con gravissime ed estreme minacce vietato, si può al mondo non pagar pena alcuna. De’ tradimenti, delle usurpazioni, degl’inganni, delle avarizie, oppressioni, crudeltà, ingiustizie, torti, oltraggi, omicidi, tirannia ec. ec. bene spesso non si paga pena; spessissimo ancora se n’ha premio, o certo utilità. Ma inesorabilmente punita, e a nulla utile e sempre dannosa, e tale che mai non ischiva il suo castigo, mai non resta senza pena, è la dabbenaggine (coglioneria) e l’esser galantuomo, ch’altrettanto è a dire.

Galantuomo
Come desidera Vostra Eccellenza ch’io la serva?
Mondo
Chi sei tu?
Galantuomo
Sono un povero disgraziato.
Mondo
Incominciamo male. I disgraziati io non li posso vedere.
Galantuomo
Ma V. E. è tanto compassionevole.
Mondo
Tutto l’opposto, Chi diavolo ti ha dato ad intendere che nel mondo si trova compassione?
Galantuomo
V. E. mi scusi. Me l’avevano detto i poeti e i romanzieri.
Mondo
Già me lo figurava. Lasciali cantare ai bambocci. Ho un barlume nella memoria, ch’io da ragazzo e da giovanotto avessi compassione; ma è lunghissimo tempo che i mali altrui mi commuovono quanto un predicatore italiano. È gran tempo che la sfortuna non fa più fortuna, se non quando è falsa ecc. e chi è sventurato lo è per davvero e non per giuoco. Ma tu non sei mica bello.
Galantuomo
V. E. dice bene.
Mondo
Dico bene senza fallo: questo già s’intende. Ma in somma, disgraziato e non bello. Figlio mio, non penso di poterti giovare a niente.
Galantuomo
Ma s’accerti Vostra Eccellenza che ho bonissimo cuore, e mi sono sempre esercitato nella virtù.
Mondo
Peggio che peggio. Tu vuoi morir disperato, e appiccarti da te stesso ecc. ecc. (segua un discorso intorno al danno dell’aver buon cuore, e sensibilità). Sei nobile?
Galantuomo
Eccellenza sì.
Mondo
Questo va bene. Ricco?
Galantuomo
E come, Eccellenza, se sono stato sempre galantuomo?
Mondo
Via, questo non farà caso. Quando sarai divenuto un furfante, arricchirai. La nobiltà, figliuolo, è una gran bella cosa, e perché sei nobile, voglio vedere d’aiutarti, sicché ti prendo al mio servizio.
Galantuomo
V. E. mi comandi in che maniera io mi debba regolare.
Mondo
Figlio mio, per condursi bene ci vuole un poco d’arte.
Galantuomo
V. E. si compiaccia di credermi, ch’io non manco d’ingegno, anzi tutti mi dicono ch’io n’ho moltissimo, e se ne fanno maraviglia.
Mondo
Questo non rileva. (Il punto non consiste qui). Non basta avere ingegno, ma un certo tale ingegno. Se hai questo, procura di coltivarlo, e non curarti dell’altro, Se questo ti manca, qualunque altro ingegno, fosse anche maggiore che non fu l’ingegno di Omero e di Salomone, non ti può valere a nulla.
Galantuomo
V. E. mi perdoni. Aveva sentito dire che il vero e grande ingegno, risplende attraverso qualunque riparo, e non ostante qualunque impedimento, presto o tardi prevale.
Mondo
Chi te l’ha detto? Qualche antiquario che l’ha imparato dalle iscrizioni, o qualche tarlo che l’ha trovato scritto nei codici in pergamena? Anticamente lo so ancor io che il fatto stava così come tu dici, ma non dopo che l’esperienza e l’incivilimento m’hanno trasformato in un altro da quello di prima. Specchiati in Dante Alighieri, in Cristoforo Colombo, in Luigi Camoens, in Torquato Tasso, in Michele Cervantes, in Galileo Galilei, in Francesco Quevedo, in Giovanni Racine, in Francesco Fénélon, in Giacomo Thomson, in Giuseppe Parini, in Giovanni Melendez, e in cento mila altri. Che se costoro hanno avuto qualche fama o dopo morti o anche vivendo, questo non leva che non sieno stati infelicissimi, e la fama poco può consolare in vita e niente dopo morte. E se vuoi veder di quelli che non sono arrivati neppure alla fama che cercavano, guarda Chatterton. v. lo Spettatore di Milano, quaderno 68, p. 276. Parte straniera. (Qui va il nome di un poeta lirico tedesco morto giovane di grandi speranze, vissuto, mi pare, alla corte di Federico Il e colpito da un suo motto o altro che gli cagionò gran pena e forse la morte, odiato da suo padre, che se ne pentì dopo la sua morte, ecc. Mi pare che il nome incominci per G. Malfilátre (Chateaubriand Génie etc. not. 3 de l’Appendice au deux. vol.)’ e moltissimi altri che furono d’altissimo ingegno, e morirono senza fama sul fior degli anni, chi dalla povertà, chi dalla disperazione, e oggi niuno se ne ricorda. E quanti altri sono vissuti anche lungamente, e hanno scritto o fatto cose molto più degne d’immortalità che non sono infinite altre notissime e famosissime. E contuttociò perché la fortuna ed io non gli abbiamo aiutati, non hanno avuto nessun grido, e non si parlerà mai di loro, come se non fossero mai stati. Dimmi un poco: pizzichi niente di letterato?
Galantuomo
Eccellenza, posso dire che da che vivo non ho fatto altro che studiare, tanto che questo m’ha indebolita e guasta la complessione e la salute del corpo.
Mondo
Male malone. Hai sprecato il tempo, la fatica e la spesa. Tutto lo studio fa conto d’averlo gittato, e il danno che ti resta lo porterai gratis per amore del diavolo. Non riprendo che vogli professar dottrina e letteratura, e procacciarti onore e fama con questo mezzo. Anche questo giova a segnalarsi fra la gente, e farsi riverire dalla moltitudine ed arrivare a molti fini. Ma non si conseguisce mica per via dello studio, anzi non ci bisogna studio, se non pochissimo. Senti quello che farai per l’avanti. Stringerai conoscenza e amicizia con una buona quantità di letterati, non importa che sieno veri o falsi: basta che abbiano un certo nome. Qualunque te ne capiti, sia pur meschinissimo, non lo trascurare, e fattelo subito amico, perché il gran chiasso non lo può fare altro che la moltitudine delle persone. Loderai pubblicamente le opere loro a oggetto ch’essi ti rendano il contraccambio: e di questo non aver dubbio, perché la repubblica letteraria è più giusta assai di tutte le altre repubbliche o reggimenti della terra, e non si governa a un dipresso con altre leggi che di retribuzione. Ti farai scrivere a quante accademie potrai, e da principio farai mostra de’ titoli onorifici, nel frontespizio de’ tuoi libri, e comunque ti si darà la congiuntura:’ poi quando tutti gli avranno imparati a memoria gli tralascerai facendo vista di non curargli e nascondergli, acciò che gli altri t’abbiano per magnanimo. Scrivendo e stampando, scriverai cose che piacciano alle donne, ai cavalieri , in somma a quelli che stanno al mio servizio, e le stamperai splendidamente in bella carta e caratteri, con figurine incise, legature gala i riti, e cose tali. Quando la prima edizione non avesse spaccio, ne farai fare un’altra dicendo che la prima è divenuta rara, e non mentirai, perché infatti non si troverà se non presso pochissimi, vale a dire i librai. E assicurati che la seconda edizione farà più fortuna della prima. Lo stile di voi altri italiani già si sa che dev’esser francese; e per buona ventura non sapete scrivere altrimenti, quando anche la lingua che adoperate fosse mera italiana, o piuttosto vi paresse. Te la intenderai per lo meno con tutti quanti i giornalisti della tua nazione, e li pagherai secondo che ti loderanno. Poniamo caso che tu abbia pubblicato un poema che vaglia, all’incirca quanto il libro di Bertoldo, o quanto una canzone arcadica o frugoniana, o quanto i versi dell’Algarotti del Bettinelli, del Bondi, o simili. Se diranno che non cede alla Gerusalemme, pagherai un tanto. Se lo metteranno coll’Eneide, tanto di più; se l’anteporranno all’Iliade, tanto di più, e così discorrendo.
Galantuomo
Ma, Eccellenza, tutti dicono che questi artifizi e queste frodi, sono rifugi dell’ignoranza, e del poco merito ecc. e che questo non è il modo di arrivare alla fama ecc.
Mondo
Gaglioffo, non sai che altro è quello che si dice, altro quello che si fa? E da lunghissimo tempo non c’è memoria di (e da tempo immemorabile non s’è trovata) persona che abbia conformato i fatti alle parole? Governati com’io ti dico, e non cercar altro. Quanto ai premi che propongono le accademie, ti racconterò una storiella antica. Quando Alessandro Macedone stava in punto di morte, vennero i suoi Generali e gli domandarono a chi lasciasse il regno. Rispose Alessandro, al più forte. La stessa cosa fanno tutte le accademie, e tutti coloro che propongono premi letterari. Sicché volendo concorrere a qualche premio, non guardare se tu sei più degno degli altri, ma più forte. Se non sei più forte, quando anche fossi una musa, non venire in competenza nemmeno colle ranocchie, perché tu sarai fischiato, e le ranocchie andranno intorno colla medaglia (corona). Con questa considerazione ti dovrai regolare in qualunque altra concorrenza letteraria. Questo sia detto in ordine alla letteratura. Adesso torniamo al proposito della maniera che tu mi devi servire. Primieramente ficcati bene in testa che tu dovrai contenerti e vivere come fanno tutti gli altri.
Galantuomo
In ogni cosa?
Mondo
In ogni cosa di fuori; e di dentro più che potrai, vale a dire che devi porre ogni studio a conformare non solamente i detti i fatti e le maniere, ma anche i geni le opinioni e le massime tue con quelle degli altri. Pensa che in chiunque mi serve io non voglio nessunissima cosa straordinaria a nessunissimo patto, e se qualcuno è straordinario o singolare per natura, bisogna che si corregga se vuol piacere a me.
Galantuomo
V. E. mi perdoni. Ma che bellezza o piacere troveremo quando tutti saranno uguali, e diranno e faranno le stesse cose?
Mondo
A questo non devi pensare. Non ci dev’essere un uomo diverso da un altro, ma tutti debbon essere come tante uova, in maniera che tu non possa distinguere questo da quello. E chiunque si lascerà distinguere sarà messo in burla ecc.
Galantuomo
Sicché posto ch’io mi trovassi in un paese dove tutti fossero ciechi da un occhio, bisognerebbe ch’io me ne cavassi uno per non lasciarmi distinguere (per appareggiarmi cogli altri).
Mondo
Questo sarebbe il dover tuo. Ma lasciamo i casi immaginari.
Galantuomo
Certo che se Vostra Eccellenza andasse a un teatro di burattini, e che tutti i burattini fossero vestiti d’una forma, e si movessero d’una maniera, e che facessero dir loro le stesse cose, V. E. s’attedierebbe mortalmente ecc. ecc. e pretenderebbe che gli restituissero il danaro che avesse pagato. Nessuna cosa e più necessaria alla vita, della varietà ecc. perch’è la sola medicina della noia che segue tutti i piaceri.
Mondo
Tu dunque presumi di servire il Mondo, e temi la noia? Non sai che chiunque mi serve, si può dire che non faccia altro che annoiarsi? E che tutti i beni ch’io posso dare si risolvono nella noia? Sicché cercando i miei benefizi e conseguendoli, non avrai altra compagna né altra meta che questa? Non accade ora come quando ogni cosa umana era piena di vita, di movimento, di varietà, d’illusioni, in maniera che la gente non s’annoiava. Ma oggidì non avere altra speranza che d’attediarti in eterno, e di morire felicemente a ogni tratto, perch’io non voglio più vita né strepiti né disordini ne mutazioni di cose. L’ignorante e il fanciullo non s’annoia, perch’è pieno d’illusioni, ma il savio conoscendo la verità d’ogni cosa, non si pasce d’altro che di noia.
Galantuomo
Ma se V. E. odia lo straordinario, odierà quasi tutte le buone e belle e grandi azioni, e se dovremo far sempre quello che fanno gli altri; non potrà stare che non operiamo tutto giorno contro natura, non solo perché dovremo adattarci alle inclinazioni altrui, ma perché la massima parte degli uomini opera a ritroso della sua stessa natura.
Mondo
Che diavolo è questo che mi vieni ingarbugliando? Che ha da fare il Mondo colla natura? (Che ho da far lo) Sempre che ti sento parlare stimo che sia risuscitata mia nonna, o di trovarmi ancora in conversazione (compagnia della) colla balla. Siamo ai tempi d’Abramo o dei re pastori, o della guerra troiana? La natura mi fece la scuola da fanciullo, ma ora, come succede spesso in fatto di maestri, è mia somma e capitalissima nemica, e la mia grande impresa è questa di snidarla da qualunque minimo cantuccio, dov’ella sia rannicchiata. Ed oramai son vicino a riuscire, e spero che fra poco le farò dare un bando generale che la scacci da tutto quanto il genere umano, e non si troverà più vestigio della natura fra gli uomini.
Galantuomo
V. E. senza fallo dev’essere amica della ragione.
Mondo
Si, ma di quella fredda freddissima, e dura durissima come il marmo. A questa sì le voglio bene, povera vecchia, debole quanto una pulce.
Galantuomo
E stata sempre cosi debole, o solamente dopo invecchiata?
Mondo
Sempre da quando nacque. Appena ha forza di dare il fiato. E non solamente è stata debole, ma ha snervato e snerva chiunque l’ha seguita o la segue. Fo che tenga una bottega dove una quantità di politici filosofi ecc. ci stanno da garzoni, e lavorano il giorno e la notte a farmi il sorbetto e altre cose ghiacciate che mi piacciono sommamente e mi giovano moltissimo.
Galantuomo
V. E. non ama il caldo?
Mondo
Dio mi scampi dal caldo. Quand’era giovane andava alla bottega della natura dove stavano i poeti (ma quei poeti d’allora) e gli altri scrittori magnanimi, che tutti facevano all’amore con lei, perch’è stata sempre una bellissima ragazza. E questi mi davano certe bolliture e certi spiriti che mi mettevano il fuoco nelle ossa. Il fatto sta ch’io veniva nerboruto, svelto, leggero, asciutto come un tisico, non istava mai fermo, faticava e sudava come una bestia, sognava mille scempiaggini, e non credo che passassi due giornate nello stesso modo. Finalmente ho conosciuta la verità delle cose, e pigliato il vero partito. Non mi levo più da sedere, non vorrei muovere un dito per tutto l’oro della terra, non fo più niente, ma in vece penso tutto giorno, e trovo cento belle cose; e di tutte le mie giornate non c’è una che differisca dalla precedente. Così godo una salute perfettissima, ingrasso sempre più, anzi mi si gonfia sino la pancia e le gambe. Certa gente malinconica grida ch’io scoppierò, ma prima essi morranno di mal sottile, o s’infilzeranno il cuore. Dunque la prima cosa ch’io voglio e che tu debba far tutto quello che fanno gli altri. La seconda, che ti debba scordare affatto della natura. Vediamo adesso se tu capisci niente di quello ch’io ti dico. In materia de’ tuoi pregi o difetti come pensi di averti a contenere verso gli altri?
Galantuomo
Dissimulare i pregi ch’io stimo d’avere; condurmi sempre modestamente; e se ho qualche difetto o corporale o intellettuale, confessarlo in maniera che gli altri mi compatiscano, e in somma non arrogarmi nessuna cosa, massimamente dove so di non aver merito.
Mondo
Bravo bravissimo. Va via che sarai fortunato come il cane in chiesa. M’avvedo bene, che la porta del tuo cervelluccio è più stretta del bocchino di una smorfiosa, e a volere che gl’insegnamenti miei ci possano entrare, bisogna ch’io ti parli più chiaro del mezzogiorno. Dunque sappi che quando lo fui d’età fra maturo e vecchio, e lasciai la bottega e i cibi della natura per quelli della ragione, mi prese una malattia simile a quella che Dante ecc. Perché la testa e le gambe mi si cominciarono a voltare in maniera che la faccia venne dove stava la nuca, e il ginocchio dove stava l’argaletto (parola falsa), sicché il davanti restò di dietro, e quello che tu vedi non è il petto né il ventre, ma la schiena e il sedere. E perciò non posso più camminare altro che a ritroso, e quelli che gridano che il mondo è tutto il rovescio di quello che dovrebbe, si maravigliano scioccamente. Allora bench’io guardassi e considerassi il mio cammino assai più di prima, siccome lo guardava di traverso, e in un modo pel quale lo non era fatto, inciampava, cadeva, errava ad ogni passo. Cosi finalmente mi risolsi di mettermi a sedere, e non muovermi più ec. Sappi ch’io son fatto eunuco, sebbene ancora libidinoso. Questo dunque ti serva di regola per giudicare e far giusto concetto della natura delle cose umane e de’ tuoi doveri nella società; e in ogni caso, in cui per essere novizio, dubiterai della maniera di contenerti o di pensare, appigliarti sempre al contrario di quello che ti parrebbe naturalmente. Come nel nostro proposito. Naturalmente andrebbe fatto come tu dici. Dunque va fatto il rovescio. Negli uomini non si trova più compassione, sicché non vale il confessare i propri difetti o svantaggi. Neanche si stimano più i pregi veri, se non se ne fa gran chiasso, sicché la modestia non può far altro che danno. E se chi Il possiede non se ne mostra persuasissimo, è come se non gli avesse. La prima regola in questo particolare è di fornirsi di una buona dose di presunzione, e mostrare a tutti di tenersi per una gran cosa. Perché se gli altri da principio ne sono ributtati, a poco a poco ci si avvezzano, e cominciano a credere che tu abbi ragione. Ciascuno s’adopra a più potere che il vicino sia più basso di lui. Sicché il vicino bisogna che faccia altrettanto. Se è più basso da vero, non s’aspetti nessunissima discrezione quando voglia cedere e confessare che il fatto sta cosi. Anzi tanto più bisogna che s’adopri per pareggiarsi agli altri, e coprire il vero, e farsi stimare, e conseguire quello che non merita. E perciò conviene che l’ignorante s’arroghi dottrina, il plebeo nobiltà, il povero ricchezza, il brutto bellezza, il vecchio gioventù, il debole forza, il malato sanità, e via discorrendo. Tutto quello che tu cederai devi stimare che sia perduto intieramente, e non ti verrà nessun frutto dall’averlo ceduto. Che se da te medesimo ti porrai mezzo dito più basso degli altri in qualunque cosa, gli altri ti cacceranno un braccio più giù. Per venire a capo degli uomini ci vuole gran forza di braccia da fare alle pugna come s’usa in Inghilterra, e gran forza di polmone da gridare, strepitare, sparlare, bravare minacciare più forte degli altri, e domar gli uomini come si domano i cavalli e i muli, e come quella povera Badessa, e quella povera educanda che riferisce Tristano Scendi,” trovandosi sole in viaggio, vinsero quel cavallo restio con una parolaccia che per iscrupolo di coscienza la dissero mezza per una. E però bisogna far muso tosto e buona schiena da portar francamente le bastonate e non perdersi mai di coraggio, né stancarsi per cosa che sia: ma proccurare d’aggiustarsi la persona appresso a poco sulla forma di quei trastulli che i ragazzi chiamano saltamartini, i quali capovolgili, corcali, mettili come vuoi, sempre tornano in piedi.
Galantuomo
Ma tutto questo come s’accorda con quanto Vostra E. mi ha comandato, ch’io debba far tutto quello che fanno gli altri?
Mondo
Primieramente s’accorda benissimo per mille capi. Secondariamente non ti ho detto, ch’io non posso più camminare altro che a ritroso? Laonde se una volta le contraddizioni non si soffrivano, ora nelle cose mie sono frequentissime, e quasi tutti i precetti miei contraddicono gli uni agli altri. Resterebbero molte altre cose, ma toccheremo le principali. Tu saprai quello che fanno le scimmie quando vogliono passare un fiume, ecc. ecc. Nella stessa maniera voi altri servitori miei, quando non potete arrivare a qualche fine da voi soli, bisogna che facciate molti insieme una catena come le scimmie.
Galantuomo
V. E. intende parlare dell’amicizia?
Mondo
Eccoti sempre colle parole antiche e rancide. Saresti proprio al caso di fare il rigattiere o il proposto d’un museo d’anticaglie. L’amicizia non si trova più, o se vuoi chiamarla con questo nome, devi sapere ch’è fatta a uso di quelle fibbie o fermagli che servono ad allacciare mentre bisogna, e finito il bisogno si slacciano, e spesse volte si levano via. Cosi le amicizie d’oggidì. Fatte che sieno, quand’occorre s’allacciano e stringono: finita l’occorrenza, alle volte si slacciano ma si lasciano in essere, tanto che volendo si possano riallacciare; altre volte si levano via del tutto, e ciascuno resta libero e sciolto come per l’addietro. Dal che viene che laddove gli antichi appena stimavano che un uomo sommo potesse trovare un solo amico, oggi per lo contrario un uomo da nulla ne trova tanti, che sapendo contare tutte le altre cose che possiede, questi soli non si cura né gli darebbe l’animo di contarli. Ma senza questa moltiplicità di fermagli non si viene a capo di nessuna cosa. Tuttavia si danno anche presentemente di quelle amicizie strettissime ed eterne come le antiche, anzi superiori alle antiche, in quanto contengono essenzialmente un principio ingenito d’indissolubilità. E sono quelle amicizie che due o tre persone stringono insieme per aiutarsi scambievolmente nelle truffe, tradimenti, ecc. in somma in ogni sorta di malvagità squisita ed eroica. Queste non si possono sciorre perché ciascheduno teme che l’altro non divulghi le sue scelleraggini, e perciò è forza che durino eternamente, e s’abbiano sempre in cura quanto la vita. Ma queste non sono proprie del volgo ma degli eroi di questo secolo. E se i poeti non fossero cosi scimuniti, lascerebbero i Patrocli e i Piladi e i Nisi e gli altri frittumi antichi, e farebbero argomento di poema e di tragedia queste amicizie moderne molto più nobili e degne, perché quelle giovavano alla virtù, alle imprese temerarie e vane, alla patria, e agli altri fantasmi di quel tempi, ma queste conducono alle vere e grandi utilità della vita. (Qui seguano alcune parole dove ironicamente si provi che le cose moderne sono adattate alla poesia molto più delle antiche. E il Mondo si dolga che queste siano preferite, e quelle altre neglette dai poeti. Si potrà anche introdurre una satira dei romantici, lodandoli di voler sostituire la freddezza la secchezza e viltà dei soggetti moderni, al calore, magnanimità, sublimità ecc. degli antichi). (Poi venga un discorso sugl’intrighi, e la necessità della cabala, e come questa sia quella cosa che governa il Mondo; sopra l’inutilità anzi dannosità del vero merito e della virtù).
Galantuomo
Adesso capisco perché la massima parte, anzi, si può dire, tutti quelli che da giovani avevano seguita la virtù ecc. entrati al servizio di V. E. in poco tempo mutano registro, e diventano cime di scellerati e lane in chermisino. V. E. mi creda ch’io gl’imiterò in tutto e per tutto, e quanto per l’addietro sono stato fervido nella virtù e galantuomo, tanto per l’avanti sarò caldo nel vizio.
Mondo
Se avrai filo di criterio. Io voglio che tu mi dica una cosa da galantuomo per l’ultima volta. A che ti ha giovato o giova agli uomini la virtù?
Galantuomo
A non cavare un ragno da un buco. A fare che tutti vi mettano i piedi sulla pancia, e vi ridano sul viso e dietro le spalle. A essere infamato, vituperato, ingiuriato, perseguitato, schiaffeggiato, sputacchiato anche dalla feccia più schifosa, e dalla marmaglia più codarda che si possa immaginare.
Mondo
Guarda mo se torna meglio a lasciarsi scorticare e sbranare per amor di una cieca e sorda che non vede e non sente, e non ti ringrazia, e non s’accorge né punto né poco di quello che tu soffri per cagion sua, piuttosto che a servir uno, il quale quando tu sappia dargli nel genio, non può fare che non ti paghi largamente, e no ti soddisfaccia in quasi tutte le cose che potrai desiderare.
Galantuomo
Sappia V. E. che s’io fossi stato sempre vizioso non sarei così buono a servirla, com’Ella mi proverà. Perché quelli che non hanno mai sperimentato il vivere onesto, non possono avere nella scelleraggine quella forza ch’ha un povero disgraziato, il quale avendo fatto sempre bene agli uomini, e seguita la virtù sin dalla nascita, e amatala di tutto cuore, e trovatala sempre inutilissima e sempre dannosissima, alla fine si getta rabbiosamente nel vizio, con animo di vendicarsi degli uomini, della virtù e di se stesso. E vedendo che se avesse voluto far bene agli uomini, tutti avrebbero congiurato a schiacciarlo, si determina di prevenirgli, e di schiacciargli esso in quanto possa.
Mondo
Qual è il tuo nome, ch’io lo metta in lista insieme cogli altri?
Galantuomo
Aretofilo Metanoeto al servizio di V. E. Aretofilo Metanoeto è quanto dire Virtuoso Penitente, cioè della virtù, come diciamo peccator penitente colui che si pente del vizio.