Operette morali/Il Copernico/Scena seconda

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Il Copernico - Dialogo
Scena seconda

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SCENA SECONDA.


COPERNICO in sul terrazzo di casa sua, guardando in cielo a levante, per mezzo d’un cannoncello di carta; perchè non erano ancora inventati i cannocchiali.

Gran cosa è questa. O che tutti gli oriuoli fallano, o il sole dovrebbe esser levato già è più di un’ora: e qui non si vede nè pure un barlume in oriente; con tutto che il cielo sia chiaro e terso come uno specchio. Tutte le stelle risplendono come fosse la mezza notte. Vattene ora all’Almagesto o al Sacrobosco, e di’ che ti assegnino la cagione di questo caso. Io ho udito dire più volte della notte che Giove passò colla moglie d’Anfitrione: e così mi ricordo aver letto poco fa in un libro moderno di uno Spagnuolo, che i Peruviani raccontano che una volta, in antico, fu nel paese loro una notte lunghissima, anzi sterminata; e che alla fine il sole uscì fuori da un certo lago, che chiamano di Titicaca. Ma insino a qui ho pensato che queste tali, non fossero se non ciance; e io l’ho tenuto per fermo; come fanno tutti gli uomini ragionevoli. Ora che io m’avveggo che la ragione e la scienza non rilevano, a dir proprio, un’acca; mi risolvo a credere che queste e simili cose possano esser vere verissime: anzi io sono per andare a tutti i laghi e a tutt’i pantani che io potrò, e vedere se io m’abbattessi a pescare il Sole. Ma che è questo rombo che io sento, che par come delle ali di uno uccello grande?