Orazione ai nobili di Lucca

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Giovanni Guidiccioni

1557 O Discorsi letteratura Orazione ai nobili di Lucca Intestazione 23 febbraio 2009 75% Da definire

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DI MONS. GUIDICCIONI,
VESCOVO DI FOSSOMBRONE

ORAZIONE ALLI NOBILI
DELLA REPUBLICA LUCCHESE


Molti, sì com’io stimo, prenderanno ammirazione che, avendo io fin da’ primi anni rivolto l’animo alla vita e alle operazioni ecclesiastice et essendo poi sempre nel processo della età stato non solamente osservantissimo delli ordini e delle instituzioni della terra nostra ma studiosissimo di essaltarle con somme lode, ora così subitamente mutato pensiero venga ancor giovane e servo delle cure spirituali a riprenderle e a dir di quelle cose, che gli più maturi non ardiscono e che gli laici debbeno. Ma se alcuno di quelli, gli quali sogliono infra voi degnamente favellare delli advenimenti publici e opportuni, si fusse mosso a parlarne, averei usato in questo la modestia che si convenia e ch’io soglio nelle altre cose; ma vedendo quelli spinti dall’odio, questi dal desiderio de’ propri commodi, altri con gli sensi corrotti ragionarne e molti altri ancora per temenza tacere, ho giudicato essere opra grata a Dio e debita alla carità della patria il dire, insieme con gli errori di molti, quelle cose le quali sono veramente salutari alla vita di questa civile congregazione. Conciosiacosa che mi riputerei degno non pur di riprensione ma di supplizio, se, attendendo a conservare l’ordine del viver mio, io avessi per trascurato e inconsiderato quello della patria mia, le fatiche e le difensioni della quale niuno può prendere sì efficacemente che molto più non le debba e non gli si convenga. E mi giova di sperare che non vorrete che il guidizio della vostra voluntà sia perpetuo, come egli è falso, ma regolar lo vorrete secondo la potenzia del vero; il quale a mio potere ingegnandomi di mostrarvi aperto, voglio avervi ricordato che tanto diminuerete della vostra salute, quanto toglierete di fede alle mie parole; le quali ancora che siano per dover trafiggere molti dell’ordine senatorio, sono però da esser ricevute nella memoria loro e confermate nel consiglio delle vostre deliberazioni. Queste acute e pestilenziose infirmità non hanno bisogno di pigro ma di diligente medico, non di pietoso ma di arrisicato; e se la libertà del mio dire si tirerà dietro la malivolenza di molti, spero che come questa sarà accompagnata con la mia laude, così quella col frutto e col beneficio di altri. E quando altrimenti avenga, mi sarà giocondo l’aver acquetato lo stimolo della conscienzia e aperto il cammino agli altri di risentirsi e di rimediare alli impendenti casi della republica. La quale niente altro essendo che l’anima della città e avendo in sé quel potere che in un corpo ha la prudenzia, perché consiglia il bene universale, conserva le cose buone e schifa le nocive, niuno potrà a ragione biasimarmi, s’io amerò innanzi la conservazione di molti che la grazia di pochi. E se voi rivolgerete nelli animi vostri i gradi della età e le azioni della vita mia, troverete che come fui sempre amator della libertà e della unione vostra, così sono stato rimoto dalle vostre passioni. Per le quai cose sarà vostro officio d’udire con quiete d’animo l’orazion mia, tanto lontana da ogni studio di acquistarsi con dolci e piacevoli parole la vostra benevolenza, quanto vicina e congiunta al vero. Riprenderà primeramente le forme introdutte e adulterate in questa repubblica, di poi rappresenterà la imagine de’ tempi e de’ pericoli passati, e finalmente con l’essempio de’ nostri avoli vi porrà davanti agli occhi la sicura e onesta administrazione della repubblica.

Chi riguarda al governo di qualche anno adietro di questa piccola republica fra tante percosse d’Italia sostentata, vedrà che in poche cose merita laude e in moltissime correzione, e terrà per cosa certissima che dalla eterna mano ne sia stata conceduta questa larghissima grazia di conservarci.

Chi era di così stupido ingegno, il quale non antivedesse dover in breve tempo nascere uno inconveniente molto più dannoso di quello, che l’anno superiore nacque con tanto pericolo del pubblico e con sì continovato spavento de’ particulari? Quando che non solamente gli nobili signoreggiavano, ma tenevano oppressa e soffocata la moltitudine de’ poveri: cosa grandemente aliena dalla pietà cristiana e biasimata dagli antichi savi, gli quali a conservazione di una republica volevano che fusse imposta molto più grave pena agli ricchi e potenti, gli quali con carichi e con minaccie oltraggiavano gli uomini di povera e bassa condizione, che se oltraggiato avessero gli eguali loro. E però Aristotile, moderatore del viver politico, disse che, la moltitudine de’ popoli pensando di essere semplicemente eguale ai nobili, e gli nobili, avanzando ne’ beni della fortuna i popolari, avanzarli nelle altre cose, ciascheduno erra: perché quella, quasi pari in tutte le cose, vuol pari parte nella repubblica; questi, come superiori, stimano esser loro lecito cose maggiori; e per questa cagione, quando l’una e l’altra parte non riceve secondo l’oppenion sua premio di onore e d’utile dalla republica, vengono alla turbazione di essa e spesse volte alla rovina.

Vedevansi qui alcuni nobili (e mi perdonino gli altri, se io anderò licenziosamente scorrendo per li vizii di questi), vedevansi non solamente salire i gradi de’ magistrati e degli onori, ma aver in dispregio gli inferiori, come non fussero nati del ventre di questa madre commune, e con ingiusto arbitrio dominarli e venire a tanto d’insolenzia che, non bastando loro gli onori e lo imperio sopra gli meno ricchi e gli più deboli, volevano ancora godersi, anzi usurparsi, il patrimonio publico con mille sconci interessi e mille aperte rubberie e quasi come fusse eredità lasciata da’ padri e dagli avi loro, di concordia se l’avevan diviso e se lo possedeano, di maniera che, arricchiti con danno della plebe e de’ poveri gentiluomini, li quali erano ogni giorno con nuovi carichi oppressi, diventavano ogni ora più insolenti e più malvagi. E crescendo di giorno in giorno le radici dell’avarizia ne’ petti loro, cominciarono per sì fatta maniera a perseguitare e sottoporre la povertà che, non quieti di ritenere le mercedi e le fatiche loro, non contenti di averli servi, non sazii di empire le voglie delle entrate e delli emolumenti publici, dolevansi de’ lieti pensieri altrui, attristavansi dell’opere buone, rodevansi d’invidia dell’altrui bene e, quasi divenuti vaghi dello spirito e della vita de’ poveri, volevano con nequitose leggi proibire i guadagni leciti e quelli che essi medesimi cercano e fanno, e si ingegnavono di dirizzare un monopolio e diventare non meno abbondanti di ricchezze che di superbia e di potenzia: cose tutte pessime e contrarie all’unione del viver civile, perciò che se coloro, gli quali hanno le redine del governo in mano, non sono temperati e giusti, non possono ben governare né commandare; né puote essere azione alcuna o d’uomo o di città senza virtute e senza prudenzia, avenga che niuno può esser giusto e temperato per operazione della fortuna, la quale insieme col caso sono cagioni de’ beni esterni; ma è ben conseguente e ragionevole che quella città sia beata, la quale è ottima e opera rettamente. E però era et è da provedere con diligenzia e da guardare con forti e sempiterne leggi, e massimamente nel reggimento de’ pochi, come è veramente questo, che dagli offici publici non se ne tragga profitto alcuno. Perché sempre che gli popoli vederanno d’esser ben governati, si quieteranno, più contenti di questo riposo e di quella libertà di potere attendere alle arti e a’ guadagni loro che, con perdita di questi onde vivono, affaticarsi per abbracciare il fumo della ambizione, del quale si pasceranno sempre più volentieri quelli gli quali abbundano di ricchezze; ma quando si accorgono per isperienza poi che li amministratori della repubblica accompagnano i guadagni con li onori, sentono in un medesimo tempo doppia molestia d’animo: l’una, di non partecipar delli onori, e l’altra dell’utile; e tanto più cresce nelli animi loro questa noia, quanto sono stati per li tempi adietro meno prezzati e quanto sono al presente più bisognosi. Il qual bisogno, sì come suole alcuna volta svegliare in altri la pietà, così crea in sé la malizia; la malizia poi genera l’audacia, e l’audacia produce la fraude e la violenza.

Da queste perverse azioni dunque e da molte altre, ch’io dirò di sotto, ebber principio le dissensioni, le quali per sì fatta maniera scorsero per la città, che non vi lassorono luogo non occupato e non ridotto a pericolo di inevitabil miseria. E tanto nelli animi di quelli, contra i quali ho questo giorno armata la lingua, aveva di potere la loro passata amministrazione meno che giusta, e tanto in quelli (e sia detto senza vostro sdegno) d’una buona parte di voi altri la viltà, che quelli, spaventati, si rinchiudevano nelle case, si discostavano dalla città e nascondevansi dove potevano, voi, non arditi pur incontrandovi di parlarvi, non che di contraporvi alli disordinati appetiti della moltitudine, non curavate di lassar volger sottosopra gli ordini buoni, permettevate che si scalzasse l’autorità de’ giudizii, consentivate che la giustizia fusse preda e vil serva di chiunque se l’occupava. E a tale esterminio era condotta questa misera città, che se Iddio, il quale con pietoso occhio riguarda le calamità degli uomini e ode i preghi de’ suoi devoti, non avesse stese le braccia della sua misericordia sopra di noi, era forse giunto quel tempo meritato da’ nostri peccati, minacciato da’ nostri antichi e previsto da alcun vivente, era, dico, giunto quel tempo nel quale, saccheggiate e arse le case, uccisa o sbandita la nobiltà, spogliati e violati i luoghi publici, confusi e rovinati gli ordini buoni, niuno avria potuto con gli occhi asciutti rimirare questo spettacolo così acerbo e così funesto. Né quelli ancora, dalle mani de’ quali era caduta questa percossa mortale sopra le cervici e passata dentro alle viscere di questa republica, averiano potuto contenersi di non incolpar e bestemiar sé medesimi di questa rovina. Quale rimordimento, quale afflizione, qual pianto saria stato poi de’ rimanenti, quando dalle unghie e dalla bocca di quel ferocissimo animale che ne minaccia e ne insidia, avessero veduti sé feriti e altri divorati? Ché agevol cosa era che esso, ferocissimo e vigilantissimo, mentre che questo popolo non aveva ancora rimessi in piede i giudizii che eran caduti, né unitosi alla salute publica, ma era tirato da pensieri di occupar l’altrui senza considerata cura del publico, del quale, essendo avvezzo ad esser governato, non può aver cognizione che non sia debile e imperfetta, era, dico, agevol cosa che egli avesse bruttato il dente del nostro sangue e fatto delle nostre vite miserabile strazio; senza che grandemente era da temere che, doppo questo, avesse desolata questa città, onde non apparisse per alcun tempo vestigio di lei né rimanesse segno della sua luce. Il che come posso ora io pensare senza grandissimo spavento? come potete voi, Padri, udire senza infinito dolore?

Ma nella durezza de’ mali e delle tribulazioni, ne’ quali eravamo come in un durissimo scoglio fracassati, Iddio ci mostrò la sua benigna faccia, e allora che la speranza della nostra salvezza era minore, ne fece con felice vittoria racquistare la insegna della libertà perduta. La quale, se con quel desiderio e con quello ardore che allora corremmo ad abbracciare e che prima avevamo aspettata e domandata con preghi a Dio, ora sapessemo conoscere e mantenere, io non ardirei di favellare in quella guisa ch’io favello, né di credere ch’ella fusse per dovere spegnersi e cader in fondo. Ma io veggio, e vede meco chiunque ha libero il giudizio dalle passioni, che noi ritorniamo a molto più iniquo stato di prima e a più dura condizione di vivere: perciò che alcuni di voi, gli quali fuste nelle perturbazioni della republica poco forti, ora nella quiete volete mostrarvi valorosi col perseguitar molti di quelli, gli quali presero l’armi per difender le parti de’ poveri. E come vi mostrate valorosi? col non sopportar che eglino licenziosamente scorrino la città con l’armi e faccino violenza a’ magistrati? o pur col chiamarli in giudizio come erranti? Niente meno pensate che questi modi: l’uno de’ quali, essendo essi ubidientissimi, non fa di mestieri che prendiate; l’altro, la natura e l’uso di signoreggiare non permette che seguitiate; ma come quelli, ne’ quali può più la crudeltà che la mansuetudine, più l’odio che il zelo della patria, più l’impeto della vendetta che la ragione, con falsi argomenti persuadete, con lusinghe incitate e con la forza dell’oro, il quale saria più onesto spendere ne’ bisogni publici, spingete or questo a soprafar con parole, or quello a ferire, or quell’altro ad uccidere quelle persone, le quali contente della loro povertà vivono de’ sudori del volto loro. Tra quali, posto pure che alcuno imputato fusse (che esser non debbe) di qualche colpa, non è egli più prudente e umano consiglio, con la imitazione di quella legge, la qual Trasibulo doppo l’acquisto della libertà puose in Atene, non riconoscere gli errori commessi che bruttarsi le mani del sangue civile? E tanto maggiormente far doveriasi, quanto voi con publica pace teneramente mostraste di perdonare a tutti. Ma voi, per meglio colorire i vostri pensamenti e gli acerbi fatti, tutti quelli, gli quali vestirono l’armi per non sottoporsi alle inique leggi che alcuno voleva porre, per non tollerare l’avarizia e il fasto vostro, avete domandati e continovamente domandate Straccioni, e sotto questo nome, il quale non suona però altro che misera povertà, volete che sia nascosa ogni intemperanzia e alberghi ogni sceleratezza, non ricordandovi che, se bene furono tra tanta moltitudine alcuni, gli quali tentarono con perversi intendimenti di spegnere il nome di questa republica, di che o con morte o con bando ne hanno dato e ne danno conveniente pena, questi non furono però fra il numero di quegli impi. Laonde, se dal fervor della giustizia fuste tirati alla pena di quelli, siate tirati dalla voluntà e dall’amor della republica alla salute di questi, gli quali se con la loro virtù providero che voi menaste tranquilla e felice fortuna, non dovete voi consentire che essi si disperino nella turbata e infelice. E ricordar vi dovete che con la medicina delle parole e delle opere buone renderono la sanità a questa inferma republica e che in luogo delle ingiurie saria ragionevole che riportassero premio o, se non questo, almeno sicurezza e riposo. Che se, mentre nelli strepiti delle armi, nella confusione degli ordini giudiziali, nel crescere e nel fiorire della loro autorità, essi potevano con le rubberie, con le ingiurie e con li ammazzamenti spogliare, offendere e levar di terra e dal numero de’ vivi la nobiltà, se potevano confondere ogni cosa e togliere quel poco spirito che tenea viva questa republica, e non di meno, con quel vedere che porgea loro la poca esperienza de’ negoci publici e con quella amorevolezza che richiedevano quei pericolosi tempi, providero ai particulari e dierono aiuto e sollevamento al publico, che dovete voi credere che, ora che sono loro tolte l’armi di mano e scossa l’autorità, voglino e possino fare? Veramente, se aprirete gli occhi dello intelletto, gli quali v’ha chiusi l’odio, vederete che questi tali niente altro vogliono, che godere della conversazione di quelli, con gli quali sono fin dalla fanciullezza vivuti e hanno insieme con loro trapassati mille pericoli di fame e di pestilenzia, niente altro chieggiono che pascersi di questo aere natio, niente domandono se non vivere sotto buoni ordini e con eguali leggi, e vivere in quella povertà, la quale per la sua miseria più tosto può essere detta morte che vita.

Non diremo noi dunque colui nemico della natura, che cerca di rompere i santi legami dell’amicizia? Negheremo noi esser senza parte d’umanità colui, il quale non consenta che altri si ricrei sotto quel cielo, onde ebbe prima lo spirito? Non confesseremo noi colui esser disfacitor del mondo e adversario alle voglie d’Iddio, il quale, senza cagione alcuna, col furor del fiero desiderio e con disonesti modi cerca di far rapina della vita de’ miseri e di distruggerli? Se adunque ne’ passati tempi pericolosi furono ministri del ben publico né consentirono alle voglie degli uomini rei, se ne’ presenti ubidiscono i magistrati, riveriscono i nobili e i maggiori, se si contentano di questa forma di stato, se finalmente stanno quietissimi con la loro povertà, a che cotante violenzie e così aspre persecuzioni? perché si tendono continuamente insidie alle vite loro? per la paura forse che ebbe qualche ingiusto ricco di tutti i poveri? o per l’odio il quale allora nacque, né per la pace s’estinse? o pur perché questa libertà, la quale s’è mantenuta viva un secolo, vada per colpa loro declinando verso il suo fine? Se per la paura, considerate, vi prego, qual cosa è men degna d’un elevato e generoso spirito, qual più discorde dalla rettitudine, che vendicarsi di coloro, gli quali l’uomo ha temuto meno che giustamente: è ben fiero veramente quel cittadino, è ben ingiusto, il quale, liberato dal pericolo dell’armi, ritiene armato l’animo. Se per l’odio, io lascio di giudicare alli intendenti quanto si convenga d’usarlo, non solamente a quelli gli quali si specchiano nella luce della relligion cristiana, ma a tutti gli altri che reggono e governano le cittadi, gli quali tutti, lontani dalle passioni, debbono drizzare i pensieri alla salute universale e, abbracciando la virtù, la mansuetudine e la giustizia, sofferire ogni oltraggio, non che temperarsi dalla vendetta. Se per distruggimento e morte della libertà, perché come iniqui e indegni della unione civile non si scacciano ne’ boschi, anzi non si rilegano fuori de’ confini della umana natura?

Rivolgete tacitamente negli animi vostri le mie parole, uscite dal profondo del cuore e dettate da sincero affetto, e persuadete a voi medesimi che la licenzia di far quel che all’uomo viene in desiderio, s’ella non è usata giustamente, non è potenzia. Conciosiacosa che gl’ingiusti, ancora che godessero dell’imperio di tutto il mondo, sono infelicissimi, perché, quanto più ci è permesso il peccare e quanto meno siamo puniti, tanto più siamo infelici: la vera felicità consiste nella sapienzia e nella giustizia, la infelicità ne’ suoi contrarii; e chiunque può peccare a sua voluntà è quasi misero, ma misero divien egli poi quando pecca, e miserrimo quando non purga le pene dal suo peccato. Ma perché vado io solamente riprendendo l’avarizia e la crudeltà di alcuni verso i poveri, e non dico della perfidia che essercitate tra voi medesimi, della arroganzia e della discordia con che turbate questo senato, del dispregio e impietà che usate verso d’Iddio? Chi è sì mediocremente instrutto delli andamenti di questa città, che non sappia con quanto sdegno l’uno favelli dell’altro, con qual'avidità desideri, con che studio cerchi questo il male di quello, quello la rovina di questo? Quante volte s’è inteso false calumnie imposte non pur agli uomini, ma alle donne di onesta fama? Quante si è veduto quel che ne’ vostri mercatantili essercizii l’uno ha operato a destruzione dell’altro? Quante non pur si è sospicato, ma toccato con mano gli intertenimenti degli uomini rei, perché siano micidiali de’ buoni? Di questo vostro odio non possiamo aspettare altro fine che doloroso, conciosiacosa che le contenzioni degli uomini principali delle republiche si tirono dietro la rovina della città; perché o conviene che quel che può meno s’accosti con gli altri administratori e nobili, o si congiunga alla plebe: l’uno e l’altro è pernicioso, percioché sì come una ordinanza di valorosi soldati s’interrompe s’ella ritrova alcuni fossati, così una città, s’ella ha discordia, viene a disunirsi, e dalla disunione viene alla rovina.

Io non so accomodare questa vostra malivolenza ad alcuno ragionevole principio, ma sì bene vado discorrendo potere essere o perché sia propria corruzione del nostro sangue, percioché non solamente odiamo noi medesimi dentro a questo piccolo cerchio, ma in ogni altro luogo ci perseguitiamo con tanta invidia e con sì aperta nemistà che, privando noi della riputazione, diamo materia agli altri di maravigliarsi e di favoleggiare di noi; o veramente ciò ne addiviene per una invidiosa consuetudine e per una pessima educazione, conciosiacosa che gli padri, credendo che la perfezione dell’uomo consista nella intelligenzia delle cose mercatantesche, rimuovono i figliuoli dalle vere discipline e dalli onesti documenti e, pur che satisfaccino alla cupidità de’ guadagni loro, gli lassano trascorrere e farsi servi della gola e della lascivia e venire a tanto di presonzione che, senza rispetto di età, di scienzia o di ordine, parlano e operano ciò che loro più aggrada; in tanto che in questo senato, dove già con tanta gloria e tanta venerazione si sedeva, non possono astenersi dalle parole e da’ gesti sconvenevoli e vituperosi, non rendono onore ai più antichi, oppugnano industriosamente l’opinione de’ più prudenti, fanno discoperte congiure in evidentissima offesa della giustizia e in detrimento della republica, non sapendo che in quella antica Grecia, la quale già di potenzia di imperio e di gloria fioriva, per la immoderata licenzia delle concioni cadette in rovina, né riducendosi a memoria che queste congiurazioni già ne privorono di duo prudentissimi e onoratissimi senatori: l’uno de’ quali subitamente dalle onde torbide di questi parlamenti si rivolse come a sicurissimo porto al ministerio delle cose sacre e in quelle, quasi uno oracolo della città, perseverò fino all’extrema vecchiezza; l’altro con dolore di tutti i buoni prese voluntario exilio e con onesto titolo e con universale benivolenza di tutti vive nella città di Mantova, la quale si può chiamare aventurata poi che lo ricevette, sì come si può dir infelice questa, che li diede cagione di allontanarsi.

Questi non sono i meriti né gli ammaestramenti mediante i quali l’uomo si faccia degno di questa administrazione e della speranza di salire alle eccelse parti della republica; perché niente altro debbe rendervi più rispettosi che l’opinione della giustizia e della bontà, niente più mansueti e piacevoli che la fede della benivolenza.

Questi, gli quali ho circumscritti e alcuni altri che potrei nominare, furono sempre essempio di giustizia e di bontà, amatori del ben publico e del particulare e grandemente obedienti alla virtù, la quale dove non s’onora, quivi non è possibile che sia fermo stato de’ buoni. E benché sia naturale instinto che, per non parer di cedere, l’uomo sia dissenziente da un suo pari, arda d’invidia contra un più prestante e usi dispregio con un inferiore, non di meno si debbe per la efficacia della ragione operar il contrario. Conciosiacosa che quelli, gli quali sono intesi alla civile disciplina, debbono con l’euqità, con la facilità, con la beneficenzia allettare e ornare gl’inferiori, con l’ossequio, con la piacevolezza e con la modestia riverire e placare i potenti, e con ogni sorte di officio e di laude onorare gli eguali. E a chiunque cadrà nell’animo, che doverà cadere a tutti i savi, di usar questa mansueta ragione, come secreto e ascoso rimedio contra tutte le infirmità che nascer possono nella città, doverà più tosto cedere ad alcuno con beneficio e commodo della republica che pertinacemente vincere con danno e con incommodo.

Ma come giudichiamo noi esser tollerabili nella possessione di questa nostra republica coloro, gli quali nella cristiana non possono non manifestare la loro impietà? Io non so donde possa dar principio a raccontare i sentimenti e l’opere perfide di alcuni, gli quali, sì come dalle ultramontane nazioni hanno riportate le ricchezze, così hanno ancora appresi i costumi barbari e l’eretiche discipline di quello, il quale non so s’io debbo domandare venenosa peste o mostro infernale, pessimo Lutero, il quale, raccolte tutte le false oppinioni per le quali gli Ussiani, li Valdensi, gli Abroniti, gli Ariani e tante altre sette furono dannati, ha voluto solo meritare la pena di molti e non solamente pareggiare ma di gran lunga superare l’infamia di tutti e, acquistandosi sempiterno titolo d’infidelità, poner tutto il ceco impeto della mente a volger sottosopra lo stato della relligion cristiana. Insieme adunque con questa rabbiosa furia averanno ardimento gli uomini della republica lucchese di spargere i semi delle discordie ne’ campi cristiani? di fabbricare nuove oppinioni contra le santissime instituzioni divinamente ordinate e approbate da tanti concili? e di oppugnare e annullare la verità di Cristo? e insieme con questo impurissimo sacrilego, contra i santi decreti de’ padri, dispregeranno la possanza del Pontefice? vieteranno le funerali essequie e la confessione? negheranno la purgazione dell’anime? affermeranno che la voluntà divina alcune volte sforzi gli uomini, benché repugnanti, a peccare, e quelli massimamente gli quali, per la integrità e innocenzia della vita, gli son carissimi? e diranno delle preci, de’ sacramenti e della ostia divina quello ch’io tremo a pensare non che a riferire? O incredibile e scelerata audacia, o inaudita perfidia, o diabolico instigamento! Credete voi che quel glorificato spirito, il quale è nostro vigilantissmo custode e fermissimo protettore, scendesse di cielo a ripigliare il suo sacratissimo corpo e a difendere da’ circostanti exerciti le mura di questa città, perché noi alzassemo le corna e, gonfiati di vento d’ignoranza e di superbia, prendessemo l’armi in offesa di Colui, dal quale egli aveva impetrata la salute nostra e la beatitudine sua? Credete voi che questa santissima Croce, vera sembianza di Cristo, apparisse miracolosamente nel porto di Luni, e molto più miracolosamente portata poi volesse fermare in questo luogo la sede sua, perché con la fecce de’ peccati imbruttassemo la sua effigie? perché, dimenticati delle doti divine e di noi medesimi, scancellassemo, non pur diminuissimo, l’autorità cristiana? perché voti di fede e pieni di arroganzia facessemo tumulto contra li scrittori e difensori dello Evangelio?

Ritornino ormai questi tali, ch’io non nomino per non imprimer questa nota d’infamia nelle lor famiglie, ritornino in signoria della ragione, et eschino del profondo de’ mali, perché troppo hanno offesa la superna giustizia e troppo indebilite le membra di questa republica, e ricevino fra tanti mali pensieri questo buono: che la relligione è fermissimo fondamento delle republiche e guida salutare dell’anima.

Con quanta pietà crediamo noi che gli nostri vecchi, già trapassati all’altra vita, riguardino le nostre miserie, con che divoti preghi si rivolgheno a Dio, con che fervore dichino a noi queste parole: «Noi già per purgar gli animi dalla bruttezza de’ vizii e per acquistare il tesoro della virtù da’ primi anni della nostra età ci sottomettemmo alle fatiche, prendemmo gli ammaestramenti degli uomini savi e vincemmo le battaglie de’ desideri; voi, per avolger nel fango i vostri e per non seguitar la virtù, fuggite ogni fatica la qual non porti guadagno, schernite i ricordi di quei che sanno e, superati dalla gola e dalla lussuria, vivete come bruti animali. Noi, per curare l’universale, ponemmo il particulare in abbandono; voi per un piccolo bene privato non solamente non riguardate al publico, ma ve lo usurpate. Noi con somma carità e benivolenza, non avendo l’uno più che l’altro per figliuolo e per fratello, prendemmo letizia del bene di tutti e dolore del male, cercammo l’utile, provedemmo di rimedio ai danni e osservammo con vero ordine le leggi civili e municipali; voi, con odio generato più tosto dalla invidia che mosso dalla ragione, fate impeto nelle sostanze e nelle vite altrui senza ritegno di carità, senza zelo d’amore e senza ordine di giustizia. Noi con fortezza d’animo e con savio avedimento tagliammo dalle radici le dissensioni civili; voi con istracuraggine e con vile perseveranza le lasciate crescere e le nutrite. Noi, per conservare il dolcissimo nome della libertà e per difendere da vicini e potenti nemici questa republica, esponemmo le facultà in beneficio universale, prendemmo l’armi e, virtuosamente combattendo, non dubitammo di mandar fuori lo estremo spirito della vita; voi, questa così diffesa da noi perché vada per le vostre mani sotto vil giogo, non sovenite ne’ bisogni il publico e, vilissimi e avidi della vita, anzi della grazia di quelli che nella mercatanzia sono più potenti, permettete che le nequizie d’altri sian leggi de’ vostri pensieri, e soportate che la ragione, la quale debbe esser regina dell’anima della città, ubidisca e sia depressa dalle voglie altrui. Noi, conoscendo che la moltitudine de’ popoli si raffrena con la relligione e che, quando vede ardenti nel culto divino quelli che stima grandi e savi, è solita di commoversi e di venire in oppinione che niente altro più si convenga che venerare Iddio, con gli essempi laudabili e con l’opere della carità introducemmo costumato vivere e acquistammo la benivolenza de’ cittadini e la grazia di Dio: voi, dispregiatori delle azioni di Cristo, non che prodighi de’ beni e della libertà della patria, opprimete i poveri e, in luogo di offerirgli preghi e rendergli grazia, l’offendete e con le vostre eresie lo provocate a sdegno».

Credo che al suono di queste verissime e ardentissime parole molti si commoveranno, e meritamente. Conciosiacosa che chi s’avvicina con la considerazione alle memorie de’ nostri passati, vederà che essi per più dritta e secura via caminarono per arrivare alla sommità delli onori e con maggior vigilanzia custodirono la pudicizia di questa republica dalle corruzioni. Ma, cadendo coi corpi loro ogni buon costume e ogni sembianza di vera laude, non l’abbiamo già noi saputo né potuto di poi nutrire con la felicità che la loro feconda providenzia avea partorito, ma nella polvere dell’ozio, anzi nella ruggine dell’odio l’abbiamo sepolta e consumata, non essendo in noi republica la qual sia per dover bene usare le parti a lei convenienti, né desiderio ancora ch’ella vi sia. Perché sogliono poter promettersi lunga vita e felice successo delle cose non quelli, gli quali sono di fortissime mura circundati e di buon numero di soldati fortificati, ma quelli gli quali sono concordi e amano il presente stato della città. E però Agesilao mostrò le mura di Sparta ne’ petti e nella virtù de’ suoi cittadini.

L’uomo civile debbe cercare di pacificare tutto quello che è di sedizioso, e di sanare quello che è d’infermo e di corrotto, et è da essere lodato quando può commandare e laudabilmente ubidisce. Perché la republica non debbe dal nome universale e mansueto essere salutata republica, ma dalle virtuose operazioni. Non era dai nostri antichi la violazione delle leggi domandata libertà, né la fidanza e sicurtà del parlare e dell’operare libero era detta equalità. La quale essendo di due sorti, una che parimente distribuisce a tutti, l’altra dispensa quello che a ciascheduno si conviene, troppo bene seppero qual delle due fusse più commoda, e perciò quella, che senza differenzia ornava i tristi e i buoni, sì come ingiusta riprobarono, e di questa, la quale onorava secondo i meriti ciascuno, fecero elezione e in essa si mantennero. E li meriti non erano le superflue sustanzie, non il presidio e il favor di molti, non la riputazione del lignaggio, ma la virtù e la prudenzia. Compresero che la città debbe esser talmente ordinata, che gli buoni non cerchino più di quel che conviene, e gli cattivi, quantunque lo cerchino, nol possino conseguire. S’accorsero che il governo de’ pochi è violento e pericoloso, e che quel di molti mediocri è più sicuro. Videro che per lo accrescimento delle ricchezze si corrompe la convenienzia e non ha luogo la proporzione. Cognobbero che il governo de’ pochi aspira solo alle ricchezze, e che il fine delli ottimati è la virtù e dello stato populare la libertà. Laonde non solamente era tra loro consentimento de’ beni publici, ma con la propria condizione e natura di vita nutrivano tanta providenzia e misericordia infra loro, quanta conviensi a cittadini così onesti come buoni. Prendevano allora più vergogna degli errori publici, che ora non fanno delli privati. Stimavano cosa più molesta e grave l’udire vituperare per la lingua del populo le loro azioni, che l’esser spogliati di tutti beni. Contrastavano, non per dominare i vinti, ma per acquistar gloria d’aver meglio saputo con beneficio aiutare la republica e illustrarla. Amavano con maraviglioso riguardo i poveri e s’adiravano tanto con chi gli offendeva, quanto aveano compassione di loro che ricevevano l’offesa; e non solamente non gli dispregiavano, ma tra loro medesimi pensando il bisogno loro esser vergogna propria, tenevano la città abbundantissima, soccorrevano largamente alle necessità e trattenevano con varii guadagni i poveri gentiluomini e i plebei; e non altrimenti si confidavano delle cose che avevan donate, che di quelle che possedevano; e per questo aveniva che stabilivano le loro ricchezze e aiutavano i suoi cittadini: quel che far debbono gli uomini di sottile avedimento. Dall’altra banda gli poveri, amati e sovvenuti, talmente si temperavano dalla invidia de’ ricchi, che stimavano l’abbundanzia di quelli essere loro propria felicità, e la chiarezza del sangue onore e sostentamento; e riguardando alla sincerità del governo loro, riputavano cura dannosa e superba intromettersi ne’ magistrati e il desiderare le onoranze publiche; là dove in queste turbulenzie abbiamo veduto che essi hanno desiderato altrimenti, perché, non contenti della vostra administrazione passata né confidati della futura, hanno voluto che nel collegio e nel senato intervenghino alcuni populari e artigiani, gli quali godino, come gli altri, de’ magistrati.

La qual cosa, come a voi parve dura a ricevere, così a me sempre è paruta utilissima a conservare. Conciosiacosa che né voi sarete così pigri e poco amorevoli a provedere alle necessità della republica e all’abbundanzia populare avendo chi, quasi da uno eminente luogo, ponga mente alle vostre azioni e scuopra i progressi occulti, né il popolo potrà sospicare, avendo uomini confidentissimi nel governo, d’esser ingannato o tiranneggiato; e il mescolare fra molti usati di governare alcuno popolare inesperto non è dannoso nell’altre republiche, perché prende insieme con gli altri conveniente senso, ma in questa è necessario, perché, non volendo voi quel che gli antichi formatori della republica hanno voluto e giudicato expediente, che il popolo sia constituito sindico e quasi signore sopra il governo de’ ricchi, che cosa potete voi maggiormente desiderare che, ricevendo e carezzando questi pochi che egli vi dà, non per giudici ma per compagni, acquetarlo con beneficio della patria e vostro?

Il vulgo, sì come sospettoso e bestia di moti capi, fa di mestiero che abbia un ricorso, ove possa nelle dubbie occorrenze certificarsi, ove sfocar l’impeto dell’ira, ove impetrar difensore, ove esporre le sue ragioni e le querele, ove gridar i torti e dove concordarsi in una voluntà. Non avete voi diligentemente essaminato quel che importino quegli scrittarini e quelle lettere, che alcuna volta s’attaccano e si leggono per le mura? Niente altro significano, se non che il populo con voce muta grida contra quei che governano. Laonde se voi sarete di quella prudenzia che debbono esser quelli, gli quali seggono ne’ publici luoghi, non cercherete di rimoverli dal governo né di inasprirli, anzi, se essi cercassero di alienarsi, come verisimilmente per lo mancamento de’ guadagni far doveranno, dovete con ogni umano officio cercare di ritenerli.

Né vi confidate tanto in questi cento uomini forestieri che vi fanno guardia, né in quella villesca milizia vostra, che non vi spaventi molto più quello che può advenire non usando voi l’officio di legittimi senatori e di giusti e amorevoli cittadini. Conciosiacosa che se bene questi soldati saranno presidio del Palazzo, non potranno però vietare che il popolo, qualor sia svegliato da giusto e commune sdegno, non faccia sedizione e non si unisca e, unito che fia, per opprimer la guardia e chiuder l’entrata a questo nuovo ordine militare, subitamente (e piaccia a Dio ch’io auguri invano) vorrà crear un capo e per conseguente un tiranno. Perché avendo per isperienza veduto nelle sedizioni passate che il non aver un superiore gli ha sottoposti, e avendo di poi trovato amarissimo il mele delle vostre parole e delle promesse, e conosciuto la rigidezza vostra e l’avidità della vendetta trapassare le colpe loro, credete voi che non prendino questa deliberazione? E alzato che fusse un tiranno, avete voi dubbio ch’egli s’astenesse dalla subita preda e dalle uccisioni? E voi che di aiuto, che di solevamento potreste aspettare? che di speranza avere? Ricorrereste, come già fecero gli Eracliensi a Clearco, per la vostra salute a colui a cui tante volte avete procurata morte, e al quale ricorreste ne’ pericoli passati? accioché venendo armato, sì come già lo vedeste in mezzo di tutto il popolo solo e sicuro, e riguardando il sangue de’ suoi fratelli e de’ parenti non ancora asciutto, facesse memorabile vendetta di loro e crudel sacrificio delle vite vostre? O pur chiamereste in aiuto vostro Alessandro Medici il quale niente con più fervore desidera d’udire che la vostra voce? Fingete nelli animi vostri, o Padri, fingete ch’egli sia qui presente, e sentirete subitamente sopraprendervi da grandissimo spavento: perciò che vi parerà che egli, crollando la testa e pieno di crudei pensieri, ora vi costringa a pagare gravissime e spessissime imposizioni e divori con desiderio il rimanente de’ vostri beni, ora stupri sforzatamente le vostre nobilissime e onestissime donne, ora visitando li monasteri corrompa con indegnità e con violenza la pudicizia delle sacre vergini, ora mandi in essilio gli uomini di valore e d’ingegno, ora con varie sorti di veneno faccia morire gli uomini principali della terra, ora chiamando dinanzi a sé con false calunnie gl’innocenti e i migliori, come conspiranti contra la sua tirannide, gli condanni a morte, e privi i figliuoli non pur delle paterne sostanzie, ma delli alimenti. Che cosa più travagliata si può dire o fingere che star del continuo con timore di questi crudelissimi fini? Eleggerete voi dunque più tosto una acerba e misera servitù, che una soave e prospera libertà? Desidererete innanzi di ubidire alle cose non lecite, che commandar le oneste? Vorrete voi più presto star con sospizione di perdere le vostre facultà, lo onore e lo spirito, che con sicurezza augumentar quelle e conservar questi? Crederete voi che sia meglio viver con riprensione di colpa, che con ornamento di gloria? e morir con vituperazione di stoltizia che con memoria di laude?

È dolce cosa la libertà, più dolce il commandare, e dolcissimo poi l’aver imperio sopra quelli gli quali con lealtà e con amore ubbidiscono. Questo popolo volentieri si sottomette all’arbitrio del vostro governo, e voi dovete come buoni padri aver pietosa e sollecita cura di lui, e rammemorarvi di quel che Pericle, principe della republica d’Atene, soleva dire tutte le volte che si moveva per entrare in senato: «Adverti, o Pericle, adverti che quei che tu governi son tuoi figliuoli». Dovete con publico beneficio aiutarlo e con privata benignità raccoglierlo, e considerare che egli suole con più acerbo odio perseguitare gli ricchi, gli quali non usano piacevolezza e liberalità, che non suole gli poveri, benché rubatori e usurpatori de’ beni publici: percioché conosce questo advenire per istimolo della necessità, lor severa dominatrice, l’altro per malignità e per dispregio.

Non dico quanto fusse utile designare il frutto d’una piccola parte di tante vostre ricchezze all’uso commune, quanto fusse laudabile che gli uomini attempati, doppo un largo acquisto, si rivolgessero con tutti i pensieri al reggimento delle cose publiche, lassando a’ figliuoli e a’ parenti l’essercizio delle mercatanzie. Da questo loro rivolgimento ne nasceriano più beni: essi con maggior gravità manterriano il decoro, le loro famiglie si conserverieno ricche, e la republica salva e ben consigliata. Perché, come remoti da guadagni e assidui a questa cura, sariano informati delli advenimenti passati e delle occorrenze presenti, e come giusti et essercitati consiglieri, sariano con attenzione ascoltati, creduti e venerati; né si dubiteria che non procurassero le cose universali, avendo a questo fine tralasciate le proprie. Or non abbiamo noi letto che gli Tebani avevono per legge proibito che niuno potesse accostarsi alla republica il quale non avesse diece anni avanti dismessa la mercatanzia? sì come quelli che considerarono che la republica richiedeva tutto l’uomo, e che non si poteva senza suo danno e gelosia amare e carezzare la mercatura.

Lasso ancora di dire quanto accrescesse di dignità, quanto rendesse gli uomini più venerabili l’abito lungo, già costumato di portarsi da’ vostri padri, il quale non è dubio che, come induce i riguardanti a venerazione, così induce a chi lo porta ai movimenti, ai costumi e alle parole oneste. Che cosa più degna si può vedere che quei nobilissimi Padri della republica di Vinegia? gli quali ad imitazione degli antichi Romani vestono toghe lunghissime e conformi alla gravità loro e alla prudenzia, con la quale tanti secoli hanno felicemente governato la loro republica.

Taccio quanto mi paresse convenevole che agli scienziati si rendessero debiti onori e non fussero nella vostra oppinione sì vili come sono. Perché, se bene non possiamo toccare e gustare col senso le dottrine, doveriamo però con l’animo giudicarle degne di laude e di riverenza. Non si nega che molti uomini per l’abito quasi divino della natura non possino senza dottrina essere gravi e giudiziosi: ma, quando alla natura si aggiugne la confermazione della dottrina, niente si può trovare più egregia cosa e più singulare. Quelli gli quali frequentano le scienzie, sottilmente considerano le cose e col lungo essercizio delle azioni prudentemente le deliberano. Non ascolto già io Platone, ove commette solamente al governo de’ filosofi le republiche, perché né la strettezza del territorio nostro, né la natura del governo, né anco forse la ragione lo permette; ma ben riguardo, come in un lucido specchio, nella republica viniziana, ove sono molti e molti tanto più onorati, quanto ornati di buone lettere. Ma chi ha resa nella nostra republica poco prezzata questa generazione d’uomini litterati? L’avarizia. Chi la renderà ogni dì di meno? la medesima. Chi manderà finalmente in exilio l’uso delle discipline? L’avarizia. Niuno meglio di voi conosce esser quasi notato d’infamia quel nobile, il quale, per seguitar gli studi, non vuole applicarsi alla mercatanzia. I ricchi solamente sono in eccellenza d’onore, e l’onore è nutrimento delle arti; ma, come dalla diligenzia e dalla fortuna nascono le ricchezze, così dalle ricchezze nasce la falsa felicità e la superbia, la quale è tanto odiosa a Dio, che non solamente è punita, come gli altri vizii, dalla divina pena, ma dalla indignazione.

Scacciate adunque da voi la superbia, non fate vostro idolo l’avarizia. Facciavi la natura misericordiosi, la republica severi; ma né quella né questa vi faccia crudeli. Rivocate gli animi vostri in questa oscura notte della republica alla luce e alla providenzia: investigate col consiglio gli occulti suoi danni, e le insidie palesatele con la integrità, vendicatele con la grandezza dell’animo; perché quante volte penserete d’averla salvata e sollevata, tante volte de’ vostri beneficii e della vostra prudenzia vi ricorderete. Non siano le vostre malivolenzie armi e confidenzia delli inimici. Discorrete con l’oppinioni, ma non discordate mai con la voluntà della republica. Tenete caste le mani dal sangue civile, perché non le possessioni, non i figliuoli, non le preeminenzie della libertà, non la grazia divina son care tenute da colui, il quale prende dilettazione delle discordie e delle uccisioni. Fate che gli ordinamenti vostri si possino più facilmente lodare che imitare. Sia riverita l’età senile e la virtù, e riguardata la dignità del seggio publico. Ricevete nel vostro seno quelle due virtuose sorelle, Giustizia e Temperanzia, le quali per la loro convenienzia in governare, in essequire e in ubidire, furono dagli antichi nominate Armonia. E usate finalmente le vostre ricchezze e i vostri consigli in onor d’Iddio, accioché se pur sete inviluppati in qualche umano errore, siate almeno sciolti e liberi dalla impietà, sicuri di questo che, quanto tempo i mortali domineranno con poco rispetto della relligione, tanto meneranno vita faticosa e misera, e che è apparecchiata morte e rovina a quella città, la quale si governa e si regge senza la custodia e la guida d’Iddio.