Orgoglio e pregiudizio (1945)/Capitolo decimo

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo decimo

../Capitolo nono ../Capitolo undicesimo IncludiIntestazione 23 agosto 2016 75% Da definire

Jane Austen - Orgoglio e pregiudizio (1813)
Traduzione dall'inglese di Itala Castellini, Natalia Rosi (1945)
Capitolo decimo
Capitolo nono Capitolo undicesimo

Il giorno dopo trascorse press’a poco come il precedente. Mrs. Hurst e Miss Bennet avevano passato alcune ore del mattino con la malata, che, sebbene lentamente, andava ristabilendosi, e la sera Elizabeth raggiunse in sala la compagnia. Il tavolino da gioco però non apparve. Mr. Darcy scriveva, e Miss Bingley, seduta accanto a lui, seguiva i progressi della sua lettera cercando di attirare continuamente la sua attenzione con la scusa di alcuni messaggi per sua sorella. Mr. Hurst e Mr. Bingley facevano una partita a picchetto e Mrs. Hurst seguiva il loro gioco.

Elizabeth prese un lavoro di cucito divertendosi un mondo a osservare quello che accadeva tra Darcy e la sua compagna. I continui commenti che lei faceva sulla sua calligrafia, o la regolarità delle sue righe, o la lunghezza della sua lettera, e l’assoluta indifferenza con cui venivano accolte le sue frasi, formavano uno strano dialogo che rispondeva perfettamente all’opinione che Elizabeth si era formata di loro due.

«Come sarà contenta Miss Darcy di ricevere una così lunga lettera!».

Nessuna risposta da parte di Darcy.

«Scrivete con una rara velocità».

«Vi sbagliate: scrivo piuttosto adagio».

«Quante lettere avrete da scrivere nel corso di un anno! E anche lettere d’affari! Quanto a me, le troverei detestabili!».

«Per fortuna tocca scriverle a me e non a voi».

«Vi raccomando, dite a vostra sorella che ho un gran desiderio di rivederla».

«Glielo scrissi già una volta, come mi avete pregato».

«Ho paura che la vostra penna non vada bene. Lasciate che ve l’accomodi io: sono abilissima nel preparare la penna».

«Grazie, ma le preparo sempre da me».

«Come fate a scrivere così diritto?».

Silenzio.

«Dite a vostra sorella che mi rallegro dei suoi progressi sull’arpa; e scrivetele anche, vi prego, che sono addirittura entusiasta del suo delizioso disegno, e che lo trovo molto superiore a quelli di Miss Grantley».

«Potrei rimandare i vostri entusiasmi alla mia prossima lettera? Non ho più abbastanza posto per esprimerli come meritano».

«Oh, non fa nulla. La vedrò in gennaio. Ma le scrivete sempre lettere così lunghe e così belle, Mr. Darcy?»

«Generalmente sono lunghe; non sta a me dire se sono belle».

«Ho sempre pensato che chi scrive a lungo con facilità non può scrivere male».

«Darcy non merita davvero questo complimento, Caroline», esclamò suo fratello, «perché non si può proprio dire che scriva facilmente. Sceglie troppo le parole. Non è così, Darcy?»

«Il mio stile è molto diverso dal tuo».

«Oh», esclamò Miss Bingley, «Charles scrive con incredibile trascuratezza. Dimentica metà delle parole e scarabocchia le altre».

«Le mie idee si succedono con una tale rapidità che non faccio a tempo ad esprimerle, ecco perché spesso le mie lettere non trasmettono nessuna idea a quelli che le leggono».

«La vostra modestia», disse Darcy. «Mr. Bingley», disse Elizabeth, «disarma ogni critica».

«Nulla è più ingannevole dell’apparente modestia. Spesso non è che indifferenza alle opinioni altrui, e spesso è una forma indiretta di vanagloria». «E a quale delle due forme attribuisci la mia modestia?»

«La vanagloria, perché in realtà sei fiero dei difetti del tuo stile che attribuisci alla rapidità dei tuoi pensieri e alla tua indifferenza al modo di esprimerli, cosa che, se non bella, trovi per lo meno interessante. La facoltà di fare tutto velocemente è una qualità sempre molto apprezzata da chi la possiede, anche se va a scapito del modo di fare le cose. Quando, stamattina, dicevi a Mrs. Bennet che se ti decidessi a lasciare Netherfield, lo faresti in cinque minuti, sembrava quasi che te ne vantassi; eppure che cosa c’è di tanto apprezzabile in una precipitazione che lascerebbe per forza metà delle cose in sospeso, e non porterebbe alcun vantaggio né a te, né agli altri?»

«È una vera indegnità», esclamò Bingley, «ricordare la sera le sciocchezze dette al mattino! Eppure, parola d’onore, ho creduto di dire la verità sul mio carattere, e lo credo tuttora. Non è che volessi apparire inutilmente impulsivo al solo scopo di farmi bello agli occhi delle signore».

«Sono certo che tu ne eri convinto; ma non sono altrettanto sicuro che partiresti con la velocità di cui parlavi. La tua condotta, come quella di tutti gli uomini, dipenderebbe per metà dal caso, e se, quando tu fossi già a cavallo, un amico ti dicesse: “Bingley, faresti meglio a restare fino alla settimana prossima”, probabilmente cederesti, forse ti fermeresti, e magari basterebbe un’altra parola per trattenerti un mese intero», concluse Darcy.

«Con questo», disse Elizabeth, «avete soltanto provato che Mr. Bingley non conosce se stesso, e lo avete messo in una luce molto migliore di quanto non abbia fatto lui da solo».

«Vi sono molto grata di convertire le parole del mio amico in un elogio del mio carattere. Ma ho paura che la vostra interpretazione sia ben lontana da quello che intendeva dire quel signore, perché lui mi stimerebbe molto di più se in una circostanza simile, io rispondessi con un secco rifiuto e fuggissi il più lontano possibile».

«Mr. Darcy dunque troverebbe che la vostra impetuosità sarebbe scusata dalla vostra ostinazione?»

«In fede mia, non so spiegare esattamente la cosa; Darcy stesso si difenda come meglio sa».

«Tu vorresti che spiegassi delle opinioni che ti piace attribuirmi, ma che non sono le mie. Tuttavia in questo caso, e secondo il tuo modo di esporre le cose, devo ricordare, Miss Bennet, che l’amico che supponiamo voglia indurre Bingley a rimanere a casa rimandando i suoi progetti di partenza, ha espresso soltanto un desiderio senza avvalorarlo con alcuna ragione per dimostrarne l’opportunità».

«Accondiscendere prontamente alla persuasione di un amico non rappresenta un merito per voi?»

«Cedere senza convinzione non depone a favore dell’intelligenza né dell’ uno, né dell’altro».

«Mi sembra, Mr. Darcy, che voi non lasciate alcun margine all’ascendente dell’amicizia e dell’ affetto. La deferenza verso un amico può spesso bastare per acconsentire subito alla sua domanda, senza aspettare di conoscere gli argomenti che può esporre in suo favore. Non parlo di un caso come quello da noi supposto riguardo Mr. Bingley: forse sarà meglio aspettare che si verifichi, prima di discutere se il suo modo di comportarsi sia giusto o meno. Ma in genere, quando tra due amici uno prega l’altro di cambiare una decisione non troppo importante, biasimereste la persona che cede a quella preghiera senza attendere di essere persuasa?»

«Non vi parrebbe meglio, prima di continuare l’argomento, definire con maggior precisione il grado di importanza della domanda, come il grado di intimità tra i due amici?»

«Ma certo», esclamò Bingley, «precisiamo con cura tutti i particolari, non dimenticando la statura degli amici e la loro figura, perché, vedete, Miss Bennet, ogni cosa ha il suo peso più di quanto possiate credere. Vi assicuro che se Darcy non fosse tanto più alto di me, non lo ascolterei con la stessa deferenza! Non conosco persona più terribile di lui in certe circostanze e in certi luoghi: a casa sua specialmente, e la domenica sera soprattutto, quando non ha niente da fare».

Mr. Darcy sorrise, ma Elizabeth, accorgendosi che era piuttosto offeso, si trattenne dal ridere. Miss Bingley, con fare risentito, fece rilevare a suo fratello che stava dicendo un mucchio di sciocchezze.

«Mi accorgo a che cosa miri, Bingley», disse il suo amico, «non ami la discussione e così ci riduci al silenzio».

«Forse hai ragione. Le discussioni somigliano troppo alle liti. Se tu e Miss Bennet vorrete differire la vostra fino a quando sarò fuori dalla camera, ve ne sarò gratissimo, e così potrete dire di me tutto quello che vorrete».

«Non mi chiedete certo un sacrificio», disse Elizabeth, «e Mr. Darcy farebbe meglio a terminare la sua lettera!».

Mr. Darcy seguì il suo consiglio e finì la lettera. A cosa fatta, chiese a Miss Bingley e a Elizabeth di fare un po’ di musica. Miss Bingley andò prontamente al pianoforte, e, dopo aver chiesto cortesemente a Elizabeth di prodursi per prima — invito che lei, con altrettanta cortesia ma con maggior fermezza, respinse, — sedette al piano.

Mrs. Hurst cantò con sua sorella, ed Elizabeth, che scorreva alcuni quaderni di musica, non poté fare a meno di accorgersi che gli occhi di Mr. Darcy la fissavano di frequente. Era difficile supporre che un uomo così importante l’ammirasse, e tuttavia era ancora più strano che la guardasse per antipatia. Finì quindi col pensare di aver attirato la sua attenzione perché ci fosse in lei qualche cosa che, secondo le sue rigide idee, fosse inopportuna o riprovevole. Ma questa supposizione non l’afflisse: aveva troppo poca simpatia per lui perché potesse starle a cuore la sua approvazione.

Cantata qualche romanza italiana, Miss Bingley variò il programma con una vivace aria scozzese, e, poco dopo, Mr. Darcy, avvicinandosi a Elizabeth, le disse:

«Non vi piacerebbe, Miss Bennet, cogliere l’occasione per ballare un reel?».

Essa sorrise, senza rispondere. Sorpreso per il suo silenzio, rinnovò la domanda.

«Oh», disse lei, «avevo sentito, ma non sapevo risolvermi sulla risposta. So che desideravate che dicessi di sì per poter disprezzare i miei gusti; ma sono sempre felice quando posso sventare uno di questi tranelli e privare chi vuol punzecchiarmi del piacere di esercitare a mie spese la sua premeditata ironia. Così mi sono decisa a dirvi che non desidero affatto ballare un reel: e ora disprezzatemi pure, se volete».

«Non oserei mai davvero».

Elizabeth, che si aspettava di averlo offeso, fu stupita della sua gentilezza; in realtà vi era in lei un misto di dolcezza e di malizia che le rendeva difficile offendere qualcuno, e Darcy non era mai stato affascinato da nessuna donna come da lei in quel momento: sentiva che se non ci fosse stata l’inferiorità della sua famiglia, avrebbe potuto correre qualche pericolo.

Miss Bingley vedeva o sospettava abbastanza per essere gelosa, e il suo vivo interessamento alla salute di Jane era alimentato anche dal desiderio di liberarsi di Elizabeth. Cercava di provocare Darcy, per rendergli invisa la loro ospite, parlandogli della probabilità di un matrimonio tra Lizzy e lui, e facendo ironiche previsioni sulla felicità di quell’unione.

«Spero», disse la mattina seguente, mentre passeggiavano nel bosco, «che, quando avrà luogo il lieto evento, darete a vostra suocera qualche suggerimento sull’opportunità di frenare la lingua, e che, se vi sarà possibile, cercherete di correggere le sorelle minori dalla mania di correre dietro agli ufficiali. E, se posso toccare un argomento così delicato, dovreste anche moderare quel non so che, tra l’orgoglio e l’impertinenza, che distingue l’oggetto dei vostri pensieri».

«Avete altro da proporre per il piano della mia futura felicità domestica?»

«Oh, sì! Fate collocare i ritratti dello zio e della zia Philips nelle gallerie di Pemberley. Metteteli ben vicini a quello del vostro prozio, il giudice. Appartengono alla stessa professione, non vi pare? Soltanto a livelli diversi. Quanto al ritratto di Elizabeth, è inutile tentare di farlo fare, perché chi saprebbe riprodurre degnamente quegli splendidi occhi?»

«Non è facile davvero cogliere la loro espressione, ma si potrebbe sempre copiare il loro colore e il loro taglio, e le belle ciglia così lunghe e così fini».

A questo punto si imbatterono in Mrs. Hurst che, proprio con Elizabeth, spuntava da un altro viale.

«Non sapevo che foste andate voi pure a passeggio», disse Miss Bingley, un po’ confusa, temendo che avessero udito.

«Ci avete proprio tradito», rispose Mrs. Hurst, «scappando via senza avvertirci».

E, prendendo il braccio libero di Mr. Darcy, lasciò che Elizabeth proseguisse da sola. Nel sentiero infatti non c’era posto che per tre. Mr. Darcy, accorgendosi della loro scortesia, disse immediatamente:

«Questo sentiero è troppo stretto per camminare in quattro, è meglio andare nel viale».

Ma Elizabeth, che non aveva nessuna voglia di restare con loro, rispose ridendo:

«No, no, rimanete come siete. Formate un bellissimo gruppo, delizioso a vedersi, e un quarto guasterebbe tutto il pittoresco! Arrivederci».

E scappò via allegramente, compiacendosi in cuor suo al pensiero di tornare a casa tra un giorno o due. Jane si era rimessa così bene da poter lasciare la camera per qualche ora quella sera stessa.