Orgoglio e pregiudizio (1945)/Capitolo trentaquattresimo

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Capitolo trentaquattresimo

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Jane Austen - Orgoglio e pregiudizio (1813)
Traduzione dall'inglese di Itala Castellini, Natalia Rosi (1945)
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Quando se ne furono andati, Elizabeth, quasi per aumentare la sua esasperazione contro Mr. Darcy, si mise a leggere tutte le lettere che Jane le aveva scritto da quando si trovava nel Kent. Non che essa si lamentasse, né rievocasse il passato, o accennasse al presente dolore; mancava però la gaiezza propria del suo carattere e del suo stile, che, derivando dalla serenità di uno spirito in pace con se stesso e ben disposto verso tutti, non era fino allora mai stato offuscato. Elizabeth scorgeva ora in ogni frase una tristezza che le era sfuggita alla prima lettura. E il fatto che Mr. Darcy si fosse vantato di aver causato tanta infelicità, le faceva dividere più profondamente tutta la pena di sua sorella. Si consolò, sapendo che il soggiorno di lui a Rosings sarebbe terminato tra un paio di giorni, e ancor di più pensando che tra due settimane sarebbe stata di nuovo con Jane, e avrebbe con tutto il suo affetto contribuito a farle riacquistare pace e serenità.

Non poteva pensare alla partenza di Darcy senza ricordare che con lui sarebbe partito anche suo cugino, ma il colonnello Fitzwilliam le aveva fatto capire chiaramente di non avere nessuna intenzione al suo riguardo, e, per simpatico che fosse, non aveva proprio voglia di affliggersi per causa sua.

Aveva appena preso questa decisione, quando fu scossa improvvisamente dal suono del campanello della porta, e si sentì un po’ turbata all’idea di vedere proprio Fitzwilliam, che già altre volte di pomeriggio era venuto a trovarli e che forse veniva a informarsi di lei in particolare. Ma si sbagliava, e la sua emozione fu ben diversa, quando, con sua grandissima sorpresa, vide entrare Mr. Darcy, il quale con parole piuttosto concitate cominciò a informarsi della sua salute, dicendo che era venuto nella speranza di trovarla migliorata. Elizabeth rispose con fredda cortesia. Mr. Darcy sedette per un momento, poi, alzatosi, prese a camminare nervosamente su e giù per la stanza. Elizabeth era sempre più stupita, ma non disse una parola. Dopo un silenzio abbastanza lungo, le si avvicinò dicendo in tono concitato:

«Ho lottato invano. È inutile. I miei sentimenti non possono più essere soffocati. Dovete permettermi di dirvi che vi ammiro e vi amo ardentemente».

La sorpresa di Elizabeth fu indicibile. Trasalì, arrossì e tacque dubitando. Egli pensò che fosse un incoraggiamento bastante, e seguitò con un’immediata confessione di tutto quello che provava e che aveva provato da tanto tempo per lei. Parlava bene; ma vi erano altri sentimenti, oltre a quelli del cuore, che doveva esporre, e non fu meno eloquente nel dimostrare il suo orgoglio di quanto non lo fosse stato per rilevare il suo affetto. L’idea dell’inferiorità sociale di Elizabeth, per lui così umiliante, degli ostacoli familiari, per cui aveva sempre cercato di combattere la sua inclinazione verso di lei, tutto fu esposto con un calore forse dovuto ai pregiudizi che aveva la forza di vincere, ma che non era certo adatto a rendere accetta la sua domanda.

Nonostante la ormai convinta antipatia che nutriva per Darcy, Elizabeth non poteva rimanere insensibile a sentirsi oggetto d’amore per un uomo come lui e, benché non esitasse un istante di fronte ai propri sentimenti, non poté fare a meno di essere spiacente all’idea della pena che stava per infliggergli; alla fine però, il risentimento provocato dalle sue ultime parole mutò questa compassione in vivo sdegno. Cercò nondimeno di ricomporsi per potergli rispondere il più gentilmente possibile, quando fosse venuto il momento. Egli concluse esponendo la violenza di un sentimento che, nonostante tutti i suoi tentativi, non era stato capace di vincere, ed esprimendo la speranza di esserne ricompensato ottenendo la sua mano. Mentre diceva così, Elizabeth poté facilmente accorgersi come lui non dubitasse affatto di ricevere una risposta favorevole. Parlava di apprensione e di ansia, ma il suo contegno denotava un’effettiva sicurezza. Questo non fece che esasperare Elizabeth, che disse arrossendo:

«Credo che in questi casi sia regola di squisita educazione dichiarare la propria riconoscenza per i sentimenti manifestati, anche se non sono ricambiati. Forse sarebbe naturale sentire anche della gratitudine, e, se io provassi questo sentimento, dovrei ringraziarvi. Ma non posso. Non ho mai aspirato alla vostra stima e voi me l’avete concessa molto a malincuore. Sono desolata di avervi causato un dolore. Tuttavia se questo è avvenuto, è stato involontariamente da parte mia e credo durerà poco. I sentimenti che, come mi avete detto, vi hanno così a lungo impedito di mostrarmi il vostro affetto, dopo questa spiegazione sapranno spegnerlo facilmente».

Darcy, che, appoggiato al camino, la guardava intensamente, sembrò afferrare le sue parole con una sorpresa più grande del risentimento. Divenne pallido per la collera, e in ogni tratto del suo volto rivelava un intenso turbamento. Lottava per riacquistare il dominio di se stesso e non aprì bocca finché non fu certo di esser perfettamente calmo. Questa pausa fu terribile per Elizabeth. Finalmente, con voce volutamente tranquilla, egli disse:

«Questa è tutta la risposta che ho l’onore di ricevere? Potrei, forse, pregarvi di informarmi perché mi rifiutate senza neppure darvi la pena di essere gentile? Ma questo ha poca importanza».

«Potrei anch’io chiedere», fu la risposta, «perché, con l’intenzione così evidente di insultarmi e di offendermi, avete voluto dichiararmi che mi amate contro la vostra volontà, la vostra ragione, e perfino contro la vostra natura? Non basterebbe questo a scusare la mia scortesia, ammesso che sia stata scortese? Ma ho contro di voi altre ragioni di antipatia. E voi lo sapete. Se il mio stesso sentimento non vi fosse contrario, se fosse stato indifferente o anche favorevole, sappiate che nessuna considerazione mi avrebbe tentata ad accettare l’uomo che è stato la causa della rovina, forse per sempre, della felicità di una sorella che adoro».

A queste parole Mr. Darcy cambiò colore; ma fu una breve emozione, e ascoltò senza cercare di interromperla, mentre Elizabeth continuava:

«Ho tutte le ragioni del mondo per pensare male di voi. Non vi è un solo motivo che possa giustificare quello che avete fatto: non oserete negare che siete stato lo strumento principale, se non forse l’unico, per dividere due persone che si amavano, esponendo uno ad esser tacciato di capriccioso e volubile, e l’altra ad essere derisa per le sue speranze deluse, gettando tutti e due nel dolore più cocente».

Tacque, e vide, non senza indignazione, che lui ascoltava con l’aria di non provare alcun rimorso. La guardò perfino con un sorriso di aperta incredulità.

«Potete forse negare di averlo fatto?», ripeté Elizabeth.

Egli rispose con calma: «Non intendo negare di avere fatto tutto quanto era in mio potere per separare il mio amico da vostra sorella, o di essermi rallegrato del mio successo. Sono stato più bravo verso di lui che verso di me».

Elizabeth sdegnò di raccogliere questa riflessione galante, anche se non gliene sfuggì il senso, riflessione non certo adatta per riconciliarla.

«Ma non è soltanto su questa disgraziata faccenda», continuò, «che si fonda la mia antipatia. Molto prima che ciò avvenisse, la mia opinione su di voi si era già formata. Il vostro carattere mi fu rivelato da quello che seppi, molti mesi fa, da Mr. Wickham. Che potere dire in proposito? Quale immaginario tratto di amicizia potete invocare a vostra difesa? O per mezzo di quale mistificazione cercherete di illudere il prossimo?»

«Mi sembra che v’interessiate molto di quel signore», disse Darcy in tono alterato, arrossendo.

«Chi, sapendo le sue disgrazie, non s’interesserebbe di lui?»

«Le sue disgrazie!», ripeté Darcy sdegnosamente. «Sì, le sue disgrazie sono state grandi davvero!».

«E per colpa vostra», esclamò Elizabeth energicamente. «Siete voi che l’avete ridotto alla sua attuale povertà. Gli avete tolto i vantaggi che sapevate gli erano destinati, lo avete privato negli anni migliori di quell’indipendenza che gli era dovuta e che meritava, siete voi la causa di tutto questo! Eppure potete ridere e schernire le sue disgrazie!».

«Ed è questa», disse Darcy, passeggiando agitato per la camera, «l’opinione che avete di me? Questa è la stima in cui mi tenete? Vi ringrazio di esservi spiegata così chiaramente. Secondo i vostri calcoli, le mie colpe sono davvero gravi. Ma forse», egli disse fermandosi, «avreste perdonato questi difetti se il vostro orgoglio non fosse stato ferito dalla mia onesta confessione degli scrupoli che mi hanno impedito per tanto tempo di pensare seriamente a voi. Se io, con maggior diplomazia, avessi nascosto le mie lotte e vi avessi illuso che ero stato spinto da un’inclinazione incontrollabile oltre che dal ragionamento e dalla riflessione, forse non mi avreste accusato così amaramente. Ma aborrisco ogni finzione. Non mi vergogno dei sentimenti che vi ho palesato. Erano giusti e naturali. Vi aspettavate forse che mi rallegrassi dell’inferiorità della vostra famiglia? Che mi congratulassi di acquistare dei parenti, la cui posizione nella scala sociale è di tanto inferiore alla mia?».

Elizabeth sentiva che la sua collera aumentava di momento in momento, tuttavia cercò di parlare con la massima calma, mentre diceva:

«Vi sbagliate, Mr. Darcy, supponendo che il tono della vostra dichiarazione abbia influito sui miei sentimenti, se non in quanto mi ha risparmiato il dispiacere che avrei provato nel rifiutarvi se vi foste comportato più da gentiluomo».

A queste parole lo vide trasalire; pure non disse nulla e continuò:

«In qualunque modo mi aveste offerta la vostra mano, non avreste potuto mai indurmi ad accettarla».

Lo stupore di Darcy apparve ancora più manifesto: la guardò con un’espressione mista di mortificazione e di incredulità. Lei continuò:

«Fin da principio, posso quasi dire dal primo momento della nostra conoscenza, i vostri modi mi hanno rivelato tutta la vostra arroganza, la vostra presunzione e il vostro egoistico disprezzo dei sentimenti altrui. Questo è bastato a formare la base di quella disapprovazione sulla quale gli eventi successivi hanno costruito una irremovibile antipatia; e non era passato un mese, che avevo compreso che sareste stato l’ultimo uomo al mondo che io avrei pensato a sposare!».

«Avete detto quanto basta, signorina. Comprendo a pieno i vostri sentimenti e non mi rimane altro che vergognarmi di quelli che erano i miei. Perdonatemi di aver rubato tanto del vostro tempo, e accogliete i miei migliori auguri di salute e di felicità».

E con queste parole lasciò frettolosamente la camera. Elizabeth lo sentì un momento dopo aprire la porta di casa e andarsene.

Il tumulto del suo animo era grandissimo. Non si sosteneva quasi e, vinta dalla debolezza, cadde a sedere e pianse. Il suo stupore, nel riflettere a quello che era accaduto, aumentava continuamente. Ricevere una offerta di matrimonio da Mr. Darcy! Saperlo innamorato di lei da tutti questi mesi! E così innamorato da volerla sposare nonostante tutte le obiezioni che lo avevano indotto a impedire all’amico di sposare sua sorella, e che non potevano essere meno valide nel proprio caso! Sembrava addirittura incredibile! Era fiera di avere ispirato senza saperlo un affetto così profondo. Ma l’orgoglio di lui, quel suo abominevole orgoglio, la sua sfacciata confessione di quello che aveva fatto contro Jane, la sua imperdonabile tracotanza nel riconoscerlo, e l’indifferenza con la quale aveva parlato di Mr. Wickham senza negare la severità usata contro di lui, tutti questi sentimenti ebbero ben presto ragione della compassione che il pensiero del suo affetto verso di lei aveva destato per un attimo. Queste agitate riflessioni la tennero occupata finché non le giunse il rumore della carrozza di Lady Catherine, e presumendo che le sarebbe stato impossibile di sfuggire ai commenti di Charlotte, si affrettò a rifugiarsi nella sua camera.