Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/106

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98 il pedante


ATTO II

SCENA I

Curzio amante, Malfatto servo, Trappolino regazzo.

Curzio. Da ch’io mi levai per insino a quest’ora sono stato ad aspettar el patrone del banco ove mi sogliono venire i dinari da casa; né, possendo piú aspettarlo, punto dalla cieca passione, in qua ne son venuto. Ho lasciato Rufino che gli parli e che poi se ne vada sino a casa de Filippa. E, se la sorte mia buona vorrá ch’io giunga, si come spero, a perfetto fine di questo mio amore, non che felice, ma con la istessa felicitá non cangiarci el stato e ’l grado mio. Solo un pensiero è quello che m’afiíige: ch’ho inteso, aimè! che quel porco, poltrone, ignorantaccio di quel pedante suo vicino la vole per moglie e senza dote. Io l’ho incontrato poco è; e dogliomi de non gli aver parlato e fattogli intendere ch’ad altro attenda. Pur, s’el me si rintoppa innanzi, vo’ sturargli gli orecchi di buona maniera. Ma, se io bene raffiguro, costui che viene di qua giú, alle fattezze e al vestire, l’è il servo suo. E’ non può essere che costui non ne sappia qualche cosa di questo parentado. Me delibero de demandargnene.

Malfatto. Vedi ch’io non ci voglio venire e che piú presto me ne voglio andare a spasso per farte despetto.

Curzio. Oh quel giovane!

Malfatto. Vederemo chi sará piú poltrone, o lui o esso.

Curzio. Olá! Non odi?

Malfatto. Me chiamate io, voi?

Curzio. Si, chiamo. Vien qua, che ti voglio parlare.

Malfatto. O venite qua voi, che te aspettarò.