Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/120

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112 il pedante


Rita. Non te curar, poltrone!

Ceca. Con chi l’avete?

Rita. Con uno sciagurato ch’è a quella finestra.

Malfatto. Addio, Ceca mia. Vói bene a io tu.

Rita. Basta. Non te curar, gaglioffo tristo!

Ceca. Lassatelo dire, che l’è una bestia. Venite qua. Ch’è della patrona vostra?

Rita. Ne è bene.

Malfatto. Quando volemo fare quella cosa, Ceca? Te nne andate, ch? E io ancora.

SCENA II

Luzio, Prudenzio, Malfatto, Minio.

Luzio. Oimè! Mastro mio, perdonateme, che io non lo farò mai piú.

Prudenzio. Pigliate, pigliate quel capestrunculo.

Luzio. Eh! mastro mio, non me ammazetis.

Prudenzio. Giotto! cinedulo! A questo modo si fuge dal gimnasio, ch? Latruncolo! inimico del romano eloquio!

Luzio. Eh! mastro mio bonus, perdonateme.

Prudenzio. No, no. Io te voglio dare mille vapulature acciò che tu essemplifichi gli altri condiscipuli tuoi. Olá! o Minio!

Minio. Che ve piace?

Prudenzio. Postularne Malfatto.

Minio. Misser si.

Luzio. Oimè, mastro! oimè!

Prudenzio. «Qui parcit virge odit filium». Tacci, giottonciculo ! che chi non riprende con degne castigazioni el figliuolo l’ha in odio e non lo dilige.

Luzio. Eh! non me datis in vias, de grazia.

Prudenzio. Immo, in via publica te volemo vapulare.

Minio. Ecco Malfatto, mastro.

Prudenzio. Veni, accede, ambula.

Malfatto. Si, si, lo farò; misser si.