Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/131

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atto primo 123


Prudenzio. Va’ correndo giú per quella via.

Malfatto. Per quale? per questa?

Prudenzio. Per quella, si.

Malfatto. Be’, io voglio andar da quest’altra, io.

Prudenzio. S’io vengo lá, te farò... Aspetta!

Malfatto. Ecco ch’io vo, sii.

Prudenzio. Corri, che te rompi el collo!

Malfatto. Olá! Aspettateme, che lo mastro vole che ve venga dereto. Mastro, caminano troppo forte. Io non li posso agiognere.

Prudenzio. E va’, sciagurato! E io partim andarò al bibliotecario ancora a riscuotere un chirografo, idest un libellulo scritto de nostra mano repleto d’ingeniosi e acuti e morali detti.

SCENA V

Minio, Repetitore, Luzio.

Minio. Valete.

Repetitore. Andate savi.

Luzio. Valete.

Repetitore. Non fate stultizie.

Luzio. Alla fé, che lo mastro m’ha fatto molto male.

Minio. E che vo’ dire che non me ha dato a mi?

Luzio. Non te ha dato: che ne so io?

Minio. Te vorria dir una cosa; ma non vorria che me raccusassi.

Luzio. Non te raccuso, alla fé.

Minio. Si! si! Non te lo credo.

Luzio. E dimmelo, de grazia: vói?

Minio. O giurarne prima, per la croce de Dio benedetta, de non me raccusare.

Luzio. Vedi, per questa croce, che non dirò niente.

Minio. Sai che me ha ditto lo mastro? che dica a mia sorella che lui li vole essere marito.

Luzio. E halla vista sòreta, esso?