Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/134

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126 il pedante


Mastro Antonio. De grazia, vegnite un pochetin abasso, che voio parlar con Vostra Magnifícenzia.

Repetitore. Aspettate, che nunc venio.

Mastro Antonio. El voio aspettar a ogne modo. Trin, trin, trin.

Repetitore. Bona dies, Dominatio Sua.

Mastro Antonio. A no sudo, no; a so* be’ stracco. Che xe del mistro?

Repetitore. È andato a negoziare.

Mastro Antonio. Elio me disse che mi vegnesse a zercarlo.

Repetitore. Se volete venire in casa, fate voi.

Mastro Antonio. Si, de grazia: ve nne priego.

SCENA II

Prudenzio, Malfatto.

Prudenzio. Promitto, per Deum vivum, che, non tam cito me vide la eccellentissima e reverendissima Signoria del monsignore illustrissimo signor governatore della ortodoxa fede e militante, phano episcopus e gastigatissimo censore e defensore acerrimo della iustizia, quod Deus conservet incolumen, col quale avemo contratta gran familiaritá, che statim me chiamò a sé e postulòmi ch’andassi negoziando. Io gli exposi la t merita dell’inconsiderato uomo e il flagizio perpetrato con di noi come se fossimo qualche incognito viro. Io voglio fo marli un libello de ingiuria, certo che la Sua Signoria mut amore me ssi è offerto. Ma pare che hodie sia certo un lust:

intercalare per noi; che lo infido bibliotecario non ha manco compita l’opera per la quale gli ho soluti inanzi venti quadranti.

Sed ecce a punto Malfatto che torna. O Malfatto!

Malfatto. Me par sentir... Oh! è lo mastro. A fé, site lo ben venuto.

Prudenzio. Et tu quoque.

Malfatto. E dove è lo coco, patrone? Io non lo vego.

Prudenzio. Io dico, tu ancora.