Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/138

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
130 il pedante


Ceca. E per che cosa?

Iulia. Come per che cosa? El mando alla scola perché gl’impari le vertú, e quello mei fa un ribaldo!

Ceca. Madonna, oggidí non si può la persona fidar di nessuno; e i maestri propri son quegli che gli fanno viziosi e cattivi, che meritarebbono el fuoco, la maggior parte.

Iulia. El poltrone l’ha mandato perché gli scusi ruffiano.

Ceca. E con chi?

Iulia. Con la sorella, con Livia. Forsi che con meco?

Ceca. A pena el posso credere.

Iulia. L’è pur cosi. Ma non si curi!... Basta. S’io non ne Ili impago, laméntise di me. Gli darò una tal moglie che forsi gli rencrescerá. Bastarla ch’io non ci stessi per nulla in casa.

Ceca. E che gli ha mandato a dire, se Idio vi guardi?

Iulia. Io non l’ho possuto troppo bene intendere, che gli parlava all’orechio; ma io me delibero che me dica ogni cosa a suon di frustate.

Ceca. Madonna, quanto piú presto ve Ila levate de casa è meglio per voi.

Iulia. Non piú: basta. Qualche cosa sera.

Livia. Madonna, Minio non voi star cheto.

Iulia. Digli che, se io vengo di sopra, ch’io gli romperò el capo.

Livia. A punto piglia lo bastone per darme, vedete?

Iulia. Andiamo dentro.

Ceca. Fuggi, Minio, ch’ecco madonna. Livia, ditegli che fugga, che madonna noi trovi.

Livia. Di’ quanto vói, che noi credo. Che si, fraschetta, tristarello!...

SCENA IV

Malfatto, Prudenzio, Mastro Antonio.


Malfatto. Si, si, domane! Aspettate pur. Sempre me mandano fuori e io prometto di servirli come meritano. Me nne voglio andar a spasso tutto oggi e non ce voglio tornare per