Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/142

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
134 il pedante


Curzio. Certo, gran sorte è stata la mia a trovar, in tanto bisogno, questi denari.

Rufino. Tic, tic. Costui deve essere in cantina.

Curzio. Non ci deve essere in casa, nch vero?

Rufino. Io non vel so dire. Tic, tac.

Curzio. Ripichia, ripichia meglio.

Rufino. Che volete pichiare? Questo è un perder di tempo. Tic.

Curzio. Fatti conto ch’el deve dormire.

Rufino. Piú presto deve esser morto.

Curzio. Di questo ne sei cagione tu.

Rufino. E perché io?

Curzio. Perché, se tu lo gastigassi qualche volta, sarebbe piú avertito alle cose mie che non è. Ma non piú. Va’ e ripichia un’altra volta; e, se non risponde, gitta giú la porta, ch’io voglio entrare per ogni modo.

Rufino. Cosí farò. Tic, tac, toc.

Trappolino. Chi è lá? chi è lá? chi è lá?

Rufino. Malan che Dio ti dia!

Trappolino. Te dia el malanno e la mala pasqua a te. Oh patrone! Perdonateme.

Curzio. Non ti curar, forca! Vieni, vieni a oprire.

Trappolino. Adesso.

Curzio. Che domino poteva far costui?

Rufino. Fatevi conto ch’el dovea merendare.

Curzio. Fa’ che tu gne Ilo ricordi la prima volta ch’erra, se tu me vói esser amico.

Trappolino. Buon di. Entrate.

Curzio. Non curar, giotton, forfantello!

SCENA VI

Malfatto, Ceca, Iulia.


Malfatto. Vedi mò che non ho voluto fare a modo del patrone, che li venga el cancaro a lui e a chi lo vede adesso! Ma, alla fé, che li voglio stracciare tutti li libri. Ben li trovare