Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/148

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140 il pedante


Malfatto. Si, si, si! Hai visto che festa è questa?

Prudenzio. Malfatto, vien qua. Audi duo verba.

Malfatto. Non voglio verberare io, che sono scorrociato.

Prudenzio. Tu hai torto. Audi parumper che...

Malfatto. Si! Sempre me date la baia.

Prudenzio. E quando mai te avemo data la baia noi?

Malfatto. Ogni sempre mai che parlate, che non ve intendo.

Prudenzio. Audi. Testor Deum omnipotentem...

Malfatto. Ve possa venire a voi!

Prudenzio. Taci: lassarne parlare.

Malfatto. Si; ma non biastemate.

Prudenzio. È il diavolo, a parlare con simili ignoranti che non comprendono i sensi delle litterali parole. Ma vacci, se Dio te guardi la grazia nostra; e dilli che venga subito, che avemo da parlarli de cosa importante.

Malfatto. Volete che venga solo o accompagnato?

Prudenzio. Come piacerá a lui.

Malfatto. E che volete? che dorma con voi?

Prudenzio. E va’, che tu sei una bestia! Ma odi. Guarda qui.

Malfatto. Non voglio piú guardare. Ma, come torno, voglio far un altro patto con voi e, se non ce vorrete stare, ve nne andarete con Dio.

Prudenzio. Vien presto, sai?

Malfatto. Verrò quando parerá a me.

SCENA II

Fulvia, Rita, Minio, Ceca.


Fulvia. Caminiamo, Rita, che l’è notte.

Rita. Vostro danno! Perché non siamo andate piú a bon’otta?

Fulvia. Non te 11 ’ho io detto? per non m’imbattere in Curzio, ch’io non volevo che me cci vedessi entrare.

Rita. Madonna, ecco la porta. Aspettate, ch’io pichiarò.

Fulvia. Si, de grazia.

Rita. Idio ci aiuti. Tic, toc.