Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/162

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154 il pedante


Malfatto. Meglio andamo a dormire, che se cce passará questa stizza.

Prudenzio. Non me romper la testa.

Malfatto. Che so io? Lo dico perché potrete cantare ancora domani a sera.

Prudenzio. Taci, se non vói ch’io ti trasverberi con quell’ense.

SCENA VIII

Ripetitore, Rufino, Prudenzio, Malfatto.


Repetitore. In fine, non est ordo ch’io possa trovar el famulo acciò che, per letificazione del maestro, potessi conclamare dinanzi la casa della dignissima sua Livia. E, perché è giá la seconda vigilia, non voglio andare perdendo piú el tempo in cercarlo quia pavesco de non me incontrare in qualche furone e che conatamente non mi spolii sino alla internila, non che del palio: benché abbi, poco fa, obviati i berruari che vanno facendo le excubie nocturne purgando la cittá di cattivi commerzi. Ma chi è questo ch’esce de casa della nostra vicina? Sera buono ch’io mi nasconda insino a tanto che se va con Dio.

Rufino. Oh insperata, oh buona nuova! oh buono incontro! E chi pensato aria mai questo? Oh savio e prudente conseglio di donna!

Repetitore. Io voglio avicinarmegli alquanto.

Rufino. Va’ tu e di’ poi che le donne han poco cervello! E forsi che ’l patrone non si credeva godere con la figliuola di madonna Iulia?

Repetitore. Che domino sará?

Rufino. E chi pensato aria mai che la moglie del mio patrone...

Che son oggi mai piú di doi anni che la sposò contro a sua voglia per sodisfare ai prieghi del signore, che a un povero servitore son comandamenti..., Repetitore. Oh salata parabola!

Rufino... ed avevala lasciata ed erasene venuto a Roma...

Repetitore. Caput mundi.