Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/183

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argumento 175

Ah! ca! ca! Quanti augei perdegiornata!
Oh! co! co! co! Quanti cameleonti
che si pascon di vento! altri in amore,
fiutando le duchesse e le reine
(poi van con una slandra in Fiaccalcollo
a menarsi l’agresto a tutto pasto);
altri in sperar d’aver l’entrate grandi,
mangiando in interessi il ben futuro.
Quanto fariano il meglio a provedere
di pagar tutto quello e’ hanno in dosso
a chi fatto ne l’ha credenza; e poi
rappattumarsi con la sua signora
che, per basciargli tuttavia la borsa,
gli fa gir di pecunia a la leggera!
Ma son giá di proposito si uscito
che non so a che fine io vi favello
né ciò ch’avea da fare in questo luogo.
Si, si! Me ne ricordo: l’argomento.
Assettatevi tutti ben, ch’io possa
mettervel tutto ne la fantasia,
pel buco de l’orecchio, come s’usa.
Fermi! Aspettate, ch’ora ci va dentro.
Oh! Gli è ’l gran caldo! In fin, queste borsette,
per parlare in linguaggio veniziano,
non son mia arte; e, non vi entrando tutto
il brodo d’esse, non si fa nigotta.
Quanto meglio campeggia Pilastrino
ne la santa illustrissima cucina,
dando prò tribunal sentenze giuste
del cappon lesso e del fagiano arrosto,
del mangiar bianco e di quel sapor nero
che si cava de l’uva e di quel verde
che si trae de l’erbette fiorentine!
Oh com’io son ben dotto in ordinare
le buone gattafure genovesi!
Oh! Io ne fo il bel guasto, per mia grazia!