Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/184

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176 i tre tiranni

Cosi di queste nostre bolognesi.
Risolviamla pur qui. Celi celorum
altro non è, secondo il mio giudizio,
che ’1 mangiar bene e il ber solennemente.
Non niego già che il far quella faccenda
non mandi altrui più su che mona luna.
Tamen un pasto buon pontificale
mi dà la vita. E, se ne l’altro mondo
si facesse talvolta colazione,
la morte mi faria poca paura;
ma, quand’io penso che non vi si mangia
e non vi si bee mai, divento matto.
Oh Dio! Abbia pietà di Pilastrino!
Non dico che mi mandi in purgatorio.
Ficchimi pur ne l’inferno e nel limbo,
che, pur ch’io mangi talor duo bocconi
e bea un ciantellin di malvagia
ne incaco Ferraone e Satenasso.
E quel poltron di Lucifero porco
facciami come vuol, se ben volesse
farmi in pasticci o in brodo o in gelatina.
Ma, per parer ch’io non parlo col vino,
vorria contarvi pur di questi pazzi:
di Girifalco vecchio; e di Crisaulo;
e quello scimonito di Filocrate
ch’ai fin si mangia, in cambio di perdice,
la carne de la madre di san Luca
tutto l’anno avocata dei tinelli.
So ben ch’io sono inteso. Io già non dico
che la fante non sia una buona robba;
ma basta che li parve essere ai ferri
con Lucia ch’era stata già cagione
ch’egli aveva mandato il senno in poste.
Di Calonide taccio, e’ ho rispetto
di mentovare invano una sua pari
che digiuna l’avvento. Or la vedrete