Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/196

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188 i tre tiranni

          che Pilastrino, un tratto, il peli e strini
          fine in su l’osso. Specchiati in quel nome.
          Da l’altro canto mi par si vedere
          che ’l padrone (e Dio voglia ch’io mi menti)
          faccia con colei tanto che la sposi.
          Che ti parria di questo?
          Timaro  Io non mi curo.
          Sia come vuol. Non ho di questi impacci;
          non penso tanto inanzi e mi contento
          di questa vita: ben mangiare e bere
          e gire a spasso, portato e’ ho su,
          talor, come acqua e legne e governato
          ben la mia stalla e spazzato la casa
          e netto gli usuvigli di cucina,
          le secchie e i caldaroni e, alcuna volta,
          supplito anche ai bisogni de le fanti
          che non mi lascian viver.
          Siro  Si, t’ho inteso.
          Tu la discorri bene.
          Timaro  Io me ne vado
          di lungo a casa (m’hai tenuto un pezzo),
          che ’l padron non gridasse.
          Siro  A posta tua.
          Questi stan ben con queste simil gente
          che sopportan com’asini venduti;
          o ver gli adulatori. Io mi risolvo
          di non vi tornar piú; ch’ornai son chiaro
          ch’ogni or ne sarei a peggio, che Fileno
          (perché dice a suo modo) è seco il totum.
          Io sarei sempre schiavo.