Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/195

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atto primo 187

          E questo è la cagion. L’ha sempre amata
          un Filocrate giovin, qual si dice
          che se la sposi in breve. Ora il padrone
          vorria impedir che questo non seguisse.
          E, per esser chi egli è ed ella vile,
          vorria poterla avere a posta sua.
          A che bisognerebbe che mutasse
          l’animo, prima, in disamar chi ella ama;
          e poi si fesse tal che si grande odio
          rivolgesse in amore; e poi la madre,
          I t ch’è la piú saggia donna, intera e santa
          di questa terra, consentisse a questo:
          il che non potria far, penso, un reame.
          E giá mille altri han lasciato l’impresa,
          sol per esser la madre quel ch’ella è.
          Potria forse anco star; che non è ’l primo
          miracol ch’abbia fatto, a’ miei di, l’oro.
          Ma non voglio che mai per mezzo mio
          faccia tal roffíania.
          Timaro  Farei ancor peggio,
          per il padron, pur ch’ei mei comandasse.
          Che ne puoi perder tu?
          Siro  Quello e’ ho al mondo,
          servendo un fuor di senno e disperato.
          Ma ascolta. Non è solo. Girifalco
          vecchio, si avaro, anch’egli è in questo ballo
          (ed era si stimato!): che un Listagiro
          con Pilastrino e certi buon compagni
          l’han messo sii ch’ella gli muor dietro.
          E fangli far l’amor seco ogni giorno:
          cosa da smascellare. E, perché mai
          non la vede, gli dicon che ’l difetto
          vien e’ ha poca veduta. E ’l moccicone
          è giá venuto a tale, in questa giostra,
          di cosí scarso, che gli tran canoni
          che ne portano il sangue. E vo pensando