Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/20

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12 la calandria

incantatrici, a negromanti che ricuperare le faccino lo amante suo come se perduto l’avesse; e ora me e quando Samia sua serva, conscia di tutto, manda a lui con preghi, con doni e con promessa di dare per moglie al suo figliuolo Santilla, se mai avviene che la si trovi. E tutto fa in maniera che, se ’l marito non avesse piú della pecora che de l’uomo, giá accorto se ne saria. E tutta la ruina caderia sopra me: per che mi bisogna bene sapere schermire. Io solo fo la impossibilitá. Nessuno potette mai servire a due ed io servo a tre: al marito, alla moglie e al proprio mio padrone; in modo che io non ho mai uno riposo al mondo. Né per ciò mi dolgo, perché chi in questo mondo sempre si sta ha il viver morto. Se vero è che un bon servo non deve mai avere ozio, io pur tanto non ne ho che possa pure stuzzicarmi li orecchi. E, se niente mi mancava, un’altra amorosa pratica mi è pervenuta alle mani, la qual mille anni parmi di conferire con Lidio che di qua viene. Ed, oh! oh! oh!, seco è quel Momo di Polinico suo precettore. Apparso è il delfino; tempesta fia. Voglio un poco starmi cosi da parte e udire quel che ragionano.

SCENA II

Polinico precettore, Lidio padrone, Fessenio servo.

Polinico. Per certo, non mi saria mai caduto ne l’animo, Lidio, che tu a questo venissi; che, drieto andando a vani innamoramenti, sprezzatore de ogni virtú sei diventato. Ma di tutto do causa a quella bona creatura di Fessenio.

Fessenio. Per lo corpo...

Lidio. Non dir cosí, Polinico.

Polinico. Eh! Lidio, tutto so meglio che tu e che quel ribaldo del tuo servo.

Fessenio. A dispetto di... che io li...

Polinico. L’omo prudente pensa sempre quello li pò venire in contrario.

Fessenio. Eccoci su per le pedagogarie.