Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/21

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atto primo 13


Polinico. Come questo vostro amore fia piú noto, oltre che in gran pericolo starai, tu sarai da tutti tenuto una bestia.

Fessenio. Pedagogo poltrone!

Polinico. Perché, chi non dileggia e non odia li vani e li leggeri? Come diventato sei tu che, forestiero, ti sei posto ad amare. E chi? Una delle piú nobil donne di questa cittá. Fuggi, dico, e’ pericoli di questo amore.

Lidio. Polinico, io son giovane; e la giovinezza è tutta sottoposta ad Amore. Le gravi cose si convengano a’ piú maturi. Io non posso volere se non quello che Amor vuole: e mi sforza ad amare questa nobil donna piú che me stesso. Il che, quando mai si risapessi, credo che io ne sarò da molti piú reputato; per ciò che come in una donna è grandissimo senno il guardarsi da l’amore di maggior omo che ella non è, cosí è gran valore nelli omini di amare donne di piú alto lignaggio che essi non sono.

Fessenio. Oh bella risposta!

Polinico. Questi son termini insegnatili da quel tristo di Fessenio per metterlo su.

Fessenio. Trista se’ tu.

Polinico. Mi maravigliavo che tu non volassi a turbar l’opere bone.

Fessenio. Adonque io non turberò le tua.

Polinico. Nulla è peggio che vedere la vita de’ savi dependere dal parlare de’ matti.

Fessenio. Piú saviamente l’ho consigliato io sempre che tu fatto non hai.

Polinico. Non puole essere superiore di consigli chi è inferiore di costumi. Non te ho prima cognosciuto, Fessenio, perché non t’arei tanto laudato a Lidio.

Fessenio. Avevo forse bisogno di tuo favore io, ah?

Polinico. Conosco ora essere ben vero che, in laudare altrui, spesso resta l’omo ingannato; in biasmarlo, non mai.

Fessenio. Tu stesso mostri la vanitá tua poi che laudavi chi non conoscevi. So io bene che, in parlare di te, non mi sono ingannato mai.