Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/22

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14 la calandria


Polinico. Donque hai tu detto mal di me?

Fessenio. Tu stesso il di’.

Polinico. Pazienzia! Non intendo quistionar teco, che saria uno gridare co’ tuoni.

Fessenio. El fai perché non hai ragion meco.

Polinico. El fo per non usare altro che parole.

Fessenio. E che potresti tu mai farmi in cent’anni?

Polinico. El vederesti. E cosi, cosi...

Fessenio. Non stuzzicar, quando fumma el naso de l’orso.

Polinico. Dch! dch! Orsú! Non voglio con un servo...

Lidio. Orsú! Fessenio, non piú.

Fessenio. Non minacciare: che, benché io sia vii servo, anco la mosca ha la sua collora; e non è si picciol pelo che non abbi l’ombra sua, intendi?

Lidio. Taci, Fessenio.

Polinico. Lassami seguire con Lidio, se ti piace.

Fessenio. E dá del buon per la pace.

Polinico. Ascolta, Lidio. Sappi che Dio ci ha fatto due orecchi per udire assai.

Fessenio. Ed una sol bocca per parlar poco.

Polinico. Non parlo teco. Ogni mal fresco agevolmente si leva; ma poi, invecchiato, non mai. Levati, dico, da questo tuo amore.

Lidio. Perché?

Polinico. Non ve arai mai se non. tormenti.

Lidio. Perché?

Polinico. Oimè! Non sai tu che i compagni d’amore sono ira, odii, inimicizie, discordie, ruine, povertá, suspezione, in*^V quietudine, morbi perniziosi nelli animi de’ mortali? Fuggi amor; fuggi.

Lidio. Oimè! Polinico, non posso.

Polinico. Perché?

Fessenio. Per mal che Dio ti dia.

Lidio. Alla potenzia sua ogni cosa è suggetta. E non è maggior dolcezza che acquistare quel che si desidera in amore, • senza il quale non è cosa alcuna perfetta né virtuosa né gentile.