Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/23

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atto primo 15


Fessenio. Non si può dir meglio.

Polinico. Non è maggior vizio in un servo che l’adulazione. E tu lui ascolti? Lidio mio, attendi a me.

Fessenio. Si che gli è delicata robba!

Polinico. Amore è simile al foco che, postovi sopra zolfo o altra trista cosa, amorba l’omo.

Lidio. E, postovi incenso, aloe ed ambra, fa pure odore da resuscitare morti.

Fessenio. Ah! ah! Col laccio che fece resta preso Polinico.

Polinico. Ritorna, Lidio, alle cose laudabili.

Fessenio. Laudabile è accomodarsi al tempo.

Polinico. Laudabile è quel che è buono ed onesto. Te annunzio ci capiterai male.

Fessenio. El profeta ha parlato.

Polinico. Ricordoti che l’animo virtuoso non si muove per cupiditá.

Fessenio. Né si leva per paura.

Polinico. Tu pur male fai. E sai che gli è grande arroganzia sprezzare i consigli de’ savi.

Fessenio. Mentre che savio te intituli, matto ti battezzi perché tu pur sai che non è maggior pazzia che tentare quello che non può ottenersi.

Polinico. Egli è meglio perdere dicendo il vero che vincere con le bugie.

Fessenio. El vero dico io come tu. Ma non son giá un messer tutto-biasma come sei tu; che, per quattro cuius che tu hai, si savio esser ti pare che credi che ogni altro, da te in fuora, sia una bestia. E non sei però Salamone; né consideri che una cosa al vecchio, una al giovane, una ne’ pericoli e una nel riposo si conviene. Tu, che vecchio sei, la vita tieni che a lui ricordi. Lidio, che giovane è, lassa che le cose faccia da giovane. E tu al tempo ed a quel che piace a Lidio te accomoda.

Polinico. Egli è ben vero che un padrone quanti ha piú servi tanti piú ha inimici. Costui ti conduce alle forche. E, quando mai altro mal non te ne avvenga, ne arai sempre tu