Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/214

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206 i tre tiranni

          a me, se non a caso; e, per quai metti,
          o qual mio fallo, mi sei si crudele?
          Ci debbe esser di nuovo qualche amante
          che ti de’ tór di mente la mia fede,
          l’amor, la servitú che tanto tempo
          hai visto in me.
          Fronesia  Chi sento giú? È Filocrate.
          Ma con chi parla?
          Filocrate  Prego che mi dica
          la cagion del tuo indugio perché dentro
          giá ’ncominciava a sentir tanto sdegno
          che forse anco avrei preso de’ partiti.
          Non vo’ dire altro.
          Fronesia  Odi. Costui vaneggia.
          Oh! Va’, che tu m’hai pien del tuo cervello.
          Parla con l’aere.
          Filocrate  Tu non mi rispondi,
          Lucia? A chi dico? E’ non sta però bene
          far tanto strazio di chi sai che t’ama
          piú che la vita propria. Aimè, che torto!
          Lucia, ti prego, attende a quel ch’io dico.
          Non mi lasciare andar cosí istasera
          beffato a casa, ch’io ti do mia fede
          che te ne pentirai.
          Fronesia  Oh! co! co! Parla
          a una testaccia, che v’ho steso sopra
          un fassoletto.
          Filocrate  Aspetto ancora alquanto,
          se ti muove piata.
          Fronesia  Puoi aspettare.
          Chi nasce matto non guarisce mai.
          Il mal tuo non è a lune.
          Filocrate  Dch! Se mai
          ti venne in cuor del mio lungo servire
          poco ricognosciuto e de la fede
          e di quanto per te giá mai soffersi