Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/216

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208 i tre tiranni

          amaro tòsco; perché, alfin, tai frutti
          si ricoglie di voi e di tai fiori
          tai fronde e rami suol vostra radice
          I produr fra noi. Pianta empia, rea, mal nata!
          1 Che ’l ciel la sterpi. Ma di Giove l’ira
          a tanta iniquitá punire è tarda.
          Venga almen, poi, cosí grave e focosa
          che n’arda anco il terren con le radici.
          Voglio, prima, di questo consigliarmi
          con Sofomide mio. E, se ci è via
          che la possa lasciar, che a l’onor mio,
          mancando, non mancassi, anzi morire
          son risoluto che mi ponga in casa
          un drago tal, si velenosa vipera
          m’allevi in seno.
          Pilastrino  Io sono stato un’ora
          a sentir questo pazzo. Che può avere?
          Tanti lamenti e tante bravarie!
          Debbe esser, certo, a la fenestra Lucia,
          che fa lo squartator. Vo’ fare anch’io
          l’amore. È quella? Sta’. Non è? È pur dessa.
          Dico non è, potta de la fortuna!
          ch’è, credo, una pignata. Oh! co! co! co!
          Io so che l’è col manico. La voglio
          puor fra le cose del piovano Arlotto:
          come quell’altra che fece Listagiro
          per uscir di prigion; che si fé’morto
          e, quand’il portar fuori a sotterrarlo,
          se ne fuggi, pestato prima il volto
          a un di quegli sbirri che ’l portavano
          con un gran pugno. Or veggio ben che Amore
          fa travedere appunto a questi sciocchi
          come fa ’l vino a me. La vo’ contare
          in piú di cento luoghi, anzi ch’io dorma.
          Io lancio de la fame; che ho cercato
          quest’altro parasito tutto il giorno.