Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/236

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228 i tre tiranni

          li iddíi t’onora esser cosí cagione.
          Ma, se pur questo fosse in suo destino
          e ’l ciel cosí dispuon che Amor questi occhi
          lassi chiuda piangendo, a te mi volgo
          (se feci mai perché benignamente
          merti d’essere udito) che nel cielo
          ss sei piú potente, Amore; e sol ti priego
          che pria mi facci de la morte dono
          (ch’io te la chieggio in grazia) che ciò segua:
          che assai piú amara e piena di spavento
          questa mi fora e quella men dogliosa,
          lasciando in vita lui.
          Crisaulo  Che fai, Fileno?
          Mi pare aver sentito apparir, dentro
          ne le tenebre mie dell’intelletto,
          luce d’immortai guardo che gli oscuri
          e dogliosi pensieri in parte m’abbia
          riconfortato. E m’è venuto in mente,
          quando si truova un poverino ignudo,
          nel tempo de le nevi, essere, in luogo
          diserto, si aggelato che giá l’alma
          si sia partita, pur restando alquanto
          nel cuore ancor del caldo naturale,
          che, venuto un allegro e ardente sole,
          li porta, insieme con un dolce caldo,
          la vita giá perduta.
          Fileno  I caldi prieghi
          sono stati, signor, che ho qui, piangendo,
          porti a quel Sol che col suo divin raggio
          sempre ti può far vivo.
          Crisaulo  Non fia mai
          in me dimenticato tanto amore.
          Anzi, per fin che sará questa vita
          meco, l’avrò con gli altri tuoi infiniti
          buoni uffici nel cuore.