Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/235

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atto secondo 227

          Crisaulo 
          MADRIGALE
          Non vedrá mai queste mie luci asciutte,
          in alcun tempo, il cielo
          né l’alma de le dolci fiamme spenta
          per fin ch’ella si spogli,
          lieta, del mortai velo,
          lasciando il corpo e l’amorose lutte.
          Alta luce, che accogli
          l’anima ch’è contenta
          in cosí dolce foco arder mai sempre,
          con meno amare tempre
          scorgi l’alma che è giunta all’ultim’ora;
          poi che, morendo, ancor t’ama ed onora.
          
          Fileno  Ah! Tu sei pur di bello in su la grossa!
          Oh! Che canzone è quella, da cantare
          il di de’ morti!
          Crisaulo  Ahi! Luce di mia vita,
          che al cor lasso di si dolci pensieri
          fosti esca un tempo, altro or da me non vuoi
          che pianto e morte. È venuto ornai l’ora.
          La ti do volentieri.
          Fileno  Aimè, padrone!
          Crisaulo  Io passo. Potrai dirle tu con vero!
          ch’io son morto per lei.
          Fileno  Timaro, corri;
          porta aceto rosato e malvagia
          e confessioni. Aimè! ch’io tremo tutto,
          • che ’l padron si vien meno. O sommo Iddio,
          chiunque puoi col sol benigno sguardo
          al mio caro signor porgere aita,
          dch! muovati pietá, se quella solo
          ne gli spirti celesti vive e alberga;
          né vogli di si cruda e acerba morte
          di chi piú che sé t’ama e sopra a tutti