Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/283

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atto quarto 275

          che mi stempero tutto; e, in quel, talora
          vado al luogo comune. E degli affanni
          non ti dico; perché ne porto addosso
          quanto un somaro, di quegli degli altri.
          Pensa de’ miei!
          Timaro  Anche ti venga il grosso!
          Non puoi giá uscir di quello.
          Pilastrino  Tu non credi,
          che abbi una innamorata?
          Timaro  Si, lo credo,
          ch’abbi una sfondorata, che pur una
          n’è la tua Gnesa; che, in tutte le parti
          che fanno una plus quam perfetta lorda,
          port’essa la corona e non li manca
          se non esser fregiata in sul mostaccio.
          Ma a te piace cosi.
          Pilastrino  Si! L’ho piú a noia...
          Ma ti ricordo che ’l venirmi incontra
          con le man piene...
          Timaro  E che! Di palafreni?
          Pilastrino  Di tanto, forse, che non hai nessuna
          che porga tanto a te.
          Timaro  Gli è ragionevole
          che i belli sempre si faccin pagare.
          L’ordine è questo.
          Pilastrino  Ma per te si guasta;
          che sei si bello e non v’è forse alcuna
          che ti voglia pagar!
          Timaro  Bel non son io.
          Pilastrino  Almanco tu ti tieni. E forse in modo
          che, qualche volta, se tu fossi appunto
          come ti tieni, faresti vergogna
          a Narciso; e per te morda, ogni giorno,
          un migliaio di donne; e si farebbe
          forse, ai lor prieghi, che fossi dannato
          a vita nel torrone.