Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/296

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288 i tre tiranni

288 I TRE 'TIRANNI

PILASTRINO. Sono oratore anch’io, per questo; ma non so concludere. Non avrò premio da la mia republica. Vatti con Dio. S’io non ti pelo, un tratto, quella barbaccia nido di piattoni, non sarò mai contento. Volpe vecchia! ché non penso, cercando tutto il mondo, si ritruovasse un che sopra il quattrino fosse più scozzonato. Se- potesse chi te n’ha già fatt’una farne un’altra, forse che perderesti il ciaccolare e lo schermo.

SCENA III

Essendo, di notte, Crisaulo andato da Lucia per l’ordine avanti preso, vien Fileno verso la casa; e trova Timaro il qual, devendo aspettare il padrone, era fuggito. E, mentre li dice villania, Crisaulo scende da le fe- nestre e manda subito a donare a la roffiana una gran collana che aveva al collo.

TIMARO, FILENO, CRISAULO.

TIMARO. Addio, Fileno. M’avrebbe dato troppo, s’ io aspettava. Tu non mi ci corrai. Son quasi stato per non tornar. Mi sta a metter paura. So che venni correndo un pezzo in giù prima ch’io mi fermassi.

F ILENO. Io la sapeva. Non restò già da me che nol dicessi, che cosi potea armare un paracuore.

E sei fuggito? Che avesti paura? dei morti? .

TIMARO. ' A la fé. si, cosi a la prima; ma non fuggiva. Poi vidi venire non so chi camminando per la strada: