Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/306

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298 i tre tiranni

          e se l’avessi chiusa nei cervello.
          Roffianaccia! scorziera!
          Artemona  È giá fuggito.
          So ben chi è. Non son tre giorni a notte.

SCENA VII

Filocrate, vedendo in casa di Lucia farsi apparecchi per le nozze che aspettavano di far con Crisaulo, si lamenta solo: il che è come uno epilogare sopra de la fortuna. Ed, al fine, discopre a Fronesia chi egli è; e come, la sera avanti, era ito da Lucia con animo di vendicarsi di averci veduto andar Crisaulo; e, trovatola in aspettare (per essersi giá, la mattina, per consiglio di Fileno, partito Crisaulo de la cittá), aveva ottenuto il suo desiderio. Ed égli da Fronesia discoperto come quella che egli pensò esser Lucia fu essa: onde, veduto pur esser cosí volontá de’ cieli, se la sposa.

Filocrate solo, Fronesia.


          Filocrate  Di quanto amaro, Amor, temprasti il mele!
          di quanto assenzio che, per farmi al mondo
          unico esempio d’ogni sventurato,
          gustar mi festi! Ahi! Qual veleno e tòsco
          nel core i dolci frutti recato hanno!
          Di quanto fel, di quanto acerbo ed acro
          opprimen l’alma! Oimè, lasso! Che vale
          Ìuman consiglio? poi che ne’ miei danni
          s’arma il ciel tutto e, con la rea fortuna,
          in me congiura perché il debil filo
          d’una vita meschina, in mezzo agli anni,
          tronchin le Parche. Ma condotta ornai
          la veggio a tal che, senza alcun ritegno,
          corre lá dove è spinta dal destino.
          Che cosa è, in questa vita, aver le stelle
          contrarie e ’l cielo! che, se pur ci viene
          nulla di quel che ne faria felici,
          subito in mortai tòsco lo converte
          quest’empia che dichiam Sorte o Fortuna.