Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/307

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atto quinto 299

          Quanto fora il tuo meglio, se giá mai
          non avessi gustato il dolce cibo
          che si tosto è poi vòlto in amara esca!
          Dato è a me in sorte una piú acerba pena
          di quella che si dice ne l’inferno
          portar Tantalo ingordo: perché a lui
          il veder sol quel ch’ama è duro scempio
          e non ne poter tór; ma quel che ’l gusta
          e poi gli è tolto e ’l vede son fatt’io.
          Che ben cognosco che quella persona
          debbe esser che si aspetta che la sposi:
          ond’io resto a me scherno e al mondo gioco.
          Ho tante volte di fuggir provato
          l’eterna mia ruina e sol per questo
          corso son giá da l’uno a l’altro sole.
          Ma sempre con piú scorno mi rimena
          il mio destino ove convien ch’io mora,
          alfin, dopo piú morti.
          Fronesia  È disperato.
          Io vengo, peregrin, perché ti sento
          piangere e sospirare e con lamenti
          esprimer non so che di acerbo e reo;
          tal che spesso, a sentirti, ancor da lunge
          mi muovo tutta dal capo alle piante,
          sol di pietá. Non aver dubbio o téma,
          per esser, come sei, qui, forastieri
          in terre altrui; che sarai governato
          da me come tu fossi mio fratello.
          E, se altra cosa è pur che si t’addoglia,
          mi serebbe piacer (se ’l si può dire)
          intender la cagion; perché potrebbe
          forse a cosí gran mal, se non rimedio,
          trovarsi almen per noi qualche conforto.
          Non mei voglia celar.
          Filocrate  Se alcuno è al mondo
          che possa avere nel mio mal rimedio,