Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/308

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300 i tre tiranni

          penso che l’abbi tu; benché sia poco,
          e di parole. E poi, del resto, il male
          è giunto a tal ch’ornai piú cosa umana
          non li può dar conforto.
          Fronesia  Dillo, adunque;
          ch’io ti prometto quel che in questa vita
          onestamente per me si può fare
          in ogni cosa.
          Filocrate  Accetta questo, prima;
          e dammi realmente la tua fede
          di quello che ti voglio dimandare
          dirmi la veritá.
          Fronesia  Son ben villana
          a pigliar si gran dono! Pur, l’accetto,
          offerendomi a te parata sempre.
          T’impegno la mia fede. E si ti giuro
          di non mancar, sopra l’anima mia,
          se gli è cosa ch’io sappia; e dirti il vero,
          come farei al frate.
          Filocrate  Io t’ho parlato
          or ne la lingua nostra per vedere
          se mi ricognoscevi; ma son certo
          che ti son tanto fuor di fantasia
          che non te ne ricordi. Io son Filocrate,
          Fronesia cara.
          Fronesia  Che sento oggi dire?
          Filocrate sei tu? Si! È desso, a fede.
          Lasciamiti abbracciar, che di dolcezza
          e di compassion m’hai mosso il core.
          Piango e non so di che. Quasi noi credo.
          Non t’arei in mill’anni afiígurato;
          che pari un altro.
          Filocrate  Aimè! Son bene un altro:
          cangiato di presenza negli affanni;
          ma quello sventurato di mai sempre.
          Io piango di dolcezza e di dolore: