Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/309

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atto quinto 301

          che mi veggio condotto, al fin, lá dove
          mi fia la morte men dogliosa e grave;
          da poi che piace al ciel.
          Fronesia  Lascia andar questo.
          E raccontami presto ogni tua pena
          e quel che vuoi da me; ch’io qui t’attendo
          con disio d’aiutarti.
          Filocrate  Ah sfortunato!
          Onde mai incominciar mi fia concesso?
          Donna sleale, al tuo trionfo altero,
          che fia di crudeltá mista con fraude,
          voglio che aggiunga queste spoglie frali,
          vinte da te, da te distrutte e sparte,
          in esempio d’altrui.
          Fronesia  Dch! Affrena alquanto
          questi lamenti e le lagrime e ’l duolo.
          Dimmi quel e’ ho da fare.
          Filocrate  A queste notti,
          chi era quello che si destro entrava
          ne le camere vostre? Ove è l’onore?
          ove è la castitá? dove è l’offizio
          che conveniva a saputa servente?
          Devevil comportar?
          Fronesia  Guarda, Filocrate,
          che non ti inganni; perché veramente
          io non intendo quel che voglia dire.
          Son molte volte, quando altrui è infermo,
          che par veder le cose piú che espresse
          e non è altro che ’l cervel che varia.
          E come andò?
          Filocrate  Per chi bene e chi male.
          Per te de vette ir mal, per Lucia bene.
          Confessalo oramai.
          Fronesia  Sappilo Iddio;
          che tu potresti dir cosí vent’anni,
          ch’io non ti intenderei. Se guardi bene,