Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/310

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302 i tre tiranni

          certo vedrai che sará stato un sogno
          o ver fantasma. Io non saprei che dirti
          sopra di questo.
          Filocrate  Non lo negar piú;
          ch’ornai incomincio a perder la pazienza.
          Pensa se san negar, quando a me istesso
          nega quello che sa che ho giá veduto!
          Non so se ero intronato o se ’l cervello
          mi vacillava o se cosí mi penso
          o se qualcun mei fé’veder d’incanto,
          la sera inanzi a ier, che una persona
          per una scala entrò ne la fenestra
          che guarda l’orto ove era Lucia.
          Fronesia  Lucia?
          Filocrate  Si, Lucia. E v’eri tu.
          Fronesia  Io?
          Filocrate  Si. Piú forte.
          Iersera ci venni io in persona
          come mi vedi: ond’ella ancor si rise
          perché, fuor de l’usanza di quell’altro,
          venni di corte e prima fui partito
          che tu te ne accorgessi; che eri dentro.
          E l’animo mio fu sol di vendetta.
          Ma la sorte non volse perché, quando
          la vidi sola ivi aspettar quell’altro,
          dimenticato ogni onta, l’abbracciai
          (cosi morto foss’io, inanzi quel punto!);
          ed allor vidi che mi tolse in cambio:
          ch’ella forte mi strinse e mi pregava
          che passassi di lá. Paionti sogni?
          o pur che con effetto io fossi desso?
          Or vuoi negarlo?
          Fronesia  Non posso, volendo.
          Meschina a me! Ti dimando perdono.
          Non era giá promessa da attenere
          appalesare una si fatta infamia