Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/324

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316 gl’ingannati

Ma gli è una gran cosa che voi gli vogliate tener sempre in questo cimbello e non vogliate risolvervi, un tratto, a questo benedetto «si»! Sapete quel ch’io vi vo’ dire? Guardatevi di non li fare, un tratto, disperar da vero; e tenete a mente ben le mie parole, ch’io so quel ch’io me dico. Voi ne li perderete, una volta, a fatto; e non gli potrete poi tanto andare a versi che ci sia ordine a porvi riparo; e ve ne dorrete, quando non sarete piú a tempo. E tenete questo per fermo: che non si sta sempre a un modo. E questo basti. Oh! Or ch’io mi ricordo: non v’aspettate altro argomento perché quello che ve lo aveva a fare non è in punto. Fatevi senza, per ora. E bastivi sapere solamente che questa cittá è Modana, per questo anno, e le persone che intervengono nella favola sono, i piú, modanesi. Però, se facessino qualche errore nel muover della | lingua, non sará gran fatto perché non l’hanno ancora cosí ben presa. L’altre cose, io penso che voi siate cosí capaci che la materia v’entrará per se stessa senza troppa fatica. Due ammaestramenti sopra tutto ne cavarete: quanto possa il caso e la buona fortuna nelle cose d’amore; e quanto, in quelle, vaglia una longa pazienzia accompagnata da buon consiglio. Il che due fanciulle, con il lor saper, vi mostraranno; il quale se, seguendolo, poi vi giovará, arete questo obligo con esso noi. Questi uomini, se non aranno piacere delle cose nostre, assai ci aranno da ringraziare, che, per quattr’ore al manco, gli daremo commoditá di poter contemplare le vostre divine bellezze. Ma, perch’io veggo duo vecchi ch’escon fuore, mi partirò, benché mal volentieri, da mirar si belle cose; ancor ch’io penso che vi tornarò a vedere. Addio tutti.