Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/332

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324 gl’ingannati


Clemenzia. Questo è l’onor che tu fai a tuo padre, a la tua casa, a te stessa ed a me che t’ho allevata? che ho voglia di scannarti con le mie mani. Entrami innanzi, vch! ch’io non voglio che tu sia piú veduta in questo abito.

Lelia. Oh! Abbi un poca di pazienzia, se tu vuoi.

Clemenzia. O non ti vergogni d’esser veduta cosi?

Lelia. So’ io forse la prima? N’ho vedute a Roma le cen/ tinaia. E, in questa terra, quante ve ne sono che, ogni notte, vanno in questo abito ai fatti loro!

Clemenzia. Coteste son ribalde.

Lelia. Oh! Fra tante ribalde non ne può andare una buona?

Clemenzia. Io vo’ saper perché tu vi vai e perché sei uscita del monistero. Oh! Se tuo padre il sapesse, non t’uccidarebbe, pò vara te?

Lelia. Mi cavarebbe d’affanni. Tu credi forse ch’io stimi la vita un gran che?

Clemenzia. Perché vai cosi? Dimmelo.

Lelia. Se m’ascolti, io tei dirò; e, a questo modo, intenderai quanta sia la disgrazia mia e la cagion per ch’io vada in questo abito fuor del monistero e quel ch’io voglio che in questa cosa tu faccia. Ma tirati piú in qua: che, se alcun passasse, non mi conoscesse, per vedermi ragionar con teco.

Clemenzia. Tu mi fai consumare. Di’ presto, ch’io morrò disperata. Oimè!

Lelia. Sai che, dopo il miserabil sacco di Roma, mio padre, perduta ogni cosa e, insieme con la robba, Fabrizio mio fratello, per non restar solo in casa,, mi tolse dai servizi della signora marchesana con la quale prima m’aveva posta; e, costretti dalla necessitá, ce ne tornamo a Modana in casa nostra per fuggir quella fortuna ed a viver di quel poco che avevamo.

E sai che, per esser mio padre tenuto amico del conte Guido Rangone, non era molto ben veduto da alcuni.

Clemenzia. Perché mi dici tu quel ch’io so meglio di te?

(E so che, per questa cagion, andaste a star di fuore al vostro podere del Fontanile; ed io ti feci compagnia.

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