Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/34

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
26 la calandria


SCENA II

Samia serva, Lidio femina, Fannio.

Samia. Te so dir che l’ha ne l’ossa! Dice aver visto Lidio suo dalle finestre e mandami a favellarli. Tirandol da parte, li parlerò. Bona vita, messer.

Lidio femina. Ben venga.

Samia. Due parole.

Lidio femina. Chi sei tu?

Samia. Mi domandi chi sono?

Lidio femina. Cerco quel ch’io non so.

Samia. El sapermi ora.

Lidio femina. Che vuoi?

Samia. La padrona mia ti prega che tu voglia amarla come lei fa te e, quando ti piaccia, venire da lei.

Lidio femina. Non intendo. Chi è la padrona tua?

Samia. Eh! Lidio, tu vuoi straziarmi, si?

Lidio femina. Straziar vuoi tu me.

Samia. Laudato sia Dio poi che tu non sai chi è Fulvia né me conosci. Orsú! su! Che vuo’ tu che io le dica?

Lidio femina. Buona donna, se altro non mi di’, altro non te rispondo.

Samia. Fingi non intendere, ch?

Lidio femina. Io non te intendo né ti conosco e manco d’intenderti e conoscerti mi curo. Va’ in pace.

Samia. Discretamente fai, certo. Alla croce di Dio, che io glie ne dirò bene.

Lidio femina. Dilli ciò che tu vuoi, pur che dinanzi mi ti levi in la tua mal ’ora e sua.

Samia. Va’ pur lá. Ci starai se crepassi, greco taccagno, che la mi manda al negromante. Ma, se cosí risponde lo spirito, trionfa Fulvia.

Lidio femina. Misera e trista la fortuna di noi donne! E queste cose inanzi mi si parano perché io tanto piú cognosca e pianga il danno del mio esser donna.