Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/345

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atto secondo 337


Flamminio. Tu sei ancora un putto, Fabio, e non puoi conoscere la forza d’amore. Dico ch’io son forzato ad amar quest’altra ed adorarla; e non posso né so né voglio pensare ad altri che a lei. E però tornagli a parlare e vede se gli puoi cavare di bocca destramente quel ch’ella ha con me, ch’ella ^ non mi vói vedere.

Lelia. Voi perdete il tempo.

Flamminio. E perder questo tempo mi piace.

Lelia. Voi non farete nulla.

Flamminio. Pazienzia!

Lelta. Lasciatela andar, vi dico.

Flamminio. Io non posso. Va’ lá, ch’io te ne prego.

Lelia. Io andarò; ma...

Flamminio. Torna con la risposta, subito. Io andarò fino in duomo.

Lelia. Com’io veggo el tempo, non mancarò.

Flamminio. Fabio, se tu fai questa cosa, buon per te!

Lelia. A tempo si parte, che ecco Pasquella che mi viene a trovare.

SCENA II

Pasquella fante di Gherardo e Lelia da ragazzo detto Fabio.

Pasquella. Io non credo che nel mondo si truovi il maggior affanno né il maggior fastidio che servire, una mia pari, una ■/ giovane innamorata; e massimamente a quella che non ha d’aver timore di madre, di sorelle o d’altre persone, quale è questa padrona mia: che, da certi di in qua, è intrata in tanta frega e in tanta smania d’amore che né di né notte ha posa. Sempre si gratta il petinicchio, sempre si stroppicela le cosce, or corre in su la loggia, or corre a le finestre, or di sotto, or di sopra; né si ferma altrimenti che s’ella avesse l’ariento vivo in su’ piedi. Gesú! Gesú! Gesú! Oh! I’ so’ pure stata giovana ed innamorata la mia parte, ed ho fatto qualche cosetta; e pur mi posavo, talvolta. Almanco si fusse messa a voler bene a qualche