Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/347

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atto secondo 339


Lelia. Non, dico: non m’intendi?

Pasquella. In buona fede, in buona veritá, Fabio, Fabio, che tu sei troppo superbo. E sai che ti ricordo? che tu sei giovinetto e non conosci il ben tuo. Questo favore non ti durerá sempre, no. Ne verrá la barba; non arai sempre si colorite le gotuzze né cosí rossette le labbra; non sarai cosí sempre richiesto da tutti, non. Allora conoscerai quanto sia stata la tua pazzia; e te ne pentirai, quando non sarai piú a tempo. Dimmi un poco: quanti ne sono, in questa cittá, che arebben di grazia ch’Isabella gli mirasse? E tu par che ti facci beffe del pane onto.

Lelia. Perché non gli mira, donque? E lasci star me che non me ne curo.

Pasquella. Oh Dio! Gli è ben vero che i giovani non han tutto quel senno che gli bisognarebbe.

Lelia. Orsú, Pasquella! Non mi predicar piú, che tu fai peggio.

Pasquella. Superbuzzo, superbuzzo, ti mancará questo fumo! Orsú, il mio Fabio caro, anima mia! Vien, di grazia, presto; se non, mi rimanderebbe un’altra volta a cercarte né crederebbe ch’io t’avesse fatto l’ambasciata.

Lelia. Orsú! Va’, Pasquella, ch’io verrò. Burlavo teco.

Pasquella. Quando, gioia mia?

Lelia. Presto.

Pasquella. Quanto presto?

Lelia. Tosto. Va’.

Pasquella. T’aspettarò all’uscio di casa, vch!

Lelia. Si, si.

Pasquella. Uh! Sai? Se tu non vieni, m’adirarò.

SCENA III

Giglio spagnuolo e Pasquella fante.


Giglio. Por mia vida, que está es la vieia biene avventurada que tiene la mas hermosa moza d’está tierra per sua ama. Oh se le puodiesse io ablar dos parablas sin testigos!