Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/363

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atto terzo 355


Stragualcia. Io so ch’io non uscirò di cucina, per me. Chi ci vuole andar ci vada. Or sollecitiam d’alloggiare.

Pedante. Tu hai una gran fretta.

Stragualcia. Cancaro! Io mi muoio di fame e non ho mangiato altro, stamattina, ch’una mezza gallina che v’avanzò in barca.

Fabrizio. Chi trovarem noi che ci meni a casa di mio padre?

Pedante. Non. A me pare che noi ci andiamo a metter prima in una ostaria, e quivi assettarci un poco e con commoditá poi investigarne.

Fabrizio. Mi piace. Queste debbono esser l’ostarie.

SCENA II

L’Agiato oste, Frulla oste, Pedante, Fabrizio, Stragualcia.


Agiato. Oh gentili uomini! Questa è l’ostaria, se volete alloggiare. Allo «Specchio» ! allo «Specchio» !

Frulla. Oh! Voi siate i ben venuti. Io v’ho pure alloggiati altre volte. Non vi ricorda del vostro Frulla? Entrate qua dentro, ove alloggiano tutti e’ par vostri.

Agiato. Venite a star con me. Voi arete buone camere, buon fuoco, buonissime letta, lenzuola di bocata; e non vi mancare cosa che voi aviate.

Stragualcia. Di cotesto mei sapevo.

Agiato. Volsi dir che voi vogliate.

Frulla. Io vi darò il miglior vin di Lombardia, starne tanto larghe, sai ciccioni di questa fatta, piccioni, polastri e ciò che voi saprete domandare; e goderete.

Stragualcia. Questo voglio sopra tutto.

Pedante. Tu che dici?

Agiato. Io vi darò animelle di vitella, mortatelle, vin di montagna; e, sopra tutto, starete dilicati.

Frulla. Io vi darò piú robba e manco dilicatura. Se venite con me, trattarovvi da signori e ’l pagamento sará a vostro