Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/362

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354 gl’ingannati


Pedante. Oh! Non sai quel che dice Cantalicio? «Dulcis amor patriae». E Catone: «Pugna prò patria». Hoc. Insumma, e’ non c’è la piú dolce cosa che la patria.

Stragualcia. Io credo che sia molto piú dolce il tribiano, maestro. Cosí n’avess’io un boccale! ch’io sono spallato, a portar questa valigia.

Pedante. Queste strade paion fatte di nuovo. Quand’io ci fui, eran tutte sordide e fangose.

Stragualcia. Aviamo a contare i mattoni? Ci sará facenda! Vorrei che noi andassemo piú presto in qualche luogo che facessemo colazione, io.

Pedante. Iandudum animus est in patinis.

Fabrizio. Che arma è quella di quei succhielli?

Pedante. Quella è l’arma di questa communitá e chiamasi la Trivella. E, come a Fiorenza si grida: «Marzocco! Marzocco! » e a Vinegia: «San Marco! San Marco!» e a Siena: «Lupa! Lupa!», cosí qui esclamano: «Trivella! Trivella!».

Stragualcia. Io vorrei piú tosto che noi gridassemo: «Padella! Padella!».

Fabrizio. Quella la conosco. È l’arme del duca.

Stragualcia. Maestro, vorrei che voi portasse un poco questa valigia, voi. Io ho si secche le labbra ch’io non posso parlare.

Pedante. Orsú, che ti ca varai la sete poi!

Stragualcia. Quand’io son morto, fatemi un brodetto agli I archi.

Fabrizio. Basta che, ne la prima gionta, questa terra mi piace assai. E a te, Stragualcia?

Stragualcia. A me pare un paradiso, che non vi si mangia e non vi si beve. Orsú ! Non perdiam piú tempo a veder la terra, che la vedremo a bello agio.

Pedante. Tu vedrai qui il piú solenne campanile che sia in tutta la machina mondiale.

Stragualcia. E quello al qual i modanesi volevon far la guaina? e che dicono che la sua ombra fa impazzar gli uomini?

Pedante. Si, cotesto.