Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/361

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atto terzo 353


ATTO III

SCENA I

Pedante, Fabrizio giovine figliuol di Virginio e Stragualcia servo.

Pedante. Questa terra mi par tutta mutata poi ch’io non vi fui. Vero è ch’io non vi fui se non per transito con li oratori d’Ancona; e alloggiammo al «Guicciardino». Pur vi stemmo da sei giorni. Tu ricognoscine cosa alcuna?

Fabrizio. Come mai piú non l’avessi veduta.

Pedante. Credotelo, perché te ne partisti si piccolo che non è maraviglia. Or pur conosco la strada dove siamo. Quello è il palazzo de’ Rangoni; qui sotto passa il canal grande; quel che vedi lá in capo è il duomo. Hai tu sentito dire «Sarestú mai la potta da Modana?» o vero «Gli pare esser la potta da Modana»?

Fabrizio. Mille volte. Mostratemela, di grazia.

Pedante. Vedila sopra il duomo.

Fabrizio. È quella?

Pedante. Quella.

Fabrizio. Oh! Questa è una baia!

Pedante. Tu vedi.

Fabrizio. Ho sentito ancor dire «Tu hai tolto a menar l’orso a Modana». Che vuol dire? dov’è questo orso?

Pedante. E’ son dettati antiqui de quibus nescitur origo.

Fabrizio. Certo, maestro, che questa terra par che mi venga di buono.

Stragualcia. Ed a me vien di migliore, ch’io sento qua presso uno odor d’arosto che mi fa morir di fame.