Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/369

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atto terzo 361


SCENA IV

Fabrizio giovinetto e Frulla oste.

Fabrizio. Mentre che questi due miei servidori si riposano, io andarò a vedere la terra. Come si levan, digli che venghino verso piazza.

Frulla. Per certo, padron mio, che, se io non vi avesse veduto vestir questi panni, io giurarei che voi fusse un giovinetto, servidor d’un gentiluomo di questa terra, che veste come voi di bianco e tanto vi s’assomiglia che quasi parete lui.

Fabrizio. Saria forse qualche mio fratello?

Frulla. Potrebbe essere.

Fabrizio. Direte poi al maestro che cerchi di colui che sa.

Frulla. Lasciate l’impaccio a me.

SCENA V

Pasquella fante e Fabrizio giovinetto.


Pasquella. In buona fé, che eccolo. Avevo paura di non aver a cercar tutta questa terra prima ch’io ’l trovassi. Fabio, che tu sia il ben trovato. Ti venivo a cercare; tu m’hai tolto fatica. Amor mio, dice la padrona che, per una cosa ch’importa a te e a lei, che tu venga or ora a trovarla. Non so giá quel che si sia.

Fabrizio. Chi è la tu’ padrona?

Pasquella. Tu lo sai ben, tu, chi ella è. In buona fé, che l’uno e l’altro s’è attaccato bene!

Fabrizio. Io non son però attaccato; ma, s’ella vuole, ci attaccaremo, e presto.

Pasquella. Perché séte due da pochi. Vorrei esser giovine per potere ancor io tòrmene una corpacciata; e so che, s’io fusse in voi, avrei giá posti i sospetti e i rispetti da canto. Ma bene il farete, si.