Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/370

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362 gl’ingannati


Fabrizio. Eh madonna! Voi non mi conoscete. Andate, che voi m’avete còlto in iscambio.

Pasquella. Oh! Non l’aver per male, Fabio mio, ch’io ’l dico per farti bene.

Fabrizio. Io non ho per male niente; ma io non ho questo nome e non so’ chi voi credete.

Pasquella. Or fate pur fra voi due a vostro modo. Ma sai, figliuolo? Delle sue pari, cosí ricche e cosí belle, in questa terra ne son poche. E vorrei che voi cavasse le mani di quel che s’hadafare; che andar dinanzi e di dietro, ogni giorno, e tòr parole e dar parole dá che dire alle genti, senza util tuo e con poco onor di lei.

Fabrizio. Che cosa nova è questa? Io non l’intendo. O che costei è pazza o che m’ha còlto in iscambio. Vo’ pur veder dove la mi vuol menare. Andiamo.

Pasquella. Oh! Mi par sentir gente in casa. Fermati un poco qui intorno, che vederò se Isabella è sola. Accennaroti che tu entri, se non vi sará alcuno.

Fabrizio. Voglio stare a vedere che fine ha d’avere questa favola. Forse costei è serva di qualche cortigiana e credemi fare stare a qualche scudo; ma gli è male informata, ch’io son quasi allievo di spagnuoli e, alla fine, vorrò piú presto uno scudo del suo che dargli un carlin del mio. Qualcun di noi ci sará incòlto. Lasciami scostare un poco da questa casa e por mente che gente v’entra ed esce per saper che razza di donna sia.

SCENA VI

Gherardo, Virginio e Pasquella.


Gherardo. Tu mi perdonami. Se gli è cotesto, tela renuncio. E lasciamo stare ch’io penso che, se la tua figliuola ha fatto ciò, l’abbi fatto perché la non voglia me. Ma penso anco ch’ella abbi tolto altri.

Virginio. Noi creder, Gherardo. Credi ch’io tei dicesse? Ti prego che non vogli guastar quel che è fatto.